strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Ricerca, ricerca, ricerca

20 commenti

OK, quindi siamo giunti alla conclusione che, di fondo, la narrativa è una truffa.
Una truffa in cui io, che scrivo, devo convincere voi, che leggete, che io so un sacco di cose, per non dire tutto, su tutta una serie di argomenti dei quali in effetti so piuttosto poco, ed un paio me li sono inventati di sana pianta.

Il metodo che si utilizza nel costruire questa truffa è un po’ quello che si vede nei film, quando c’è la scena – non fate quella faccia, l’avete vista tutti – della valigetta piena di mazzete di banconote da 100 dollari.
La truffa consiste nello spacciare striscioline di carta tagliata dal giornale per banconote da 100 dollari, e si fa mettendo in cima ad ogni mazzetta una banconota autentica.
100 banconote, una sola autentica per ogni mazzetta.
Solo l’un per cento autentico sul 100% della narrazione.
L’importante, è che quell’un per cento sia messo nel posto giusto.

E poi naturalmente chi scrive ha un vantaggio – la vittima della sua truffa vuole essere truffata e sa di essere truffata, chiede solo che la truffa sia divertente.
Il concetto di divertente, ovviamente, dipende dalle aspettative, che saranno diverse – per dire – per un lettore di fantasy rispetto ad un lettore di narrativa storica, o poliziesca.

Cambiando metafora, è come guardare un illusionista fare i suoi truchi.
Noi lo sappiamo che non segherà davvero la donna in due, che le colombe non si materializzano dal nulla ma sono nascoste in tasche segrete, che i fiori sono fatti con piume colorate e che almeno una delle palle da biliardo in realtà è un mezzo guscio cavo.
E a meno di non essere dei pedanti rompiscatole, non siamo lì per scoprire come lo faccia, ma per vedere quanto bene riesce a farlo.

Resta, per chi scrive, il problema di quella piccola ma indispensabile percentuale di realtà che renderà plausibile ciò he viene raccontato, e permetterà all’autore di sparare balle in parecchi altri dipartimenti, però bene.

Qui di solito gli autori di manuali di scrittura passano alla modalità “Ecco, io, per esempio…. Nel mio racconto Bla Bla Bla, pubblicato su…. io feci così e così”.
Sì, ok, ma qusto è strategie evolutive.
Noi certe cose le facciamo meglio.
Perciò facciamo ora, un po’ di pratica, fatta qui, ora, in diretta, scrivendo…

Poiché la scrittura è anche bricolage, e si prova un brivido extra a lavorare con ciò che abbiamo di disponibile, useremo come esempio il centurione dell’esempio fatto da Ferruccio un paio di post addietro.

Quindi, avendo scoperto che Spicy Peplum Digest paga cinque centesimi a parola per storie di ambientazione (pseudo)greco-romana, decido di scrivere una storia in cui un eroico centurione salva la bella principessa egizia (opportunamente in topless – è spicy, ricordatelo) da un’orda di fameliche mummie creature mezzo uomo e mezzo sciacallo.
Una cosa alla Howard, con un sacco d’azione, una scena di sesso accennata ma non esplicitata, e possibilità per uno o più sequel.
10.000 parole, che fanno 500 euro (*).
Bello liscio.
Di fondo si tratta di una strutura, di una trama, che potrei ambientare ovunque nel tempo e nello spazio – eroe+bonazza+mostro.
È una struttura talmente trita, che devo renderla interessante lavorando sugli unici tre elementi completamente sotto il mio controllo:

  • l’ambientazione
  • la narrazione
  • la caratterizzazione

La ricerca e la documentazione mi aiutano con tutti e tre – anche se più col setting che non con la forma narrativa, naturalmente.

Ora … centurione.
Io ho fatto lo scientifico, trent’anni or sono.
Gran parte di ciò che conosco sui centurioni l’ho imparato da Asterix.
Mi servono un po’ di check – Wikipedia (versione inglese, io uso preferenzialmente quella), mi fornisce un po’ di materiale.
Una foto, tanto per dire.
Scopro che non esistevano centurioni propriamente detti prima del 107 a.C. – ho un limite temporale invalicabile.
Poi scopro che a discrezine del comandante, potevano essere affidati loro anche 200 uomini, o solo 50.
Scopro la struttura della gerarchia in epoca imperiale (altro limite temporale), ed il sistema di assegnazione dell’incarico.
Trovo la citazione di Tacito sulla disciplina.
Trovo la citazione dal De Re Militari di Vegezio, sulle qualità del centurione ideale – questo è un bel colpo, perché mi dice come dovrebbe essere il mio eroe, come lui desidererebbe o sarebbe obbligato ad apparire agli occhi dei suoi superiori, e dei soldati che dovrebbe ispirare col proprio esempio (sto creando un conflitto, fra ciò che il centurione è, come persona, e ciò che deve essere, come ideale).
Vegezio verrà molto buono.

Faccio un giro a Nova Roma, e mi documento su nomi e cognomi.
Il mio centurione si chiamerà… Sesto Aurelio Aculeo.
Buono per tutte le occasioni, ma vagamente ridicolo – che è un po’ come rischia di uscirne il nostro eroe.
La gens Aurelia è di ceppo plebeo, Aculeo indica una persona ruvida, scostante, solitaria. Non devo esplicitarlo, ma mi piace saperlo.

La storia può quindi cominciare.
Siamo in Egitto, nel…
‘azz!
Serve un check – non prima del 30 dopo Cristo, se voglio l’Egitto come provincia romana.
Da Wikipedia vedo due momenti interessanti – la Guerra Bucolica del 139 e la conquista da parte di Zenobia nel 269.
Ci trovo anche una lista dei governatori.
Non decido ancora, me li annoto (grande Xpad!) e mi tengo le opzioni aperte.

Ora io ho un’idea di trama in testa, e le informazioni trovate fin qui mi permettono di inquadrarla meglio, di definire con più precisione certi eventi, certe dinamiche. Comincio ad avere non solo una struttura trita ed un intreccio prevedibile, ma una storia…

Ho letto abbastanza volumi di egittologia e trascorso abbastanza ore al Museo Egizio per avere un’idea anche approssimativa del luogo in cui si svolgerà l’azione principale.
Ho anche delle immagini (mi piace usare le immagini, perché non interferiscono col linguaggio… sono io a scegliere le parole).
E credo di avere un inizio di un buon motivo per cui Aurelio Aculeo si trovi lì in quel momento.

Credeteci o meno, ma ruberò soprattutto il disegno del perizoma, il vaso e le colonne. Il nubiano potrebbe scucirci una particina...

Ora devo trovare un motivo perché lì ci sia anche la bella egiziana Amunet (nome trovato attraverso una ricerca Google: è egizio, suona egizio, significa “La Nascosta”, “La Velata”… cool).
E visto che scrivo per una rivista spicy – un po’ scollacciata – posso sfogliare un libro di Fastner & Larson.
Trovo una Amunet credibile e spicy al punto giusto.
Un motivo per cui gli uomini sciacallo la vogliano importunare lo si trova facile.

Di sicuro (beh, ok…) userò il riferimento al centurione chiamato “Cedo Alteram” (Dammene n’antra) per la sua abitudine di spaccare la verga con cui puniva i legionari indisciplinati.
Di sicuro (ho deciso in questo momento) butterò lì un riferimento all’assedio di Emesa ed alla fine del dominio di  Zenobia nel 274 – il che colloca la mia storia nel 275.
È lì, a Emesa, che Aculeo è stato eletto centurione dai commilitoni…

In teoria potrei cominciare la mia storia adesso ed avere le mie 10000 parole per metà settimana prossima, in prima stesura, lavorandoci tutte le sere e trascurando un po’ il blog (**).
Ricerca totale – diciamo due ore, ma ho barato, perché la parte sull’Egitto mi viene (un po’) più facile.

Ora, trattandosi di fantasy, il mio interesse sarà sostanzialmente concentrato sul paesaggio e sulle atmosfere, più che sul dettaglio storico.
Questa è una storia da una botta e via, quindi sarà scenario+dilogo+azione, una cosa veloce.
Niente lunghi cappelli introduttivi, niente infodump

Poi può succedere che tale sia la risposta dei lettori di Spicy Peplum Digest per le avventure di Aculeo & Amunet, che mi viene commissionata una seconda storia.
Che vuol dire – sviluppare i personaggi (Aculeo e Amunet devono crescere in qualche modo), e sviluppare l’ambientazione.
Fare un giro in biblioteca potrebbe servire, ma non essere ancora indispensabile – magari dalla prima ricerca è avanzato qualcosa.
Certo, dopo due o tre storie di Aculeo & Amunet, sarà bene avere un paio di testi solidi sottomano, e per il primo romanzo, magari spendere una manciata di settimane documentandosi.

Il che, mi rendo conto, è un po’ freddo e clinico, e fa un po’ a botte con l’idea dell’artista solo nella sua torre che riceve l’Ispirazione e solo, in una notte di tormento, con una penna d’oca e un rotolo di pergamena…
E indubbiamente infatti si tratta di una semplificazione.
Ma spero abbia reso l’idea.

George MacDonald Fraser impiegava da uno a due anni a documentare un romanzo (200-400 pagine) della serie Flashman – romanzi storici senza alcun elemento fantastico o arbitrario, nei quali l’avventura dell’eroe inventato doveva innestarsi e integrarsi perfettamente con gli eventi storici, tra l’altro andando a cercare momenti controversi, in modo che il buon Flash Harry potesse dire la sua su questioni riguardo alle quali gli storici dibattono ancora oggi.

Clive Cussler impiega molto meno a documentare la parte scientifico-tecnologica o storica dei propri romanzi – ma ha uno staff di ricercatori che lavorano per lui, e negli ultimi anni alcuni vegono regolarmente citati come co-autori.
Lo stesso vale, come faceva notare Ferruccio giorni addietro sul suo blog, per lo scrittore più ricco del mondo.

Ci sono altri sistemi.

Esistono, come si diceva, compendi vari.
Ho qui, ad esempio, Borderland of Science, scritto da Charles Sheffield e pubblicato da Baen nel 1999, che ha il solo scopo di spiegare la scienza minima a chiunque desiderasse cimentarsi con la fantascienza senza avere delle basi scientifiche minime – termodinamica, relatività eccetera.
Quando lo lessi lo trovai offensivo, per quel suo modo di cercarmi di spiegare come pensa uno scienziato.
Poi mi resi conto che avrebbe potuto leggerlo anche qualcuno che non era uno scienziato, e quindi un suo senso ce l’aveva eccome.

La Writer’s Digest (quella americana) ha pubblicato una serie intitolata HowDunnit, di compendi criminali – un volume sulle truffe, uno sui veleni, uno su come si esegue una ricerca per una persona scomparsa, una su come opera l’unità di analisi della scena del crimine e così via.
Se uno mira al poliziesco, è meglio usare questi, io credo, che non basarsi su ciò che si è visto in CSI…

Il che, tra l’altro, mi fornisce lo spunto per imputare una certa decadenza della fantascienza televisiva – ad esempio – al fatto che, tra gli anni ’90 ed il 2000, si assumessero come “autori esperti di fantascienza” ragazzi che avevano come curriculum “ho visto tutto Star Trek”.

Perché il problema è questo – poiché di reale, fattuale e solido esiste solo una piccola percentuale nella narrativa, non è il caso di usare solo la narrativa altrui come documentazione.
Se usassi solo i film di Sam Raimi per documentarmi sulle armi da fuoco, sarei convinto che le doppiette sparino tre colpi…

Il discorso potrebbe continuare a lungo, ma spero di aver inquadrato quello che è il mio modo di gestire la documentazione nello scrivere narrativa, quando capita.
Non si tratta di regole scolpite nel calcestruzzo, ed esistono diecimila altri metodi.
Lo scopo ultimo, tuttavia, non è, nel caso delle storie del centurione Aculeo, di insegnare la storia dell’Egitto, o di mostrare tutti gli aspetti della magia e della religione egizia.
È fiction, non edutainment.
Lo scopo è soddisfare le aspettative del lettore, senza mancargli di rispetto.
E, a seconda di come io vendo la mia narrativa, a seconda di ciò che c’è scritto sull’etichetta, a seconda del settore del supermercato nel quale viene esposta la mia storia, anche il lettore avrà modulato le proprie aspettative in modo da venirmi incontro.

Poi c’è chi esagera.
Conoscevo un tale, si chiamava – e si chiama ancora – Hans, per il quale l’idea di una serata divertente era di andare giù nei locali per marinai del porto di Amburgo, ed attaccar discorso con quelli imbarcati sulle navi da guerra, per chiedere loro che effetto facesse sparare con la flac, o a cosa pensassero mentre armavano il pezzo…
Lo conobbi quando fece una filippica inammissibile su un libro – presenti gli autori – perché su 400 pagine, ben due volte avevano affermato che un certo personaggio usava una Luger quando era noto a chiunque avesse un minimo di intelligenza che un personaggio con quelle caratteristiche, in quel luogo ed in quel momento, avrebbe avuto in dotazione una Walther PPK.
Non che la cosa pesasse assolutamente nell’economia della storia (insomma, non è che usare un’arma piuttosto che l’altra facesse alcuna differenza sostanziale).
Ma lui – pur non avendo rilevato alcun altro difetto, badate – andò avanti per un buon trenta-quaranta minuti a parlare di pochezza, ignoranza, scarso lavoro di documentazione, bla bla bla.

È un atteggiamento piuttosto diffuso, oggi, fra quei loggionisti della narrativa che si occupano di autopsie letterarie.
Poco importa che si tratti di un buon libro, ben scritto, che soddisfa tutte le aspettative.
Dannazione, no, c’è una palla da tennis Dunlop in un torneo di tennis in cui chiunque abbia una minima dimestichezza con la stioria e il folklore dellla Coppa Davis sa benissimo che quel giorno, a quell’ora (e tra l’altro il cielo era moderatamente coperto, non nuvoloso) si usarono delle Goodyear, e quindi si tratta di una schifezza, e chiunque lo legga èè un idiota – l’autore invece non ha le palle e andrebbe fucilato alla schiena.

Ed è interessante, io credo, perché questo modo di affrontare la critica emula esattamente la narrativa.
Anche qui, una piccola percentuale di dati fattuali, usati nel momento giusto insieme ad un bel carico di balle scritte molto bene, servono a fornire una parvenza di autorevolezza, ed a soddisfare le aspettative del pubblico.

(*) – magari fosse così semplice…
(**) – no, ora non credo di avere il tempo. Ma facciamo così, se mai dovessi scriverla, la storia di Aculeo, la posto online per i surfisti. Solo, non aspettatevela in tempi brevi.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

20 thoughts on “Ricerca, ricerca, ricerca

  1. Grazie Davide, articolo molto interessante.
    Ora però vedi di metterti all’opera, perché non vedo l’ora di gustarmi le piccanti peripezie di Aculeo&Amunet!

  2. Mah, guarda… è partito come l’esempio più artificioso possibile, perché io non bazzico normalmente l’antichità romana, e quindi la parte sulle informazioni raccattate al volo è autentica.
    Però devo ammettere che Aculeo e Amunet hanno del potenziale.
    In questo momento ho troppo da fare, ma se e quando dovesse aprirsi uno spiraglio… perché no?
    Se non altro, sarebbe un buon esercizio.

    Diavolo – potrei addirittura avere una rivista a cui proporlo.
    Ma lo dovrei scrivere in inglese.

  3. Mi unisco al coro dei complimenti per questa serie di post.
    Li ho seguiti purtroppo in maniera discontinua, man mano che li pubblicavi, ma oggi che sono riuscito a leggermeli uno in fila all’altro non posso che rinnovare la mia ammirazione per la competenza e la leggibilità della tua scrittura.

    Detto questo mi pare che manchi solo un tassello per completare il quadro.
    Qualche post fa Marco ha scritto in un suo commento:
    “Se mi interessa scrivere proprio quel tipo di storia aumenteranno i passaggi obbligati, perché per raggiungere l’effetto che mi prefiggo con quel particolare tipo di narrazione le vie possibili diminuiscono.”

    Che mi pare sia un’ottima introduzione per parlare della finalità della scrittura.
    Voglio dire, perché un autore preferisce il racconto storico a quello fantasy? O la fantascienza al realismo? O lo spionaggio al romanzo di denuncia?
    Ovvero, perché si scrive quello che si scrive? Soprattutto quando lo si scrive per farlo leggere, intendo.
    OK, ci sono i soldi e la gloria, ma credo che da soli non bastino a giustificare le ore spese al computer a scrivere, o in biblioteca a fare ricerca.

    Io credo che anche il più mercenario degli autori in fondo scriva per cambiare il mondo, ma oh… si accettano anche proposte alternative.

  4. Credo che per alcuni la scrittura sia l’unico mezzo di espressione/comunicazione possibile.
    Per altri spero sia divertimento.
    Per altri ancora è una forma di vanità, un modo per placare un ego smisurato.
    Cambiare il mondo dici? Che sia una scelta consapevole o meno, quello accade per forza!

  5. Al di là dei complimenti per il post – molto stimolante – vorrei aggiungere un paio di cose. Da un lato, mi sembra che negli ultimi anni la SF soffra, e non poco, il rapporto con la scienza. Oggi non soltanto è difficile prevedere in che direzioni si muoverà la scienza in futuro, oggi è difficile capire in quali direzioni si sia mossa ieri. Ho l’impressione che la fantascienza stia diventando più uno sfoggio di “figatine pazzesche” che un viaggio, come a mio modo di vedere dovrebbe essere. Penso a William Gibson, i cui libri sono sicuramente affascinanti ma sono progressivamente diventati un compendio di tutto ciò che di strano e interessante sta avvenendo nel mondo oggi. A tutto discapito di personaggi e drammaturgia (due elementi che, a onor del vero, Gibson non ha mai considerato granché). Come se gli scrittori si lasciassero schiacciare dalla documentazione e dimenticassero l’immaginazione (che ha bisogno di limiti morbidi, non di spigoli aguzzi).
    Dall’altro lato, se è ben vero che la documentazione dovrebbe stare a monte della scrittura, nella mia esperienza – ed almeno per quanto riguarda la fantascienza – è in realtà molto più organica alla narrazione. Documentazione in ambito fantascientifico non è soltanto dare plausibilità alla tecnologia utilizzata, è anche dare sostanza al proprio mondo, trovarne i confini, comprenderne l’organizzazione. E qui nasce un problema. La scrittura viene davvero da una parte profonda di noi (King parla degli “uomini in cantina”). Ogni qual volta mi sono seduto e ho disegnato a freddo un mondo, cercando di delinearne tutti gli aspetti, di trovare tutte le risposte, non sono poi riuscito a scrivere ciò che avevo in mente, se non ad anni di distanza. Perché quelle informazioni non avevano avuto il tempo di sedimentarsi, di figliare. Erano fredde, sterili, morte. Nel mio processo, io scopro di cosa ho bisogno quando ne ho bisogno, e trasformo la documentazione in un processo impastato con la scrittura, che verrà poi raffinato in seconda o terza stesura. Non soltanto così riesco a scrivere, ma riesco soprattutto a disegnare mondi molto più interessanti. Aumentando l’organicità del processo, ottengo risultati molto più complessi e inaspettati (o almeno me ne convinco).
    Tutto ciò per dire che c’è davvero un confine labile tra la documentazione che rende potente la scrittura, e quella documentazione che la uccide nella culla.
    In ogni caso, gran bell’articolo.

  6. OK, Iguana, abbocco.
    il prossimo post lo facciamo su questo punto.
    Perché scrivere (sì, ok… giusto una questione facile) e perché scegliere un genere rispetto ad un altro.
    Nella mia personalisima e non condivisibile opinione, naturalmente.

    In appendice.
    Grazie a tutti per i complimenti.
    Il punto, io credo, è questo – dopo anni di pressioni, richieste e proposte, mi hanno segato per l’ennesima volta l’idea di un corso/laboratorio di scrittura.
    E allora devo buttare fuori dal mio sistema tutte le idee accumulate e represse.

  7. @Luca
    Bentrovato.

    Concordo almeno in parte su una certa deriva di taluni autori di fantascienza.
    Gibson è un esempio interessante – potremmo liquidarlo ricordandoci che non ha una formazione scientifica e quindi non mi aspetto da lui ciò che mi aspetto, per dire da uno Stross o da un Vinge.
    D’altra parte, ci sono autori di formazione umanistica che capiscono così a fondo il mondo della scienza, e le sue relazioni con la realtà, he possono scrivere opere straordinarie usando solo, per ambientazione, un’ipotesi, un laboratorio e due linee telefoniche.

    Sulla difficoltà di scrivere storie in un mondo perfettamente studiato e progettato… hehehe, dillo a Tolkien 😉
    Io potrei spiegare il blocco ipotizzando un eccesso di dettaglio.
    Se del tuo mondo immaginario sai veramente tutto, non hai più lo stimolo ad esplorarlo – che è poi ciò che fai scrivendo storie.
    Il mondo deve essere coerente, non necessariamente completo, quando cominci a scrivere.
    Mano a mano che la storia si sviluppa, potrai inventarti elementi che non avevi previsto – col solo vincolo che siano coerenti con ciò che hai già descritto.
    È per questo che, mano a mano che un progetto cresce (dal racconto alla serie, o al romanzo, o al ciclo di romanzi) cresce la necessità di documentazione – perché devi tenere per buono ciò che hai già detto, e intanto inventarti il resto…
    Ma io parlo dal punto di vista di chi scrive racconti – e difficilmente serve un mondo completo e immutabile, quando scrivi un racconto.
    Persino negli universi condivisi (penso a Thieves World), la “bibbia” copre gli essenziali, ma lascia spazio dimanovra ai diversi patecipanti.

  8. Concordo. In fondo ciò che lega documentazione, struttura, ispirazione ed esplorazione del proprio universo narrativo è la drammaturgia – di cui non si parla mai abbastanza – che altro non è se non un viaggio. Se sai tutto del posto in cui stai andando, non ha poi molto senso mettersi in cammino (al netto dei finestrini).
    Su Tolkien, potremmo liquidarlo ricordandoci che non era una scrittore… (provocazione, sia chiaro) 🙂

  9. Mah, definire “scrittore”…
    Poi, ok, Tolkien era essenzialmente uno sperimentatore, che voleva emulare il processo di creazione mitica che, secondo lui, era all’origine dei cicli mitologici e folklorici che studiava.
    O, se preferisci una definizione più sintetica, uno che scriveva fantasy.

    A me non è particolarmente simpatico, perché con gli anni e le riletture, i difetti cominciano apesare più dei pregi, ma eviterei di liquidarlo troppo alla svelta.

    E no, non lo faccio un post su Tolkien.
    Non subito, per lo meno 😉

  10. @ Davide: fantastico tre volte, e grazie mille volte. Mi sono gustato questi tre post, non immagini con che spirito. Un bambino con un fumetto o un adolescente con i suoi ormoni a mille davanti a una rivista pornografica non godrebbero sicuramente di più. Volevo proprio invitarti a proporre qualcosa del genere, visto come hai trattato l’argomento, magari come corso o laboratorio di scrittura, ma ho letto in tuo commento il riscontro negativo che hai ottenuto…
    be’ lasciamelo dire, non sanno cosa si sono persi.
    Naturalmente il discorso e ampio, per sviscerare tutte le problematiche che uno scrittore deve affrontare, i post dovrebbero essere sfornati a getto continuo.
    Nel frattempo, mi limito ad aggiungere che invidio la tua capacità e la tua competenza nel trattare l’argomento.
    Complimenti:-))

  11. Io penso che lo scrittore, in quanto creatore dotato di potere assoluto su ciò che scrive, debba imparare ad usare molto bene questo ruolo.
    Magari nel romanzo o racconto ci mette solo il dieci percento di tutto ciò che sa riguardo all’ambientazione, ai personaggi, e via dicendo, ma deve assolutamente avere chiaro almeno per sè anche il restante novanta. O forse ancora meglio sarebbe di tenersi una parte indefinita, per poter effettuare degli aggiustamenti in corso d’opera, man mano che la storia procede.
    Questo naturalmente è doppiamente importante nella narrativa di genere, dove oltre ad essere inventati i personaggi e le loro storie, anche l’ambientazione è solitamente in buona parte frutto della fantasia.
    La coerenza interna è importantissima (a meno che l’incoerenza non sia una precisa scelta, ma che va gestita bene) e dà al lettore la sensazione di trovarsi di fronte ad una possibile realtà alternativa, in cui esistono forze e leggi fisiche diverse dal nostro mondo ma che devono comunque sottostare a proprie regole.
    Tanto per fare l’esempio già usato della magia, mi è sempre piaciuto quando gli autori la descrivono (o meglio, la mostrano) come come la manifestazione di particolari forze fisiche presenti in quel mondo ma non nel nostro. In questo modo è una cosa che rimane imbrigliata all’interno di determinate regole, che io lettore non devo per forza conoscere. Chi scrive però è bene che abbia un quadro generale del suo funzionamento, in modo, quando deve mostrarmene l’utilizzo, di non contraddirsi.
    Altrimenti, per usare parole tue, come lettore inizio a pensare che chi scrive stia abusando della mia condiscendenza ad essere truffato. Truffato sì, preso in giro no.

  12. Mi unisco ai complimenti per questi post, che compendiano davvero gli elementi di un corso di scrittura. Da semplice lettore posso ribadire una cosa banale, e cioè che la vera magia non è tanto o non solo quella di illudere il lettore di conoscere a fondo tutto del mondo di cui si narra, ma soprattutto di avvincerlo a partire da elementi che, come sottolinei anche tu, alla base sono sempre quelli. E’ lì, nel ritmo, nella frase, nella costruzione della storia, o in qualcosa che non so definire… che viene fuori il vero illusionista: la documentazione, approfondita o abborraciata che sia, equivale al materiale di scena.
    Tornando al paragone con gli attori, massimo e ovvio rispetto per Dustin Hoffman, ma vuoi mettere un Mastroianni che semplicemente si impara le battute e si presenta sul set cinque minuti prima di girare, ridendo, fumando e scherzando e 5 minuti dopo ti sfodera magie?

  13. Esattamente.
    Esistono diversi metodi – l’importante è che funzioni.
    Però, forse, Mastroianni ne esce meglio…

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