strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

E.R. Eddison

23 commenti

Cosa penso di Eddison.
Io non penso a Eddison.
Mi limito a evitare il più possibile l’alcova che contiene la sua statua, in nero basalto, ed a genuflettermi lì davanti di quando in quando, conscio che non sarò mai come Eddison, e forse è una fortuna.
Io sono solo uno che suona il piano al piano bar del fantastico.

Oggi lo conoscono in pochi, E.R. Eddison.

C.S. Lewis lo lodava sperticatamente.
A John R.R. Tolkien piaceva come scriveva, ma trovava la moralità della sua narrativa discutibile.
(non avevamo appena lasciato questa festa?)
Dal canto suo, Eddison considerava l’opera di Tolkien “moscia” (beh, ok, lui era un gentleman, usava termini più forbiti. Ma la considerava moscia).

Per alcuni autori – Leiber tra loro, ma anche Silverberg, e K.E. Wagner – nulla di più eccelso venne mai scritto, nell’ambito del fantasy, quanto The Worm Ouroboros, che Eddison pubblicò nel 1922.
Persino Moorcock ne parla bene, e ne loda l’abilità nel tracciare cattivi tridimensionali.
E M. John Harrison ha ammesso una certa influenza, in gioventù.
Io, tanto per fare come al solito il bastian contrario, preferisco i tre romanzi di Zimiamvia.

Eddison non aveva tempo per inventarsi strani linguaggi e scriverci poesiole leziose.
Mistress of Mistresses, l’unico volume della trilogia ziamiamviana correntemente di facile reperimento, con quel suo titolo un po’ equivoco (buttatelo in Google e vedrete!) si apre con una dedica

W.G.E.
a te, madonna mia
ed al mio amico
Edward Abbe Niles
io dedico
questa
visione di Zimiamvia.

E poi, bang!, una pagina di Baudelaire.

E poi il primo capitolo, con il suo stile da monologo, scritto in seconda persona

Lascia che io raccolga i miei pensieri un poco, seduto qui da solo con te per l’ultima volta, in quest’alta finestra occidentale del tuo castello che hai costruito così tanti anni or sono, perché incombesse come il nido di un’aquila di mare sulle pareti grigie d’acqua del tuo Raftsund. Siamo fortunati, che questo sia dovuto accadere nella stagione della piena estate, piuttosto che in qualche notte infestata di troll dell’Inverno Artico. Almeno, io sono fortunato. Perché c’è pace in queste noti di Luglio Artico, in cui il sole a malapena s’inchina sotto all’orizzonte per svegliare con un bacio la lunga alba. E su di me, seduto nel bovindo sui tuoi cuscini di tessuto d’oro ed i tuoi tappeti di Samarkanda che spezzano il gelo del granito, qualcosa spande la pace, come quei grandi gigli dal colore sulfureo nel tuo vaso Ming spandono il loro profumo nell’aria.

E tanti saluti agli Hobbit ed ai loro buchi, saremmo tentati di dire.
Era il 1935.

Gli eroi di Eddison sono tutti nobili e sprezzanti nei confronti della plebe, le loro donne sono tutte bellissime ed orgogliose della propria bellezza. e volere è potere nelle terre di dei Tre Regni di Zimiamvia.
Ed in effetti, nascere meno che eroi in Zimiamvia significa venire calpestati dalla cavalleria o fatti a fette dai fanti, ma comunque avere una vita breve, e priva di significato.
Cosa narra Mistress?
Una guerra di successione.
Il vecchio re Messentius era un uomo di polso, ma il suo erede è un debole (e anche abbastanza bastardo), e gli intrighi si intrecciano e si sovrappongono, mentre i nobili pianificano il proprio sanguinoso percorso di ascesa sociale, e la gelida, Lady Fiorina decide di giocare la propria mano – poiché cosa possono gli uomini contro le arti di una donna?
Non aspettatevi sesso e sciabole, non aspetatevi la commediaccia, non aspettatevi nulla se non la più cupa meditazione sulla fallibilità umana, e la più esilarata celebrazione delle armi, della volontà, del destino.
Il testo fluisce con una cadenza pre-dickensiana, usando le parole per costruire strutture meravigliose, mentre la tragedia – esiste forse un’altra forma narrativa che possa soddisfare i signori di Zimiamvia? – si dipana come un meccanismo ineluttabile fra paesaggi barocchi, dialoghi dotti ed eleganti, ed imprese eroiche.
Al centro dell’azione, Lessingham, l’unico uomo fidato a corte, rischia di fare la fine di Rosencrantz e Guildernstern – perché se uno spettro infesta le pagine di Eddison, certo non è quello di un pulcioso scaldo dell’età del ferro, ma appartiene a Bill Shakes in persona, il Bardo di Stratford.

Ecco, io leggo tre pagine di Eddison e mi fa questo effetto.
Pensate in che condizioni mi può ridurre attraversare le quasi mille pagine della trilogia di Zimiamvia.

E dire che la trilogia è incompleta – Eddison morì prima di completare The Mezentian Gate.
Che sarebbe poi il primo dei tre libri, cronologicamente.
Primo, pubblicato per ultimo, e incompiuto.
Che ci sta anche – considerando che il lavoro più popolare e facilmente reperibile di Eddison, The Worm Ouroboros, si chiude su se stesso tornando a cominciare da capo.
Era fatto così, Eddison.
Quanto doveva trovare noiose, quelle lunghe ore in ufficio!

Eddison era un dipendente dell’Ente per il Commercio, e ricevette un cavalierato per i suoi servigi – ma è chiaro che sotto sotto covava qualcosa di molto più feroce e belligerante della vita in mezzemaniche.
Non per nulla aveva interessi ampi e variegati – amava l’arte (possedeva un Matisse) ed era uno scalatore, un frequentatore dei balletti e dei concerti, un fautore della vita all’aria aperta. Aveva studiato l’Islandese per leggersi di prima mano le saghe nordiche.
Come si conviene, Ouroboros è un colossale baraccone pieno di battaglie, tradimenti, politica e colpi di scena, per tacere della passione che spazza i protagonisti come un uragano estivo.
Il testo completo è disponibile tramite il progetto Gutenberg – ed è un bene, perché Eddison tocca leggerlo in originale, o non rende niente.
La vecchia edizione Fanucci è quasi illeggibile (e non invidio chi si è dovuto sobbarcare la traduzione, perché è uno di quei lavori che ti segnano per sempre).

Ouroboros usa un framing device abbastanza trito, che colloca la storia su Mercurio e passa in rassegna un vasto cast di nobili protagonisti, impigliatio in una situazione politica che scivola in poche (relativamente) pagine, in guerra guerreggiata.
L’avvio è lento, poco piacevole, legnosetto anziché no.
Poi Eddison trova il ritmo.
E poi, fuoco alle polveri.
Dopo svariate centinaia di scontri epici, ammazzamenti in tutte le salse, tradimenti orribili, scontri con mostri leggendari, cerche per artefatti meravigliosi, ancora ammazzamenti e tradimenti, i protagonisti decidono che in fondo è stato un gran bel divertimento, ed implorano gli dei di poter ricominciare da capo.
E la storia riparte dal secondo capitolo – o giù di lì.
Il che è agghiacciante, se considerate che venne pubblicato quattro anni dopo la mattanza della Grande Guerra.
Ma è proprio nel suo anacronismo assoluto – di linguaggio, contenuti ed intenti – che fa grande l’opera di Eddison.

Chiaro che uno come Tolkien (e non solo lui) davanti ad una cosa del genere, si trovava coi calzini arrotolati alle caviglie.
Per non parlare della snervante abitudine di Eddison di inventarsi i nomi dei personaggi a capocchia – anziché curare lì’aspetto etnolinguistico della questione – e di infarcire la narrazione con opesie scritte da altri (Omero, Saffo, Webster) invece di scriversi le sue (magari previa definizione di una lingua ed una grammatica fittizie ma coerenti, e la stesura di quei sei o settecento anni di background storico assolutamente essenziali…)

C’è in Eddison, mescolata all’erudizione ovvia, la passione per la narrazione.
Eddison è un emotivo, che ama personaggi colossali che compiono scelte categoriche.
Non per nulla Lyon Spague de Camp lo definì “Superuomo in bombetta” nel fondamentale Literary Swordsmen and Sorcerers.

Ed ora qualcuno potrebbe dirmi, ah, ma allora fai tante storie per il razzismo di Tolkien, e poi ti leggi un libro di un fascio come Eddison.
Ma sarebbe un’osservazione sciocca.
Poiché Eddison non desidera insegnarmi nulla, non ha un intento morale, considera probabilmente la morale una cosa per i contadini, il Bene e il Male concetti vuoti nell’esistenza dei grandi, e la sola giustificazione della sua arte è l’arte, l’unica giustificazione dell’avventura è l’avventura, l’unica giustificazione della passione è la passione.
E comunque, gli eroi e gli antieroi di Eddison – e le sue donne! – non hanno bisogno di giustificazioni.

Leggetelo, se osate.
E leggetelo ad alta voce.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

23 thoughts on “E.R. Eddison

  1. chapeu Davide!🙂

  2. chapeau sorry😉

  3. Sì, complimenti!
    Comincio a prenderci gusto a questi profili dei Masters of Fantasy: spero che la serie continui…magari con John Crowley!!

  4. Grazie, Dal!

    John Crowey me lo tengo per il weekend.

  5. Ahimé, di Eddison ho letto solo il Verme Ouroboros, e pure in traduzione Fanucci. Possente anziché no, ma quei tizi in farsetto elisabettiano (a volte descritto con cura maniacale, nemmeno fosse il catalogo di un museo del costume), con corna e zanne, che ragionano come stramaledetti eroi del Valhalla non mi suscitano gran simpatia. Ed i nomi sono effettivamente strampalati, c’è poco da fare, anche senza tirare in ballo decennali progetti glossopoietici. E mi pare manchi un elemento invece presente anche nelle tragedie più cupe del tizio di Straford, cioè il clown a fare da contraltare.

  6. Ripeto, tradurre Ouroboros non è un lavoro che augurerei a nessuno.
    Se cicchi il ritmo – ed è molto facile, visto che l’italiano non è l’inglese – il risultato è blah.
    Riguando all’assenza del contrappunto comico – forse in Zimiavia c’è qualcosa di più, perché Zimiavia è scritta tenendo il volume un po’ più basso.
    Ma molto dell’umorismo di Eddisono è rarefato – ci si mette un po’, a capire che scherzava.

    E i nomi strampalati, sì, sono proprio solo stramplati.

  7. Ho letto il Serpente Ouroboros non so quanti anni fa, forse un pò troppo piccolo per capirlo.
    Vi ero stato attirato, se non ricordo male, proprio dal serpente che si morde la coda, simbolo della ciclicità e dell’infinito, che avevo conosciuto grazie alla Storia Infinita di Ende.
    La Trilogia di Zimiamvia invece non sono mai riuscito a trovarla…

  8. L’ultima edizione completa e affidabile di Zimiavia è del 1992 (mi pare) per i tipi della Dell – è il volume la cui copertina è riprodotta nel post.
    Eccellente introduzione.
    Lo si trova, usato, a prezzi che vanno dai 5 ai 70 dollari.
    Ce ne sono certamente anche nuove edizioni – anche per Kindle – ma spesso il testo è zeppo di refusi.

    Altrimenti, c’è Mistress of Mistresses, edizione Gollancz nella collana Fantasy Masterworks, che credo costi meno di dieci euro, e riprende la veste grafica (interna) dell’originale del ’35.
    Non è molto, ma è il minimo indispensabile.

  9. Anche questo segnato. Ouroborous è uno di quei libri che senti nominare ma finisce che non leggi mai, e Zamivia mi ispira un sacco. Da come ne parli, mi fa venire il mente Roger Zelazny, in particolare quello di Amber. Penso sia possibile che RZ ci abbia tratto ispirazione.

  10. Caspita, mi hai fatto venire voglia di leggerlo, e non è facile spingermi a leggere un fantasy. Va bene, ti lancio ora una sfida tripla: Hyperion di Simmons, Uplift di Brin, e la saga del centro galattico di Benford. Che mi dici?

  11. L’avevo scaricato a suo tempo ma non l’ho mai letto.
    Già sarebbe comunque molto lungo al computer, pensare poi ad una Jacobean Tragedy che continua per centinaia e centinaia di pagine un po’ mi taglia le gambe.

    Invece fra i classici entrati nel pubblico dominio mi erano piaciuti i romanzi di Charles Williams e A Voyage to Arcturus di Lindsay. Quest’ultimo in particolare sarà old ma continua ad essere più weird del new weird.

    In tema di richieste prenoto M John Harrison per il prossimo weekend…

  12. Grazie, terrò gli occhi aperti per eventuali acquisti.
    Al momento comunque di carta da “masticare” ne ho già molta🙂

  13. Belli questi post, li apprezzo molto sebbene commenti poco. Eddison mi intimidisce non poco in originale, con quei monoblocchi di testo, proverò un assaggio da Gutenberg.

  14. Pensa che io ho comprato l’edizione Fanucci de IL SERPENTE OUROBOROUS e non sono mai riuscito a cominciarla.Però si è vero, i nomi dei suoi personaggi sono molto strampalati.Lo stesso Tolkien dimostrava apprezzamento per nomi e personaggi come Lessingham.
    Comunque mi hai fatto venire voglia di andare a leggere i tuoi post su Tolkien ,dato che come sai me li sono persi.

  15. Di suo nemmeno Tolkien voleva insegnare morali o simili: non aveva intenti allegorici e anzi odiava l’allegoria («Io però detesto cordialmente l’allegoria in tutte le sue manifestazioni, e l’ho sempre detestata da quando sono diventato abbastanza vecchio ed attento da scoprirne la presenza. Preferisco di gran lunga la storia, vera o finta che sia, con la sua svariata applicabilità al pensiero ed all’esperienza dei lettori. Penso che molti confondano “applicabilità” con “allegoria”; l’una però risiede nella libertà del lettore, e l’altra nell’intenzionale imposizione dello scrittore»; prefazione alla seconda edizione). I suoi scritti partono dai linguaggi (e dal voler creare una mitologia) e gli sono funzionali; poi sicuramente hanno risentito delle sue credenze, ma la differenza con autori come Lewis, che esplicitamente scriveva per trasmettere una determinata visione, non è poca.

  16. no, menzionerò il rapporto con tolkien non per il razzismo ma proprio per lo stile. io li ho letti tutti e due in italiano… non c’è davvero paragone. il volume fanucci intitolato zimiamvia è semplicemente pallosissimo: è lento e pesante e barocco. del mix di cose varie che sono presenti (arazzi persiani in mondi fantastici, ancorché raggiungibili, oggetti, personaggi, vicende che fanno pensare a ezra pound più che a qualsiasi scrittore fantasy) rende ancora più denso e indigesto il pappone. dici che eddison scherzava, avrò capito male, a me pareva uno che si prendeva fin troppo sul serio.
    ho imparato una sola cosa, leggendo quel libro: visto che l’avevo comprato perché riportava una frase di tolkien (“il più credibile inventore di mondi che abbia mai letto”, ma cito a memoria, potrei sbagliarmi), è allora che ho imparato a diffidare dei consigli dei pezzi grossi.
    ecco, diciamo che ci vorrebbe qualcuno che faccia quello che fece brooks con tolkien: riscriverlo togliendo tutte le parti noiose. o c’è già?

  17. Quoto Quiller.

    BTW non credo leggerò mai Eddison, che in effetti quel genere di contenuti non mi hai mai particolarmente attirato. Però apprezzo – come sempre – l’entusiasmo e la preparazione del padrone di casa.

    E già che ci sono: ho in casa da tempo tre volumi de Le Cronache di Thomas Covenant. Che mi dici di Donaldson?
    (Oh… senza fretta che vedo che c’hai una coda di richieste non indifferente…)

  18. Grazie Davide, davvero apprezzato.
    Mi permetto di aggiungere solo due note.
    innanzitutto, credo che si debba sottolineare lo stile “onirico” di Eddison (almeno dell’Eddison di Zimiamvia).
    Dici giustamente che i suoi eroi nonhanno bisogno di giustificazioni, ed è vero, perchè lo schema di comportamento che seguono è giusto per il semplice fatto che _è_. Non è un caso che il filosofo di corte di Barganax sia uno spinoziano.
    Il tono onirico è dato anche dal ritmo con cui procede la storia: il finale di Mistress of Mistresses è immediato, rapido, senza appello, come quando si aprono gli occhi al mattino e un sogno vola via.
    Per questo motivo credo che Zimiamvia vada letto di notte, tra la mezza e le due (almeno, io faccio così).
    Seconda nota: gli elementi reali. Citare Saffo, Spinoza o i tappeti persiani ha un preciso scopo narrativo (che è lo stesso perseguito con l’alternanza di capitoli “Zimiamviani” e “Terrestri” nel secondo volume della trilogia, Cena di Pesce a Memison): quello di mostrare che il mondo fantastico di Eddison è in diretta comunicazione, direi immerso, in quello reale, quotidiano e prosaico. Per citare Cena di Pesce, non è altrove, ma nel frattempo.
    E questo atteggiamento, se vogliamo analizzare i rapporti fra un autore e la sua creazione, è unico e anche coraggioso.

    PS
    Cazzo, potessi scegliere di fare una cosa nella vita, farei la Shannara di Zimiamvia!

  19. @Iguana: credo che su Donaldson, perculato da anni da David Langford su Ansible per le ardite scelte lessicali, un post di Davide ci farebbe molto divertire..

  20. Non posso assentarmi una sera senza che mi presentiate una lista di richieste da festival del piano bar.
    Però, una volta assolto Crowley che è già stato richiesto e confermato, redo mollerò er un po’ il fantasy, emi butterò sui tre colossi citati da Giuseppe.
    Un po’ di fantascienza, finalmente.
    Comnciando magari con l’Uplift…

  21. @jonnie. occhei, sembrerò un troll e non desidero esserlo, è davvero ignoranza/stupidità (o come si vuole chamare la possibilità di accedere solo a un certo numero di livelli di lettura e non ci si sa innalzare), ma scrivi:

    Dici giustamente che i suoi eroi nonhanno bisogno di giustificazioni, ed è vero, perchè lo schema di comportamento che seguono è giusto per il semplice fatto che _è_

    cosa distingue personaggi che si comportano così da personaggi che si comportano così ma dei quali si dice che il loro atteggiamento è ingiustificato e quindi il loro autore non sa(peva) scrivere?

  22. ldr, non ho capito.
    I personaggi di Eddison, almeno, alcuni di essi, potrebbero sembrare un po’ capricciosi, ma questo comportamento difficilmente è fastidioso. Piuttosto che dirti “che manica di spocchiosi fancazzisti” ti dici: “che uomini (e che donne!)”.
    In altri casi ci sono eprsonaggi dal comportamento inspiegabile, apparentemente proni al male che pur disapprovano (Gro nel Serpente e Lessingham a Zimiamvia). Ma anche qui, il loro comportamento appare chiaro appena si lascia perdere il giudizio morale.

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