strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Estratto di Corona

25 commenti

Ok, abbiamo già accennato all’uscita letteraria di Fabrizio Corona.
Il buon gusto, la classe e l’eleganza suggerirebbero di tacere su ulteriori sviluppi della faccenda, per non fare implicitamente pubblicità al personaggio ed al suo libro.

Ma in primo luogo, qui noi buon gusto, classe ed eleganza li consideriamo optional, e secondariamente qui parliamo di scrittura, e quindi perché rinunciare ad un’occasione per parlare di scrittura gratis, facendo un paio di esperimenti su esemplari vivi?

Ho due stralci del testo incriminato, ricavati dal blog del Grande Marziano.
Che ci va giù pesante – ma noi lo sappiamo, i marziani provano piacere solo quando infliggono dolore ai loro nemici.

E chi siamo noi per criticarli, i marziani?
Noi criticheremo questi due brevi stralci di prosa.
No, davvero… sarà un processo istruttivo.

Qui ci vuole un disclaimer, perché il primo commento a questo post mi ha segnalato un problema serio:
A me non interessa chi abbia scritto queste pagine, se Fabrizio Corona, il suo giardiniere, Stephen King o William Shakespeare – a me interessa l’opportunità di mettere mano ad un testo nel quale percepisco dei palesi problemi, e segnalarli, come parte del mio discorso più generale – che spesso ripassa su questo blog – di cosa io intenda per scrittura. Per dire cosa c’è – a mio parere – che non và, e come lo si potrebbe sistemare un po’ meglio. Vi inviterei quindi a guardare ai brani che seguono non come all’espressione di un certo personaggio pubblico, con una sua certa aura e con certe ovvie aspettative, ma come a un testo di un anonimo trovato in una bottiglia mentre facevate due passi sulla spiaggia, ok?
Scordatevi Corona, concentratevi sul testo.

Cominciamo con l’incipit.

Mi chiamo Nick Zaro. Sono un paparazzo. Lavoro per tutte le grandi riviste di gossip italiane, loro mi pagano bene, io faccio in modo che vendano centinaia di migliaia di copie. Se i direttori mi incontrano per la strada fanno finta di non conoscermi, ma quando entro nelle loro pompose redazioni, nei loro pomposi palazzi del centro, manca poco che stendano un tappeto rosso dalla porta alla loro pomposa scrivania. Mentre aspettano di vedere il materiale che gli ho portato hanno l’espressione di uno che è sull’orlo dell’orgasmo. E io non li deludo mai. Sì, perché io sono uno bravo, uno che porta gli scoop, scatto servizi che per loro possono significare una settimana in tv a mostrare tronfi le foto che ho fatto io. Come se gli autori del servizio fossero loro, come se avessero aspettato loro per ore su un albero o dietro una siepe, se avessero premuto loro il dito sul pulsante della macchina fotografica… Come se avessero fatto molto di più che firmare il buono di vendita per comprarsi il mio lavoro.

OK, OK, è pedestre.

Io che sono un primitivo dico sempre che per controllare se un brano in prosa regge, tocca leggerlo ad alta voce.
E se lo leggete ad alta voce, questo brano qui sopra è palesemente di legno.
Non scorre.
Non ha vita.
It sucks, come direbbe Harlan Ellison.

Eppure non dovrebbe essere difficile, giusto?
In fondo è un testo in stile pseudo-chandleriano – rischia di scivolare nella parodia, ma magari ci starebbe anche bene.
E se ci stiamo attenti, che diamine, potrebbe anche venirne fuori qualcosa di buono.
Non dico di eccelso, ma di gestibile.
Di onesto.
Di vivo, soprattutto.

Ora, Ray Chandler, quando scriveva, era di una estrema economia.
Usava poche parole, e le parole che usava erano le parole giuste.
Questo gli consentiva di mantenere il ritmo, un tono molto personale e una forte impressione di oggettività nonostante l’uso della narrazione in prima persona. E questo stile – perché è di stile che stiamo parlando – gli lasciava ampio spazio per ironia, sarcasmo, persino romanticismo.
Chandler era conciso, brillante e suonava onesto. Così…

I hung up.
It was a step in the right direction, but it didn’t go far enough. I ought to have locked the door and hid under the desk.

Ora, nello stralcio di incipit qui sopra l’uso del linguaggio non è economico.
Si cerca di emulare un tono hard-boiled, ma Corona (non oso pensare che si tratti di un ghost writer, perché dai ghost writer mi aspetto un lavoro infinitamente più competente) usa le parole sbagliate, ne usa troppe, e le usa male.
Non è conciso, non è brillante, e suona finto.

Il mio principale problema, in prima battuta, è con quel pomposo.
Non è tanto la ripetizione – che ci sta – quanto proprio l’aggettivo, che è sbagliato.

Nick Zaro (sul nome, maggiori dettagli in seguito) ci racconta la propria storia ed è chiaramente un bad motherfucker, per dirla alla Tarantino.
È uno tosto, giusto?
Un vero figlio di buona donna, un bastardo pronto a tutto…
Beh, segnatevelo: quelli tosti, i bastardi pronti a tutto, non dicono “pomposo”.

“Pomposo” è certamente la cosa peggiore di quel breve paragrafo, seguito a ruota da una serie di inutili precisazioni che sgranano la prosa.
Oh, e da quell’orribile, orribile buono di vendita che sembra una cosa uscita da Google Translate.
Ma anche l’orlo dell’orgasmo non è male, eh.

Proviamo a rifarlo.
Così…

Mi chiamo Nick Zaro. Sono un paparazzo. Lavoro per le maggiori riviste italiane.
Mi pagano bene, io gli faccio vendere centinaia di migliaia di copie.
Se incontro i direttori per strada, quelli fingono di non conoscermi, ma quando entro nelle loro redazioni del cazzo, nei loro palazzi del centro del cazzo, manca poco che stendano un cazzo di tappeto rosso fino alla loro scrivania del cazzo. Mentre aspettano di vedere il materiale, hanno l’espressione di uno che sta per venire.
E io li faccio venire tutte le volte.
Perché sono uno bravo, uno che porta gli scoop, scatti che per loro possono significare una settimana a tirarsela in TV con le mie foto. Come se gli autori fossero loro, come se ad aspettare ore su un albero o dietro una siepe, a premere il dito sul pulsante della Nikon ci fossero stati loro… Come se avessero fatto molto di più che scucire il grano per comprarsi il mio lavoro.

Che continua a non essere poesia, ma che diavolo, diamogli aria.

Ora, il nome.

Nick non è male, ma accoppiare un nome monosillabico a un cognome di due sillabe è male.
È come se io, che di cognome faccio Mana, di nome facessi Pino… non funziona.
Ripetetelo più volte di seguito, velocemente Nick Zaro Nick Zaro, Nick Zaro… vi si inceppa la lingua, vero?
È come se mancasse una sillaba.
Johnnie Zaro sarebbe stato meglio.

Ma il problema, ovviamente, è che Nick non è Johnnie.
Johnnie è più rilassato e paraculo di Nick, che invece è tosto, magari anche un po’ pericoloso.
Non è naturalmente tosto come Jack, ma Nick si difende – non è certo un Tom, che è un tipino per bene, o un Phil, che è chiaramente un intellettuale.

I nomi non sono solo segnaposti.
Però, anche qui, cilecca.

E poi c’è un bell’estratto..

Io sono specializzato in missioni impossibili, nella mia vita ho avuto più avventure di James Bond, più donne di Rodolfo Valentino, più guai di Al Capone. Ho fatto più soldi di Rockefeller e ne ho spesi più di Marilyn Monroe in vena di shopping, ho avuto alti e bassi, ho pochi amici e tanti nemici. Vivo di notte come il conte Dracula, adoro le auto potenti e Al Pacino in Scarface.

Ok, un punto extra per quell’ Al Pacino in Scarface, ma tutto il resto batte in testa.
Qui le similitudini sono proprio un po’ alla cazzo, come dicevamo al corso di scrittura creativa dell’Università di Stanford.
Il gioco è quello della citazione pop che funziona così bene per gente come King o Lansdale, ma, dannazione, non funziona perché i riferimenti sono sbagliati: James Bond non è il nome dell’avventura, ovviamente, Marilyn non è sinonimo di spese stravaganti ma di capricci sul set, amanti potenti e una pessima fine, Valentino probabilmente era gay, quelli di Capone non li chiamerei esattamente guai, a meno di non specificare guai con la giustizia.

I nomi giusti sarebbero Indiana Jones, Rocco Siffredi, Paperino, Paperone, Paris Hilton.
E Dracula, senza “conte”, che fa così tanto parvenù.
Per essere stravagantemente surreali, sostituire a Paperino Mazinga.

E poi… nella mia vita ho avuto più avventure
Come se uno le avventure, le donne, e tutto il resto potesse averli nella vita di un’altro.

Ah, e come nota apié pagina – le auto potenti le adorano gli sfigati.
Quelli tosti adorano le auto veloci.

Tra un caffè e l’altro avevo finito per caricarmi la barista che, forse impressionata dalla grandezza del mio teleobiettivo, mi aveva fatto capire di non disdegnare la mia compagnia.

Disdegnare qui suona maledettamente …pomposo – e fasullo, dopo quel grezzo caricarmi, che lascia il tempo che trova.
Quell’ avevo finito per caricarmi, poi, suona legnosissimo, spezza il ritmo, ed è troppo… blah.
La frase così com,’è, oltre che brutta, è piuttosto volgare.(*)

«Mi spiace ciccino, sarà per un altra volta. Lui è pazzo di me…» aveva trillato Miss Vallettina nel mio auricolare. Ma perché quelle come lei parlavano sempre come nei cartoni animati? E poi ciccino poteva dirlo a sua sorella.

«Nessun problema, darling. Fammi un fischio la prossima volta. Passo e chiudo.»

sarebbe bello avere uno stralcio più lungo di dialogo, perché la gestione del dialogo è importante.
Anche qui, come sopra, troppe parole, usate nel modo sbagliato.
Se ciccino è orrido, darling è quasi offensivo.
No, ok, c’è gente falsa e vogare che parla così – ma questo pezzetto di dialogo non mi sottolinea la falsità e la volgarità dei personaggi, e rischia di farmi pensare che falso e volgare sia chi scrive.
Però è un brano troppo breve per giudicare tutto il dialogo.

Oh, e incidentalmente, pago una pizza a chiunque riesca a trillare la frase

Mi spiace ciccino, sarà per un altra volta. Lui è pazzo di me…

Cinguettarla, forse, ma trillarla proprio no.

Insomma, dal poco che si vede è scritto male.
Ma proprio male.

Non solo – così, a livello di impressione – manca completamente l’anima, ma anche i più rudimentali strumenti della scrittura non sono stati utilizzati correttamente, o sono stati ignorati del tutto.
Ha una forte componente di narrativa orale, nel continuo ripetere, specificare, che mi lascia pensare ad un testo dettato su nastro, e poi ribattuto.
Ma anche questa non è una giustificazione.

E l’editor, ci si domanderà, dov’era?
Perché un buon editing può salvare anche cose peggiori.
Ma forse, quando si cerca di vendere un libro sulla scorta dell’hype, cavalcando gli scandali correnti, il tempo ed il denaro per un editor non si trovano, o si considerano superflui.

(*)
La questione volgarità è interessante perché molte delle brutture segnalate, ad esempio, nell’incipit, sembrano derivate dal voler ingentilire, sgrossare il linguaggio, rimuovendo le espressioni più volgari – che tuttavia, se usate a ragion veduta, hanno una loro funzione.
L’effetto è curiosamente simile a quello di un testo pornografico “ripulito” per essere spacciato a delle educande.
Come se l’autore, o l’editore, stessero tentando di strizzare l’occhio ad un ipotetico pubblico “elegante”.
O forse semplicemente bacchettone.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

25 thoughts on “Estratto di Corona

  1. Temo che osservazioni del genere (che condivido) facciano più male che bene alla scrittura.

    Per esempio, il pregiudizio e l’idea che il libro possa vendere solo grazie al nome dell’autore mi facevano pensare a qualcosa di scritto addirittura peggio (ho letto cose peggiori pubblicate da editori più blasonati).

    Non so, forse il valore didattico nell’evidenziare certi errori di stile è sminuito dalla sensazione di aver sprecato un’opportunità di mostrarsi impermeabili ad iniziative del genere.

  2. Anche il titolo è stra-abusato. Comunque, che t’aspettavi da un romanzo scritto in 5 giorni (e qui bisogna poi vedere se è effettivamente vero) da uno come quello?

  3. @eugenio
    No, l’iniziativa mi lascia impermeato.
    A me interessa la scrittura… al punto che aggiungo un disclaimer a inizio post, proprio per chiarire la mia posizione.
    Grazie per avermi segnalato il problema.

    @daniele
    Il punto non è scriverlo in cinque giorni – è editarlo in quindici, o anche in trenta.
    Non c’è nulla di male nell’essere grezzi nella prima stesura – ma la prima stesura non deve arrivare in stampa.

  4. Il materiale che hai proposto, dimenticandomi che è di Corona, è arido, molto scolastico, non del tutto orrendo, come altri libri pubblicati da editori di prima fascia.
    L’incipit scopiazza davvero troppo tanti romanzi già visti.
    Se dovessi fare un paragone cinematografico, tirerei in ballo i poliziotteschi italiani degli anni ’70, ma solo come stile, visto che quei film l’anima ce l’avevano.

    PS: comunque non mi pare peggio di un Faletti qualsiasi. Il che non depone a favore di Faletti.

  5. Di Faletti non ho letto quasi nulla, ma ho avuto opinioni pessime da amici fidati.

    Se dovessi trovare un aggettivo solo per il testo stralciato nel mio post, direi che è sciatto.
    Il tuo “scolastico” ci sta bene – è da dilettanti alla prima prova.
    Ha una buona idea di chi vuol imitare, ma non sa quali elementi del suo modello imitare.
    Il ragazzo deve fare più esercizio.

  6. Personalmente ho già detto tutto quello che avevo da dire sul mio post.

    Davide, a parte ringraziarti per il riferimento, mi congratulo per il coraggio e la pazienza di mettersi ad analizzare un testo del genere. Certo, farlo a pezzi, non ha prezzo. Ma è anche come sparare sulla Croce Rossa. 😉

    In questo caso penso che all’editor non sia interessata la qualità, bensì far uscire il libro in fretta, in pieno pruriginio da escort.

    Non so a quale pubblico stessero strizzando l’occhio. Spero che le 60.000 copie “prenotate” (stando alle dichiarazioni di Corona) siano sovrastimate. A dispetto della mia cattiveria, in realtà sono un inguaribile ottimista. 😉

    Di certo la faccenda della tiratura di 200.000 copie è una balla. Solo un pazzo tirerebbe così tante copie alla prima edizione.

  7. Mah, io non mi stupirei di vendite record – il pubblico di base è lo stesso che decreta il successo delle “riviste di gossip” per le quali Nick Zaro (mio dio, che nome brutto!) fa il paparazzo.
    Considerando la storia passata della Top Ten, costellata di manuali di cucina televisiva, libri di barzellette sui calciatori, biografie di veline e quant’altro, alcune decine di migliaia di copie ci stanno.

    Inutili le stroncature – e ci sarà anche qualcuno che ne loderà la “grezza onestà” o “il taglio ingenuo”.

    Ma su Marte, le cose vanno meglo?
    Dimmi che vanno meglio, ti prego…

  8. Il dramma vero è che il lettore comune compra un libro come questo e non si accorge nemmeno di essere di fronte a un lavoro di scarsa qualità (ad essere generosi). Tu parli giustamente di “ritmo” di “aria” da dare al testo, ma la maggior parte della gente è “sorda” a queste caratteristiche letterarie. Più scrivi in modo piatto e pedante e più piaci al grande pubblico.

  9. Squirek, così mi terrorizzi.
    Io preferisco pensare che il grande pubblico sia ormai abituato ad accontentarsi, e che abbia pochi esempi di scrittura competente, non diciamo eccelsa, ma che comunque gradirebbe la qualità.
    Pensare che l’assuefazione al peggio sia tale che la qualità viene rifiutata mi terrorizza.

  10. “Nick che invece è tosto,magari anche un pò pericoloso”….
    ???
    Aho ragazzi ma lo volte capire che quà ci può essere un unico e solo Nick e sono io ? LOL
    Adesso faccio causa a Corona che mi ha rubato il nick 😉
    E ci ho anche le foto a dimostrarlo.:-)
    Mamma mia com’è caduta in basso l’editoria Italiana. (SIC)
    p.s
    nel caso non fosse chiaro il qui presente commento è assolutamente di natura scherzosa.LOL

  11. lo sfruttamento della “figurina” per la vendita di libri c’è sempre stato, bisognerebbe capire se anche nella letteratura – o presunta tale – valga la legge economica dell’ “offerta che crea la propria domanda”.
    Nell’era dei libri venduti al supermercato, suddivisi per generi e colorati come confezioni di detersivo, non c’è da stupirsi dell’ennesimo obbrobrio.
    In casi come questo non credo sia necessario un ghost writer, tantomeno una riscrittura. Bastano pochi estratti per capire che si tratta di un libro per chi, acquistandolo, ha deciso di meritarselo.

  12. Esco dal lurking per i miei 2 cents.

    Strano ma vero, sembra l’abbia scritto lui. Questa è la prosa di una persona qualunque che si ricorda vagamente qualche romanzo di genere americano – esattamente come Faletti prima prova – e non ha la minima idea di come si scrive. Il “muscolo della prosa”, quello manco sa che esiste: butta un po’ di paratassi e si sente subito figo. A un lettore distratto può addirittura sembrare scritto bene. Anche se obietto sul preferire la brutta scrittura a quella buona: mia madre non è una lettrice fortissima ma leggendo Io uccido mi segnalava parecchie metafore troppo sopra le righe che la infastidivano nella lettura. Buona prosa di genere è anche prosa invisibile, ma lo scrittore improvvisato questo non lo capisce.

    L’editor, chiunque sia, si è limitato a togliergli gli errori di grammatica e punteggiatura palesi. D’altra parte non aveva altra scelta, avrebbe dovuto discuterne con l’autore per migliorare la qualità della scrittura? Siamo seri. Ci sarà da ridere sull’intreccio, sicuramente improvvisato, sicuramente messo insieme affastellando qualche idea di qualche film famosissimo (esattamente come “Io uccido”).

    Davide, non gioire per il riferimento ad Al Pacino e Scarface, è il mito di tutti i tamarri delinquenti veri o filo-tali, e per vie traverse so che è un mito dello stesso Corona.

    Ciao Marziano, chi si vede! 😉

  13. Probabilmente saranno stati talmente impegnati a sistemargli gli errori di ortografia, sintassi, geografia e spicchio rosa del trivial pursuit, che non erano rimaste abbastanza energie per le questioni di stile.
    Dal momento che i consumatori del libro non coincideranno certamente con quelli che provano vero piacere nella lettura… dubito che Nick Zara li farà soffrire.

  14. Grazie dell’input, Fulvio.

    Ma non fraintendermi – Al Pacino in Scarface come mito è l’unico elemento in quella frase che si allinei all’immagine che l’autore vuole dare del protagonista.
    Non so se Corona si veda come Al Pacino in Scarface, ma Nick Zaro, per il poco che ho visto, di sicuro sì, e ci sta.
    Cicca tutte le altre similitudini, ma quella la prende.
    Insomma, è l’unica parte “giusta” dell’intero periodo.
    Per quello un punto glielo diamo.

    Di mio, tendo ad avere più rispetto per chi come mito personale ha Cary Grant in Caccia al ladro, o Michael Caine in IPCRESS, ma ehi, a ciascuno il suo.

  15. Io ho sfogliato “La Mia Prigione” su una bancarella dell’usato. Lo stile era più o meno quello, per cui o ha il ghostwriter di fiducia oppure è talento naturale.

  16. @Davide: in effetti le classifiche natalizie delle vendite librarie (ancorché da prendere con le pinze e i guanti) sono agghiaccianti. Ma il mio ottimismo mi fa sperare che il pubblico di Corona sia così grezzo da avere bisogno delle istruzioni per l’uso di un libro.

    Confermo: su Marte le cose vanno meglio. Del resto mi pare che in questi ultimi tempi sia un gioco da ragazzi.

    Ehilà, fulviogattone! 😉

  17. @marco
    Correzione – si tratta di “talento ereditario”.
    Mica robetta.

    Per una volta, i peccati dei figli ricadono sui padri.

  18. Ammiro il tuo autocontrollo…
    Io sarei stato molto piu’ sintetico nel giudizio (“Una cagata pazzesca” mi pare vada anche troppo bene).

    Che aggiungere? Anche a me ha subito attirato “pomposo”: un aggettivo fuori posto e fuori tempo, recuperato chissa’ dove e chissa’ perche’.

    Adesso pero’ viene la bòtta: secondo me riesce a venderne un ventimila copie almeno.

    Barney

  19. Mi devo ricredere al rialzo:
    “vanta 60mila copie prenotate in vista dell’uscita”

    (http://snipr.com/20dfnv [cultura_blogosfere_it] )

    Barney

  20. hiiiii, non venite MAI a leggermi…
    vengo io qui volentieri,ma vi prego non ricambiate la cortesia.
    Su eventuale successo editoriale del libro in questione vi farò sapere,in libreria è arrivato solo ieri e nessuno lo ha prenotato.Veramente nessuno lo ha chiesto
    Domani lo leggo, che ci vorrà? una mezzora ? Forse meno…
    P.S. Zaro è Zarro,L’autore è il re della zarritudine

  21. l’unico vantaggio di queste pubblicazioni è che con i dati di tiratura consentono una stima scientifica del numero di tamarri e coglioni presenti in Italia, e forse danno da mangiare a qualche editor.

  22. Avrei rifatto il primo brano allo stesso modo. Usando la punteggiatura come hai fatto tu.

    “Mi chiamo Nick Zaro. Sono un paparazzo. Lavoro per tutte le grandi riviste di gossip italiane, loro mi pagano bene, io faccio in modo che vendano centinaia di migliaia di copie.”

    questa frase per esempio è terribile.
    Lo stesso vale per i riferimenti.

    Insomma, un post splendido Davide, un’ottima autopsia (usando le tue parole di un commento trovato trovato sul blog di Alex)a un lavoro che probabilmente sarà un best seller :-((((
    Riguardo ai nomi è da maestro la spiegazione che dai…
    Ho sempre molti guai nella scelta di questi ultimi nelle mie storie e tra qualche giorno lo argomenterò sul mio blog

  23. Ciao Davide,
    completamente d’accordo sulla tua riscrittura del brano. E’ quasi “altieriana” e per me, amico di Alan D. e suo fan da tempo immemorabile è un grande complimento. Del tutto d’accordo con il discorso che fai partendo da “pomposo”. Domanda: ma non credi che anche “paparazzo”, molto legato a un’immagine anni ’50, sia uno di quei vocaboli che spiazzano il lettore, inviandogli un’immagine non coerente? Meglio fotografo e punto. Più sobrio e più duro, mi pare. Finalino: forse Nick Zaro -nome orribile, hai ragione- è un refuso e magari il Nostro voleva chiamare il personaggio Nick Zarro. Nomina sunt omina.
    Alex

  24. PS: splendido editing, comunque.

  25. Grazie a tutti per i complimenti – immeritati.
    Il materiale di partenza era di tale… qualità, che migliorarlo non era poi così difficile.

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