strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Perché lo facciamo

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… e poi arriva l’Iguana.
Il silenzio di IguanaJo sulla mia lunga sequenza di post a tema narrativo cominciava a preoccuparmi.
Stai a vedere che ho toppato di brutto, pensavo.

E invece, come nei film di kung fu, l’avversario tosto arriva per ultimo…

Detto questo mi pare che manchi solo un tassello per completare il quadro.
[…]
Voglio dire, perché un autore preferisce il racconto storico a quello fantasy? O la fantascienza al realismo? O lo spionaggio al romanzo di denuncia?
Ovvero, perché si scrive quello che si scrive? Soprattutto quando lo si scrive per farlo leggere, intendo.
OK, ci sono i soldi e la gloria, ma credo che da soli non bastino a giustificare le ore spese al computer a scrivere, o in biblioteca a fare ricerca.

Io credo che anche il più mercenario degli autori in fondo scriva per cambiare il mondo, ma oh… si accettano anche proposte alternative.

E questo significa almeno altri due post.
Bello liscio.
(e ovviamente intendevo avversario in maniera assolutamente non-aggressiva – solo che “interlocutore” e “kung fu” non stanno così bene insieme)

Da dove cominciamo?

Cominciamo con la radio.
Un paio di giorni or sono, ascoltando la radio, mi sono imbattuto in un dotto dibattito sul rapporto fra adolescenti e lettura.
Gli adolescenti italiani leggono veramente un sacco, voglio dire, sei su dieci leggono almeno un libro all’anno, cose da capogiro…
Ma polemicuzze a parte, il dibattito (che mi interessa, vista la mia passione per la lettura) mi colpisce perché si discute di come il libro più letto dagli adolescenti sia Romanzo Criminale.
E sorvoleremo sul perché un libro su un gruppo di malviventi strafighi che fanno come cazzo gli pare possa piacere a degli adolescenti.
No, ciò che mi colpisce è che non bisogna essere esperti di statistica per rendersi conto, entrando in una libreria, di come gli adolescenti leggano sostanzialmente libri sui vampiri in tutte le salse, e mediocre fantasy pseudo-tolkienoide.
E non ci sono solo traduzioni – ci sono anche autori italiani che sfornano certe cose per alimentare il mercato.
Ora, il dibattioto rileva un dato essenziale – al di là della qualità o del valore letterario, al di là delle eventuali marchette radiofoniche, il genere viene ignorato.

E allora, perché scriverlo?
Considerando che al meglio ti ignorano, al peggio ti dicono che sei un pennivendolo, perché fare il lavoro?
Per i soldi?

Potrei buttarla sullo zen

Non siamo noi a scegliere il genere,
è il genere a scegliere noi

Che è fantastica, come frase, ma non so esattamente cosa possa significare.

In prima battuta, direi che si tende a scrivere ciò che ci piace.
La prima cosa che io abbia scritto e fatto leggere ad altri era una storia burroughsiana con città perduta, scimmie assassine, principesse discinte, cattivi cattivi a prescindere, conflitti psicologici risolti a randellate.
Perché Burroughs è infettivo.
Vi lascio immaginare come venne accolta.

(però no, davvero – guardate l’immagine qui di fianco, clickate e ingranditela – è di Frazetta – e ditemi se non vorreste essere lì… non nel senso di essere un muscoloide vestito di pelle di leopardo con una scimmia sulla schiena… nel senso di essere lì per condividere il mistero, l’avventura, quel panorama… lo sentite il vento? Il ruggito della cascata? Burroughs è infettivo! E Frazetta era un grande.)

Ma forse conviene partire da un passo prima, ed addentrarci – ma non troppo – nell’imponderabile.
Perchè scrivere?

In prima battuta, perché passare ore alla tastiera, perché documentarsi, perché rischiare il ridicolo?
E al momento non mi interessa il genere, la forma, il tema.
Ma perché scrivere?

Una mia ex collega dell’università sosteneva che io scrivessi racconti (pochi, all’epoca dell’università – ci torneremo) perché ero vanitoso, egocentrico e snob.
Era per questo, tra l’altro, che la dava a tutti gli altri, ma a me no.
(e non fate quela faccia, non era una cosa romantica per lei, perché dovrei ammantarla di romanticismo io vent’anni dopo?)

Ed in tutta onestà, credo che avesse ragione – sullo scrivere, intendo.

Molti scrivono per mostrarsi.
Che poi sia vanità o desiderio di comunicare, fate voi.

D’altra parte, dicono che Harlan Ellison abbia detto a Dan Simmons che se aveva una storia da raccontare, doveva farlo o soffrire in eterno.
O qualcosa del genere.
Dan Simmons disse poi che nessuno lo aveva ispirato nel diventare uno scrittore, ma che Ellison lo aveva terrorizzato fino a convincerlo.
Ed è credibile.
Per metterla in una maniera diversa – un mio amico (che era un grande narratore) osservò anni addietro che se ti travolge la catastrofe, e la prima cosa che ti viene in mente, mentre strisci via dai rottami, è come potrai usare certe idee per un racconto, allora sei fatto… sei uno scrittore.
Perché uno non fa lo scrittore.
È uno scritore.
E a me sta anche bene così.

Che poi, stringi stringi, significa – zitto e scrivi!
Il motore, la spinta iniziale, la furia di mettere delle parole in fila su un foglio… non ci interessa da dove arrivi.
Ci interessa che ci sia.
Ci interessa, casomai, riconoscerla, non negarla o soffocarla, magari per conformarsi alle aspettative altrui.

Detto ciò, perché un genere e non un altro?

Come accennato in apertura, se frequento prevalentemente un certo genere, è chiaro che il mio equalizzatore interno delle aspettative sarà settato in modo da rendermi più sensibile alle idee ch si innestano in quel genere.
È un inizio.

Poi…

Un motivo può essere strettamente mercenario – scrivo fantascienza perché vende (ehi, lo ha fatto Bob Heinlein, questo ragionamento!)
È il motivo per cui, ad una rapida occhiata dei cataloghi, oggi la maggior parte dei manuali per scrivere fantasy sono dedicati allo scrivere fantasy per young adults, e l’argomento ha sempre più spazio nei corsi e nei seminari alle conventions – è il genere che tira.

Oppure – ma ne abbiamo già accennato – è l’unica cosa a cui riesco a pensare.
Mi dicono “centurione romano” ed io lo immagino mentre si accapiglia con gli uomini-sciacallo per difendere una popputa principessa egizia.
La modalità sword & sorcery entra in automatico, con tanto di tableau-vivent ispirato a Frazetta.

Potrei però anche farlo translare, il mio centurione, in un universo parallelo (Turtledove chi?), farlo trasportare nel futuro (Poul Anderson), o farlo rapire dagli alieni (Niven & Pournelle), fargli risolvere un misterioso caso di omicidio (Lindsey Davis), ficcarlo in una satiraccia della vita militare (George MacDonald Fraser) o della pomposità imperiale (Goscinni & Uderzo), farne il protagonista di un musical (Shevelove & Gelbart)…
Io ho un sacco di buone idee (altrui) dalle quali partire.

Allra, perché scegliere un genere piuttosto che un altro?

Ricapitoliamo:

  1. Mi viene naturale farlo così
  2. Mi pagano per farlo
  3. Un genere mi offre delle possiblità che gli altri generi non mi offrono

Aha!
Eccolo lì.
La scelta consapevole del genere per comunicare qualcosa che in una forma diversa potrei comunicare solo con maggiori difficoltà – o non comunicare affatto.
È qui che le cose cominciano a farsi davvero interessanti.
È quando si arriva a questo punto che si è davvero irrecuperabili – però in gamba.

Perché non è più una questione di passione, non è più una questione di istinto, non è solamente una questione di denaro, è una questione di freddo ragionamento – ho una serie di strumenti a mia disposizione e sono capace di scegliere i migliori per svolgere il lavoro che intendo svolgere.

Ed è per questo – offro qui un’ipotesi che vale quanto la carta su cui è stampata – che molto del fantastico commerciale fallisce.
Perché è frutto delle fasi 1 e 2, è fan-fiction o mercenariato.
Se anche esiste la capacità di modulare gli strumenti, questa risulta subordinata alla scelta mercenaria, al dover soddisfare aspettative di livelo bassissimo.
Scrivo orrore lovecraftiano perché mi pagano, non perché io desideri esplorare il braccio di leva che collega un individuo finito ad un universo infinito.
Scrivo steampunk perché tira – se tirasse la pornografia ci mettere più sesso, se tirasse l’ecologia ci toglierei le vaporiere e ci metterei i mulini a vento.
Scrivo di vampiri adolescenti infoiati perché c’è una fortissima domanda – anche se non me ne frega nulla dell’adolescenza, dei rapporti di potere, dello sbilanciamento fra sesso e sentimenti nell’età adolescenziale, di cosa succede quando scopri che chi ami è un mostro… tutte balle, ho un lui bello e dannato e una lei figa (ma di classe) e romantica, e il mondo è contro di loro ma poi tutto finisce bene, anche se non scopano (magari nel secondo volume…), è tutto quello di cui ho bisogno, tanto vende.
Paradossalmente, il freddo ragionamento del livello 3 è meno cinico, meno arido, del puro mercenariato del livello 2.
Ed il risultato di solito si vede.

Ma ehi, chi sono io per fare il processo alle intenzioni?
Come faccio io a sapere cosa intendesse fare l’autore X quando ha scritto il libro Y?
E chi sono per sputare sentenze?
L’ho detto, è un’ipotesi fasulla.

Per tornare a noi, nel caso del nostro povero Sesto Aurelio Aculeo, a parte il lato scollacciato della vicenda, le curve dell’egiziaca e la mattanza degli uomini-sciacallo, a me potrebe interessare cercare di esplorare un mondo in cui una certa percezione della realtà, diciamo “magica”, sia fattuale.
Peché come osservava Terry Pratchett è difficile essere atei quando di notte gli dei possono venire a tirarti dei sassi contro le finestre.
E quindi, come potrebbe essere l’incontro fra il pragmatismo romano e l’ossessione religiosa egizia – specie se quest’ultima dovesse rivelarsi fondata su fatti reali?
E la scelta di questa esplorazione, del soggetto ma non del modo, nel caso del nostro amico centurione, un po’ dipende dai miei interessi, dai miei gusti personali, e un po’ dipende dal fatto che era in qualche modo implicita nell’originale proposta di Ferruccio – ma come pensava, un centurione romano, come vedeva il mondo…?

Un approccio fantastico – piuttosto che un approccio storico “puro” – mi facilita in questa esplorazione.
Potrei anche fare una cosa più di classe, molto più di classe, e esplorare l’idea in un contesto strettamente storico e realistico, giocando sull’ambiguità (coincidenza o maledizione? magia o suggestione?) e lasciando il soprannaturale conclamato completamente fuori scena.
Giocarmela tutta su lui che è un materialista (ma con le sue brave contraddizioni) e lei che è intrisa di misticismo (ma coi piedi per terra- è una tosta), bloccati insieme in una situazione al di là del loro controllo, ma assolutamente mondana – per quanto con risvolti… diciamo superstiziosi.
Grande dialogo, grande caratterizzazione, una attenzione estrema all’ambiente…
Conoscendomi, sarebbe un lavoro più lungo.
Dovrei fare più ricerca, avere un quadro molto pù definito della religione egizia.
Nulla che non si possa sistemare sfogliando il vecchio Wallis-Budge, certo.
Ma sarebbe una cosa diversa.
Non necessariamente migliore, ma diversa.
E troverei divertente lavorare su entrambi gli approcci, ma per motivi diversi. (*)
Le due storie avrebbero un mercato diverso, e un pubblico diverso – con diverse aspettative, e toccherebbe fare attenzione a come etichettarle, perché etichettare la seconda ipotesi semplicemente come Sword & Sorcery potrebbe portarla in mano ad un pubblico con aspettative diverse, e risultare in un flop.

Poi è chiaro che ciasscuno col genere ci può fare quello che gli pare, ed a volte una spada è solo una spada.
Ma a ben guardare, ciascuno di noi ha un proprio perché per prediligere un genere rispetto a un altro – o per scegliere un genere rispetto ad un altro.

Ma lo sapete che i post lunghi non mi piacciono, perciò dello scegliere consapevolmente i generi e del cambiare il mondo, parliamo nel prossimo.

(*) NO, razza di carogne, non li scrivo tutti e due!

=-=-=-=-=
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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

14 thoughts on “Perché lo facciamo

  1. Pingback: Perché lo facciamo « strategie evolutive

  2. E’ un po che seguo questi post e non commento, per vari motivi ho deciso di farlo.
    Vorrei essere il tipo leopardato con la scimmia sulla spalla? Forse! Se la scimmia fosse veramente un primate reale, si mi piacerebbe. Se si trattasse della scimmia sulla schiena che non è primate ma “scimmia-sulla-schiena” potrei avere il dubbio che la cascata non sia tanto reale ma nella mia testa 🙂

    Scherzi a parte, finora non ho commentato perché ho avuto sempre un rapporto strano con la scrittura, nel senso che a volte ho cominciato qualcosa (senza mai finirla) a volte ho scritto pezzi di qualcosa (senza capo ne coda) ma mi è mancata sempre la voglia e la capacità di mettermi a scrivere “seriamente” (intendo di portare a termine qualcosa che ho cominciato, non di scrivere un bestseller o altro .
    Questi post stanno dando nuova energia alla mia voglia di scrivere e chissà che non riesca a mettermi uno di questi giorni.
    Sono d’accordo con te per quanto riguarda l’analisi delle motivazioni di scelta di un genere. Ed è un peccato vedere come spesso cavalcare l’onda di un genere, scrivendo esclusivamente x mercenariato, lo stravolga e lo rovini. Vampiri a parte (su cui non voglio pronunciarmi x partito preso) il fantastico per young adults è stato da sempre uno dei miei generi preferiti (sputatemi addosso :)) quando ancora non era l’unico genere che vendeva. La saturazione del genere seguita all’over-market l’ha proprio sputtanato, secondo me.
    Scusa sto scrivendo un commento quasi più lungo del post quindi qui termino!

  3. Nessun problema sulla lunghezza.

    Il mondo anglosassone (non saprei riguardo ad altre aree, perché non le frequento) ha una lunga tradizione di narrativa “graduata” – da quella per bambini a quella per adulti – sempre di buon livello qualitativo.
    E fino ad una decina di anni or sono, la produzione Y.A. era anche spesso molto interessante – penso ad una cosa come Hawk in Silver di Mary Gentle, a certe cose di Tanith Lee, alla produzione per ragazzi di DeLint, i romanzi di Philip Pullman, ecc.
    Forse è semplicistico imputare lo shift del mercato al successo di Harry Potter, ma di sicuro, il successo della Rawlings ha attirato in questo settore del mercato molti autori che per il genere non sono così portati (mettiamola così).
    È interessante che le cose migliori uscite nel “dopo Potter” siano state scritte in aperta critica del modello della Rawlings (penso a The Blue Girl di Charles De Lint, soprattutto).

    Sullo scrivere scene isolate, incipit che non vanno da nessuna parte, e vignette assortite, non c’è da preoccuparsi – credo capiti a tutti.

    E sì, sì, scimmia in senso di scimmia-scimmia, mica di scimmia, quell’altra.
    A no, come sostanza per alterare le percezioni, basta la letteratura 😀

  4. Troppa carne al fuoco, mannaggia!

    Permettimi, causa mancanza di tempo, di ribadire solo su due o tre punti.

    “se ti travolge la catastrofe, e la prima cosa che ti viene in mente, mentre strisci via dai rottami, è come potrai usare certe idee per un racconto, allora sei fatto… sei uno scrittore.”
    Ok… fatto. Più volte. Mi ritrovo perfettamente nell’esempio.
    Ma anche…
    “Una mia ex collega dell’università sosteneva che io scrivessi racconti (…)perché ero vanitoso, egocentrico e snob.”
    Toh, una mia carissima amica, forse quella che mi conosce più di tutti, dice lo stesso di me. Solo che io sono un vanitoso-schivo. Nel senso che, di persona, arrossisco se mi fanno un complimento, minimizzo, a volte vorrei sprofondare. Mentre sulla carta esce il meglio (o il peggio) di me. Il che non è male.

    Discorso sui generi: io scrivo di determinate cose perché mi piace innanzitutto leggerle. E, nella sconfinata presunzione tipica di ogni scribacchino, penso e spero di poterle “riscriverle” (prendi questo termine con le pinze) meglio. Meglio per me e meglio per i lettori.

    Per ora accontentati, sperando di non aver scritto castronerie 😉

  5. Niente affatto.
    Anzi – ha contribuito al post di domani – ammess che io trovi il tempo di scriverlo!

  6. Come mi mancavano le vostre pagine, le discussioni, i quesiti posti nell’html che ci squassano fino a farci postare dei commenti…
    Un genere si sceglie volontariamente se si scrive per uno scopo: soldi, richieste editore, sceneggiatura, poesia.
    Quando si scrive e basta, come impulso febbrile inarrestabile, non si pensa a quale sia la casella in cui inscatolare le parole, le storie. Io spesso scrivo perchè scrivere mi calma, perchè tutto quello che vedo mi fa chiedere ai baristi fazzolettini e penne senza tappo su cui appuntare frasi, parole chiave, idee.
    Ho mille taccuini e mille frasi sparse tra pagine, registratore vocale, tovagliolini, pezzi di tovaglie di carta. Scrivo come in preda ad una febbre, e solo vedere le parole nero su bianco mi calma, come una bestia che ha mangiato abbastanza.
    Penso che il motivo per cui scriviamo sia determinante per il genere.
    E si, siamo maledettamente egocentrici noi scrittori. Scriviamo per essere letti, mica soltanto per il piacere di autocelebrare l’intelletto. Noi ci conosciamo già. A cosa servirebbe scrivere solo per noi? Noi siamo qui in questo blog per confrontarci, FARCI LEGGERE mentre leggiamo gli altri.
    Inutile mentire, qualsiasi forma d’arte presuppone un altro da se’, un pubblico. I musicisti per cosa salgono sul palco? Perchè gli piace stare tra loro stretti stretti a sudare? O forse per essere osannati da un pubblico urlante, da donnine discinte?
    E i pittori? Gli Scultori? Tanta fatica per tenersi la statuina in casa? NAAAA siamo tutti più che egocentrici…solo che pochi lo ammettono

    (MI SIETE MANCATI TANTO!)

  7. E credo di interpretare il sentimento collettivo se dico che tu sei mancata a noi.
    Bentornata!

  8. Bentornata, Lady!

    1,2,3 sono un po’ come i colori primari, si possono trovare in forma pura ma molto più spesso sono mescolati.

    1) Ci sono autori la cui sensibilità personale porta naturalmente a tornare su temi,motivi, interessi e approcci che fanno sì che la loro opera si situi in un determinato genere. Magari possono scrivere anche altro, ma è a quello che tornano.
    In quel caso non è questione di imitazione di altri, quanto di espressione più congeniale, “naturale”.

    2) Ce ne sono altri che magari hanno un interesse per determinati stili-narrazioni-generi, ma sono anche costretti a scendere a compromessi col mercato.
    Alcuni di cui qualche anno fa ho letto racconti belli e originali, oggi me li vedo uscire con titoli come “The Patriot Witch” (trilogia urban fantasy) o “Mansfield Park and Mummies”.
    Non sarà mercenariato puro, probabilmente cercheranno di metterci dentro quanto più possibile di personale, ma sicuramente non è una scelta totalmente spassionata e il retropensiero di non scontentare i più tradizionalisti fra gli amanti del genere ci sarà.
    D’altro canto, se con pochi ritocchi cosmetici puoi inserire il tipo di storia che vorresti scrivere in un genere o sottogenere di maggiore successo commerciale, magari un ambientazione fantasy con vampiro gnokko invece di un alternate history pura e semplice, perché non farlo?

    3) Ci sono autori che non si pongono il problema del genere ma seguono un idea fin dove li porta, e di volta in volta scrivono il romanzo che li interessa nel genere più adatto allo scopo.
    Però questo è più facile per autori che vengono dal mainstream, oppure hanno un discreto successo o uno zoccolo duro di seguito personale. Chi scrive un giallo dopo tre romanzi di fantascienza rischia seriamente di essere snobbato da entrambi i mondi: non verrà più recensito dal primo e sarà un esordiente sconosciuto nel secondo.

  9. Ottime osservazioni

    Però…
    Giorni addietro ho visto, online, uno stralcio di intervista a Dan Simmons, uno che ha pubblicato fantascienza, horror e thriller senza troppi problemi per una ventina d’anni, ormai.
    Beh, comunque, Simmons stava firmando autografi in una biblioteca, e un fan gli chiede cosa sarà il suo prossimo libro, di che genere sarà.
    E Simmons gli risponde “Ho deciso di lasciar stare il genere per un po’ e provare una cosa nuova. Hai sentito parlare di bestsellerdom? Vorrei provare con quello.”
    È un’intervista del 2006, e spiega probabilmente perché le ultime cose di Simmons siano state un po’…blah.

  10. Scusate il ritardo… non avevo letto i commenti, e mi ritrovo abbastanza in ciò che scrive Corsaronero (tipo leopardato a parte…)Anche a me state facendo tornare la voglia di scrivere…. e non so se è un bene. Comunque, grazie. Queste discussioni mi piacciono veramente tanto.

  11. Proprio oggi è uscito il nuovo numero di una bella rivista online, Salon Futura, con due articoli particolarmente interessanti per quanto riguarda questa discussione.

    Il primo, “What Is Genre Anyway” prende spunto dall’articolo di Docx per discutere di genere in termini di formula, innovazione, categoria commerciale o semplicemente lente attraverso la quale osservare un testo

    http://www.salonfutura.net/2011/01/what-is-genre-anyway/

    Il secondo è un intervista a Jon Courtenay Grimwood, uno degli autori preferiti miei e di Iguana, (ed è a lui che pensavo quando sopra ho scritto, pensando male “…ambientazione fantasy con vampiro gnokko invece di un alternate history pura e semplice” )

    e parla di come gli è venuta l’ispirazione per il suo imminente romanzo – appunto ambientato in una alt-Venezia, e del suo approccio a ricerca e worldbuilding

    http://www.salonfutura.net/2011/01/in-conversation-with-jon-courtenay-grimwood/

  12. Letto il pezzo su Salon Futura.
    Fornirà munizioni per il futuro.

    E terrò presente il pezzo di Grimwood (autore che frequento poco, ma che ha – nel poco che ho letto – una notevole prosa), perché il worldbuilding è uno degli argomenti che mi interessano di più, ed a suo tempo avrei dovuto tenere una dotta lezione in una biblioteca torinese – dove il giorno X ci trovammo io, un paio di amici che le mie chiacchiere le conoscono a memoria, e due bibliotecarie, e decidemmo di fare altro 😉

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