strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Scimmie, delfini ed altri terrestri

24 commenti

Nuova settimana, il piano bar del fantastico continua a lavorare a pieno regime (dovremo ingaggiare un paio di cameriere per servire ai tavoli) ma questa settimana si cambia dominio.
Basta col fantasy, per un po’ – anche perché s’è visto che se passiamo parlare, dalla solita heroic fantasy con gli elfi a qualcosa di più sofisticato, vi zittite tutti.
Cerchiamo allora di farci degli altri nemici parlando di fantascienza.
Quella vera.
Abbiamo tre belle richieste sul tavolo, cortesemente presentate da Giuseppe, e nientemeno che Asimov, col quale Francesco ha rilanciato, e quindi, per carburare, cominciamo con quella più facile.
Che è anche la più difficile, forse.

Cominciamo con l’Universo dell’Uplift, di David Brin.

At 40 million kilometers, the Sun was a chained hell. It boiled in black space, no longer the brilliant dot that the children of Earth took for granted and easily, unconsciously, avoided with their eyes. Across millions of miles it pulled. Compulsively, one felt a need to look, but the need was dangerous.

Ora, apriamo con un bel disclaimer – sono un fan di David Brin, fin da quando lessi Sundiver ai tempi del liceo.
Ho letto gran parte di ciò he ha scritto – attualmente mi sto aprendo la strada attraverso The Transparent Society per la seconda volta – ammiro le sue capacità come scrittore e come scienziato, e quando metto mano ad una storia di fantascienza, se mi incarto (e succede), la domanda ovvia è “Cosa farebbe David Brin?”
A confermare la mia estasi da fanboy, David Brin si è anche dimostrato un individuo di una cortesia e di una disponibilità estrema quando, tempo addietro, lo avvicinai per cooptarne la collaborazione al progetto Alia.

Parlare del ciclo dell’Uplift significa parlare di ciò che maggiormente mi attrae nell’opera di uno dei miei autori preferiti.
Ciò rende questo post molto facile e molto difficile.

Cominciamo con un rapido riassunto delle puntate precedenti.
Uplift, in che senso?

L’idea alla base della serie (sei romanzi – tre più o meno a se stanti e tre in forma di trilogia – più alcuni racconti) è che le Cinque Galassie (inclusa la nostra) siano popolate da un certo numero di specie intelligenti, legate da un rapporto clientelare.
In un passato remotissimo, i Progenitori (scomparsi da strani eoni) hanno “innalzato” (uplifted) alcune specie animali, dotandole di intelligenza.
Atto di generosità o calcolato sfruttamento? Questo ha pocas importanza.
Ciascuna di queste specie ha successivamente fatto altrettanto con altre specie… e così via, in una catena che lega da milioni di anni la specie cliente ad un periodo di servitù forzata sotto alla specie patrona, prima del conseguimento di una dignità (quasi) pari, e la possibilità di elevare altre specie a propria volta.
Il rapporto patrono-cliente ha un significato più o meno sacrale (con diversi gradi di integralismo), ed un significato politico abbastanza ovvio.
Poi, un giorno, la civiltà delle Cinque Galassie si imbatte in un pianeta marginale, popolato da una razza di mammiferi bipedi che si fanno chiamare “umani”.
E cominciano i problemi.

In primo luogo, gli umani sostengono di non aver subito l’uplift, ma di essersi evoluti spontaneamente fino all’intelligenza.
Che è un’eresia (nel vero senso della parola).
Secondariamente, gli umani hanno manipolato geneticamente due specie del proprio pianeta – scimpanzé e delfini – arrogadosi perciò il titolo di specie patrona per un loro piccolo uplift illegale e non sanzionato.
Che è una seconda eresia ed un peccato di gravità incommensurabile, pari a quello di upliftare una specie e poi abbandonarla a se stessa (come alcuni pensano sia accaduto agli umani).

Se il primo contatto causa perciò un discreto stravolgimento della civiltà umana (ci sono persone che vogliono credere che noi si sia stati upliftati da un patrono alieno), gli effetti sulla civiltà delle Cinque Galassie non sono da meno, tanto a livello politico che a livello religioso.
C’è chi odia gli umani, chi vorrebbe reclamarne l’uplift, chi in fondo li trova simpatici, chi li considera semplicemente utili.

E poi ci sono i casi specifici, dati dal fatto ched gli umani sono, di fatto, dei piantagrane irrispettosi, insofferenti dell’autorità e maledettamente fortunati.
C’è quel’incresciosa faccenda nella corona solare (Sundiver), ad esempio, o quella storia di una flotta spaziale fossile, forse appartenente ai Progenitori (Startide Rising), o quella brutta faccenda dell’invasione della colonia di scimpanzé su Garth (The Uplift War).
E poi tutto il resto…

Fins had been making wisecracks about human beings for thousands of years. They had always found men terribly funny. The fact that humanity had recently meddled with their genes, and taught them engineering, hadn’t done much to change their attitude.
Fins were still smart-alecks.

Ora, prima che qualcuno comincia piangere… in termini di scrittura, Brin non è un poeta eccelso.
La sua prosa è efficiente e funzionale  e per lo meno in prima battuta privilegia il contenuto rispetto alla forma – e si adatta perciò benissimo ai temi ed alle atmosfere che deve descrivere.
D’altra parte, se leggo Startide Rising (Nebula ’83 e Hugo ’84), non sto cercando, non voglio e non mi aspetto Jack Vance – voglio Brin, e Brin è quello che trovo, e va benissimo.
[per quanto, se cerco Jack Vance, magari Glory Season potrebbe piacermi]
Ma non stiamo parlando di un rude meccanico.
Una tecnica abbastanza tipica (Brin la usa anche in Earth, del 1990, altro romanzo imprescindibile, che ha all’attivo una ventina di previsioni azzeccate sul futuro del nostro pianeta) è quella di presentare un mosaico di capitoli, ciascuno da un differente punto di vista, in modo da fornire al lettore un progressivo accumuilo di informazioni su quale sia la varietà e la struttura dell’universo descritto.
Che non è mica male come sistema – perché mi risparmia le 1800 pagine con le appendici, la mappa e la grammatica e mi lascia concentrare sulla sostanza…
E naturalmente, in Earth, c’è la guerra del mondo contro la Svizzera…  ammettetelo, lo volete leggere…

Nel ciclo dell’Uplift, come nelle sue altre opere,  livello dei personaggi Brin crea individui complessi ma non esageratamente, piuttosto credibili – che siano umani,post-umani, delfini, scimmie (compariranno anche i gorilla upliftati) o strane creature aliene – ed inseriti costruttivamente in civiltà a loro volta credibili, con le loro struture di pensiero, le loro credenze, i loro problemi.
E se l’autore tifa ovviamente per i terrestri (anche noti come Terragen o EarthClan)… beh, noi anche, giusto?

Sostanzialmente ottimista, Brimn ama descrivere personaggi decenti e competenti alle prese con problemi che mettono alla prova le loro capacità e la loro fibbra morale.

La fantascienza di Brin mi piace perché è hard science fiction senza essere fantascienza difficile (scusatemi, il giochino di parole funziona solo in inglese).
Brin è un fisico e nel rappresentare il funzionamento dell’universo non devia eccessivamente dalla realtà, se non per inserire quegli elementi funzionali alla storia (viaggi su distanze interstellari e intergalattiche, gravità artificiale ecc). La dignità scientifica è salva, e i romanzi aderiscono alla concezione di fantascienza come narrativa di idee.
Contemporaneamente, tuttavia (e come la maggior parte deglia autori che prediligo, ora che ci penso) David Brin è capace di prendere concetti classici della fantascienza dell’età eroica – flotte di 50.000 astronavi, vaste civiltà galattiche, un sacco di alieni dall’aspetto bizzarro, battaglie, intrighi… – e qualsivoglia elemento pseudoscientifico gli faccia gioco – dagli UFO alle astronavi sulla preistoria di Kolosimo e Von Daniken – aggiornarli, renderli scientificamente coerenti, e inserirli così in una storia che non scade mai nel pulp o nell’autocompiacimento o nella parodia.
Ed a questo punto il gioco si fa davvero interessante, perché avendo trasportato elementi classici in storie estremamente coerenti dal punto di vista scientifico, Brin scrive delle ottime, divertenti avventure che toccano dei temi significativi.

Non ci si annoia, e si pensa.

Non si tratta solo di un sacco di mostri che danno la caccia a umani, scimpanzé e delfini in un baraccone retrò ma coerentissimo (per quanto ci sia molta azione, ed un buon livello di sense of wonder).
Si tratta di storie che trattano elementi come l’ecologia, la civiltà, la responsabilità, i temi della politica e della religione, del fanatismo, della disonestà intellettuale (e delle sue conseguenze nefaste).
Per questo, la prima volta che ho sentito parlare di “guerra di civiltà” dopo il 9/11, io ho pensato all’Uplift.
Ma non nel senso di torpedini fotoniche e mostri tentacolati – ma in termini di un concetto che sconfigge se stesso, che è peggio di quanto potremmo immaginare, perché il trucco non è fare la guerra alle civiltà, ma trovare dei punti di contatto, riconoscere ciò che di noi esiste negli altri.

E poi, naturalmente, c’è il fatto che l’universo di cui scrive David Brin è l’unico che valga la pena.
Un universo indifferente e non necessariamente benigno, ma razionale, governato da leggi che si possono studiare e comprendere, nel quale i problemi si affrontano ragionando e mettendo in comune le risorse, in cui non esistono predestinazioni, giochetti dinastici o elite genetiche, in cui tutti partono alla pari (o potrebbero partire alla pari) con un cervello – che è l’unica cosa che conta.

Un universo in cui il futuro è comunque meglio del passato.

ADDENDUM:

Per chi volesse rifarsi gli occhi, nel 2008 la CGSociety usò il ciclo dell’Uplift come tema per l’annuale concorso fra illustratori ed animatori specializzati in computer grafica.
Qui si trovano le opere dei vincitori.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

24 thoughts on “Scimmie, delfini ed altri terrestri

  1. (Bravo Davide)
    Io ricordo, al termine della prima trilogia, di essermi sentito un pò defraudato dal fatto che l’enigma con cui si apre “Startide Rising” (la flotta dei Progenitori) non venisse esplorato e svelato al termine di Uplift War. Un amico che lesse anche la seconda trilogia mi disse che anche lì, nisba.
    Mi sbaglio? E’ un filo narrativo ancora in sospeso o si ritiene che Brin l’abbia risolto?

  2. Ti farò arrabbiare, ma proprio in virtù di tutte queste virtù che giustamente elenchi e individui, Brin è secondo me uno dei migliori (assieme a John Varley e Vernor Vinge) a proseguire gli input heinleiniani negli ultimi trent’anni.

  3. @Quiller
    Gli artefatti ritroti della streaker giocano un ruolo importante nel terzo volume della seconda trilogia (Heaven’s Reach), ma la questione sull’origine dela flotta etc. resta aperta, o per lo meno la soluzione non viene esplicitata.

    @negrodeath
    La sostanziale differenza fra Brin e Heinlein è che Heinlein era convinto che la colettività/società fosse stupida ed incapace di prendere decisioni costruttive, al punto che era lecito ingannarla per farle fare ciò che era giusto.
    Brin non condivide questa sfiducia nella società, e questo altera radicalmente la sua narrativa (in fondo The Postman è un romanzo su come gli inganni, a tutti i livelli, si debbano pagare).

  4. Ottimo punto di vista ed effettiva radicale differenza. Però la continuità ce la vedo lo stesso! 🙂

  5. Credo che, soprattutto in America, scrivere fantascienza senza avere da qualche parte un po’ di Heinlein sia impossibile.
    Io onestamente vedo Brin più in continuità con Asimov (l’Asimov di Neanche gli Dei, per capirci, o della Fondazione), proprio per il positivismo assoluto, e A.C. Clarke per la coerenza scientifica (pur senza il misticismo cosmico di fondo).
    Ma di Asimov ne parliamo domani…

  6. Ci aggiungerei un po’ di Van Vogt per la grandezza smodata delle ambientazioni. Il respiro ultracosmico, la supermegascienza, quella roba lì. Senza mai precipitare nel caos vanvogtiano, naturalmente!

  7. Su questo sono di parte perchè anche per me David Brin è un ottimo autore,il suo Uplift è una delle più belle saghe fantascientifiche di sempre.
    Lo ammetto sono un fanboy.

  8. caos è in effetti la prima parola che mi viene in mente pensando a van Voght… con le sue temperature di due milioni di gradi sottozzero e le sue distanze di mille milioni di anni luce… no, grazie.
    La grande scala era tipica della fantascienza delle riviste – ma per fortuna non c’era solo Van Voght.
    Cavoli, al limite meglio Doc Smith!

  9. Sei riuscito ad interessarmi Davide,l’idea alla base della saga dell’Uplift mi attira parecchio.(Altro autore da segnare nella mia mancolista).
    P.S.”E poi ci sono i casi specifici, dati dal fatto ched gli umani sono, di fatto, dei piantagrane irrispettosi, insofferenti dell’autorità e maledettamente fortunati.”
    Ma esistono casi nella fantascienza in cui gli umani non fanno figure simili con altre razze?

  10. Beh, comunque ci siamo capiti! Se vuoi facciamo Doc Smith… Comunque Van Vogt lo riesco ad apprezzare, proprio per la smodatezza caotica che lo rende affascinante. Il “sense of wonder” del VV più riuscito (Slan, Non-A, Ptath, Isher) riesce a compensare le mille pecche di scrittura. Ma si va off-topic.

  11. @vampirologo
    ce ne sono abbondantemente.
    Pensa solo ad Avatar…

  12. Cio Davide. Non leggo Brin da eoni, come purtroppo da eoni non leggo fantascienza. E mi spiace, e mi chiedo perché. Perché secondo te un lettore appassionato di SF smette di botto? Ho preso del metadone senza saperlo? E’ vero quel che mi racconto e cioè che non c’è niente di nuovo sotto il sole? O sono solo io che invecchio?
    In compenso ho letto La possibilità di un’isola di Houllebecq e mi ha dato qualche brivido; e non mi perdo un film di sf. Anche quelli diciamo discutibili.
    Un abbraccio.
    Alex

  13. Ciao Alessandro.
    Io credo che ad un certo punto subentri un certo senso di stanchezza.
    La passione è una gran cosa, ma ad un certo punto la si deve stimolare – e la distanza a volte aiuta.

    C’è poi da dire che se ti limiti all’offerta nazionale, è facile farsi prendere dallo sconforto – i nostri edirtori sanno molto bene cosa ci piace (dicono loro) ed escludono i tre quarti di ciò che di nuovo ed eccitante si pubblica là fuori.

    C’è del nuovo, bello e interessante (magari ci faccio un post).
    Ma noi continuiamo a ristampare romanzi che hanno trent’anni.

  14. Temo sia proprio così. Le ultime cose piacevoli che ho letto sono state un paio di romanzi di Robert Sawyer. Ma poi ha iniziato a parlare di uomini di Neandarthal e ho lasciato.
    Andrò a rivedermi Punto di non ritorno o il ciclo di Alien

  15. PS: gli editori dicono anche che agli italiani non piacciono i racconti (in genere). Mah.

  16. Approfondendo i temi espressi in questo (bel) post, ho scoperto che uno dei film che avevo messo tra quelli da vedere prima o poi è tratto da un romanzo di Brin. Trattasi de “l’uomo del giorno dopo” (che sancì la morte artistica di Kostner). Non se ne parla bene ma questa trattazione mi ha risvegliato la curiosità oltre che ad aver aggiunto una voce nella mia wish list letteraria. Ho scelto il primo del ciclo, suppongo sia quello più rappresentativo o sbaglio?

  17. @Alessandro
    Quella dei racconti è proprio strana.

    @Eugenio
    Sundiver?
    Sundiver è praticamente un romanzo a se stante, ed è molto interessante, con delle buone idee e con una trama vagamente poliziesca.
    Io credo che i migliori romanzi dell’Uplift siano i primi tre.

    The Postman, alias L’Uomo del Giorno Dopo è un ottimo romanzo dal quale è stato tratto un film mediocre – ma soprattutto perché hanno buttato a mare le idee di Brin a metà corsa.

  18. Sembra interessante. Il parallelo di negrodeath con Heinlein mi ha un pò impensierita perchè se c’è un autore di fantascienza che mi sta solennemente antipatico è proprio Heinlein, ma dalla tua risposta Davide capisco che Brin potrebbe essere di mio gusto, ho anche già qualcosa di suo. Lo metto in coda dopo -La falce dei cieli- di Ursula K. Le Guin, -La sottile linea scura- di Joe Lansdale e -Il giorno dei Trifidi- di Wyndham.

  19. Che cocktail!
    Buona lettura, comunque.

  20. Grazie per la bellissima recensione. In effetti sono un grande fan di Brin, ed ho sempre condiviso la sua potente visione del cosmo. E’ stato anche grazie a questo tipo di fantascienza (che oggi purtroppo leggono in pochi) se mi sono appassionato alla fisica, tanto da studiarla all’università. Il senso del meraviglioso che scaturisce da queste opere è qualcosa di impareggiabile, oltre che estremamente gratificante, e per me è un sollievo sapere che esistono persone che provano queste stesse suggestioni. Ancora grazie. Devo dire che ci si sente meno soli ora 🙂

  21. Confesso di non aver mai letto Brin, ma il concetto di Uplifting non mi è nuovo.
    È qualcosa di molto simile a ciò che avviene anche nei romanzi di Clarke, ed assomiglia ad una specie di panspermia pilotata.

  22. Rispoetto a certe idee di Clarke (che in effetti toccò parecchi dei punti coperti da Brin), forse c’è un maggior cinismo.
    Gli alieni benigni che vengono e ti aiutano a diventare parte della civiltà galattica, poi presentano il conto, ed è un conto salato – e ce ne sono molti altri che non ti volevano far entrare nel club.

    È interessante notare che questa visione del primo contatto pare tipica della fantascienza anni ’80 e successiva – la si ritrova in Varley, in Greenland, in un sacco di altri autori.
    Prima, era guerra o comunione (sarei quasi tentato di dire “Comunione o Liberazione”), ora si tratta di spuntare il contratto migliore.

  23. Già, in Odissea nello Spazio i padroni dei monoliti (masters of monoliths… fa parecchio gruppo metal) non sono apertamente ostili, perlomeno rimanendo tale il loro mistero non si sa bene quali possano essere i loro scopi.
    Anche se, considerando tutto quello che avviene nel sistema gioviano, che siano i classici buoni spinti solo da spirito umanitario è un’ipotesi che lascia qualche dubbio.

    Pare che nella più recente Odissea del Tempo (scritta con Baxter), che dovrebbe essere una serie parallela alla precedente, questi progenitori abbiano intenzioni molto meno pacifiche.

  24. Credo dipenda dall’influenza di Baxter, che pare di persona sia una valanga di risate, ma è sempre di una cupezza inumana quando scrive.

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