strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Un uomo di parola

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Ancora su Dave Duncan, in un piano bar del fantastico in cui per una volta mi chiedo io un pezzo e me lo suono.

Ho definito spesso – l’ultima volta non più di un paio d’ore or sono – i romanzi di Dave Duncan “una boccata d’aria”.
Duncan, classe 1933, ha uno stile di scrittura estremamente piano e senza particolari ornamentazioni.
Una bella prosa diretta e senza troppe sofisticherie.
Ha chiaramente dei forti riferimenti letterari – Shakespeare, ma anche Swinburne e molti poeti tardoromantici, più una solida frequentazione dei classici dell’avventura.

Since long before the coming of Gods and mortals, the great rock of Krasnegar had stood amid the storms and ice of the Winter Ocean, resolute and eternal. Throughout long arctic nights it glimmered under the haunted dance of aurora and the rays of the cold, sad moon, while the icepack ground in useless anger around its base. In summer sun its yellow angularity stood on the shining white and blue of the sea like a slice of giants‘ cheese on fine china. Weather and season came and went and the rock endured unchanging, heeding them no more than it heeded the flitting generations of mankind.

Il fantasy di Duncan è sostanzialmente un fantasy di idee, quasi “asimoviano” o “decampiano” nello svolgimento.
L’autore costruisce un mondo, determina le regole che lo governano, e poi costruisce una storia avventurosa, piena d’azione e di cliché romantici, che vada a incastrarsi pefettamente in quelle poche regole definite, e le sfrutti con logica ferrea, ma in maniera opportunamente inaspettata.

Consideriamo ad esempio quello che resta a mio parere – lo sto ripetendo a raffica – il momento migliore di Duncan, la prima tetralogia di Pandemia (sì, il mondo si chiama così), che va sotto al nome di A Man of His Word, che stando alla leggenda Lester Del Rey pescò dalla pila dei manoscritti e rimase talmente sorpreso che telefonò a Duncan e gli chiese se ne avesse ancora, di quella roba, perché erano cinquant’anni che non leggeva nulla di simile.
Duncan ne aveva ancora, e Del Rey pubblicò quattro romanzi – Magic Casement, Faery Lands Forlorn, Perilous Seas e Emperor & Clown – fra il 1990 ed il 1992. Una seconda tetralogia (A Handful of Men) seguì a metà anni ’90.

Pandemia è un mondo che somiglia molto – per lo meno in prima battuta – al mondo hyboriano di Howard: si gira l’angolo e dall’alto medioevo provenzale si capitombola nelle Mille e Una Notte, o nella frontiera americana presa da L’Ultimo dei Mohicani, o nei mari del sud fra pirati e cannibali.
Rispetto a Howard, il lavoro di world-building è meno impressionista e più ragionato.
Abbiamo un vasto impero pseudo-romano, circondato da un corollario di regni variamente medioevali, un subcontinente indo-arabeggiante in conflitto con l’impero, un vasto nord popolato da pitti e un vasto oceano costellato da isole più o meno polinesiane.
Il mondo è abitato dalle classiche popolazioni del fantasy – elfi, satiri, imp, djinn – ma queste non sono specie o razze separate, ma semplicemente etnie: i satiri sono pseudocelti, gli elfi sono normanno-scandinavi, i djinn sono arabi, sono infine mediterranei gli Imp (che dopotutto hanno un Imp-ero e un Imp-eratore, giusto?)
L’idea puzza parecchio di Eddison (o anche di Dunsany), e tende a spiazzare il lettore abituato alle categorie tradizionali.
La toponomastica è una semplice variazione di nomi europei e medio-orientali, senza particolari lavori pseudo-linguistici.

In Pandemia le divinità interferiscono liberamente con i destini umani – un tratto omerico mascherato da una sana dose di Antico Testamento (gli dei sono fiamme multicolori, colonne di luce accecante e così via).

La magia funziona sulla base di parole magiche – come “abracadabra”.
Il problema di “abracadabra” è che la conoscono così in tanti, che il suo potere è spalmato sull’intera popolazione – è una parola debole, debolissima.
Meno persone conoscono una parola magica, infatti, e maggiore è il suo potere (e per riflesso, il potere di chi la conosce).
Da cui, la pratica diffusa fra gli adepti – si trova chi conosce una parola, lo si tortura fino a fargliela confessare, entrando così in condivisione, e poi lo si uccide (meno gente la conosce, ricordate, più è potente).
Chi conosce una parola è un talento – non ha poteri evidenti, ma una generale facilità in alcuni campi.
Chi conosce due parole è un adepto – può creare illusioni, teletrasportarsi, vedere a distanza, le solite cose.
Chi conosce tre parole è uno stregone – può alterare permanentemente la realtà e creare artefatti magici.
Chi conosce quattro parole impazzisce e muore tra sofferenze indicibili.

Bene, fissate le regole, la storia è sostanzialmente boy meets girl – con infinite complicazioni.
Nel marginale (ma lo è davvero?) regno di Krasnegar, la bella (talentuosa?) principessa Inos (è l’abbreviazione di Inosolan) era un maschiaccio che passava i pomeriggi a giocare con lo stalliere Rap (è l’abbreviazione di… boh, il suo vero nome non lo conosce nessuno – è un trovatello).
Ma una volta introdotta alla corte Imp-eriale, Inos è sbocciata in una fascionosa e frivola giovane donna.
Tutti l’ammirano, tutti provano istintivamente simpatia per lei, tutti desiderano la sua compagnia.
Inos, è evidente, possiede (ma non necessariamente, consapevolmente “conosce”) una parola.
E l’uomo di cui Inos si è innamorata (bello, eroico, romantico, molto seducente, indicibilmente sofisticato, ricco…) vuole quella parola (col solito sistema, cattura, estorsione e uccisione).
E l’unico che ha capito, e che può salvare Inos, è Rap.
Ammesso che non lo accoppino prima – perché c’è un sacco di gente pronta ad accopparlo, anche se lui non sa perché.
Ma lui ha promesso da ragazzo di aiutare Inos, ed è, appunto, un uomo di parola.
In tutti i sensi.

In quattro volumi, circa 1200 pagine, la storia si dipana col classico meccanismo “a cliffhanger” da narrativa pulp dell’eroe che arriva quasi – ma solo quasi – a salvare la bella, solo per vedersela sottrarre dalla sorte avversa e matrigna e restarsene impantanato in una situazine senza (apparente) via d’uscita.
L’azione è una scusa per introdurre una carrellata di personaggi eccentrici e divertenti – e geniali, come i Cinque – di luoghi dall’aspetto fiabesco, di situazioni letali, e lentamente per descrivere, approfondire, svolgere e arruffare il delicatissimo intrico politico di questo mondo fatato.

Il lavoro sui personaggi è eccellente, quasi da manuale.
Rap è fondamentalmente un brav’uomo nel senso più concreto del termine, che impara a cavarsela da solo in un mondo ostile senza perdere il suo carattere onesto, un individuo del popolo che ha nella sua natura di “proletario” uno dei suoi punti di forza, mentre Inos matura da maschiaccio, a svanita festaiola petulante a persona completa, emergendo come una donna forte ed intelligente in maniera credibile e realistica – ma anche i comprimari (e sono decine) hanno modo di crescere, di svilupparsi, e di sganciarsi dal ruolo che il cliché richiederebbe loro.
La divisione buoni/cattivi vacilla, e ad ogni nuova iterazione la canina ostinazione di Rap è tale da tirare in gioco forze sempre più vaste e pericolose – fino a scomodare le divinità stesse in un finale assolutamente pirotecnico.
Eppure non c’è un grande signore del Male, non ci sono orde di orchetti pronti a mangiare con le mani e buttare lattine di birra schiacciate sui prati, non ci sono colossali “messaggi” o bilance cosmiche in gioco.
O se ci sono, è la ricaduta di questi destini cosmici sui più semplici destini mortali, a destare il nostro interesse.
È semplice.
Mortalmente semplice.

Ed è in fondo questo elemento fiabesco e “leggero” che rende il lavoro di Duncan poco popolare fra gli appassionati duri e puri del genere.
Non c’è il trionfo barbarico di Howard.
Non c’è l’epica universale di Tolkien.
Non ci sono le invenzioni letterarie di Leiber.
Non c’è la passione di Moorcock.
Sembra un romanzo per ragazzi.

Eppure, letto a vent’anni, A Man of His Word è la risposta a tutti i dubbi e le incertezze che sia Frodo (o Aragorn) che Elric ci avevano lasciato.
È avventuroso e comico e carico di ironia e di colpi di scena imprevedibili.
Riletto a quaranta, possiamo apprezzarne la scrittura quasi invisibile nella sua trasparenza, il carattere revisionista, quasi “di sinistra” nonostante il tema (principesse in pericolo, imperi che vacillano), il sottile, continuo sabotaggio di tutto ciò che c’è di stabilito e sacro nel racconto fiabesco, tutto al fine di narrare una solida, maledettissima avventura in cui i nemici diventano amici, la lealtà e l’onestà contano più della razza o della classe, una spada affilata è nulla contro una sana, gelida dose di buon senso, e l’amore trionfa (a patto che tu riesca a raggiungerla, e a spiegarle che non è come sembra…)
Si tratta di un testo lievissimo, un fantasy “alto” visto dal basso, un fantasy dinastico scritto da qualcuno che non crede alle dinastie, un’avventura che strappa più facilmente un sorriso che un brivido d’orrore, eppure riesce ad essere sofisticata, originale, estremamente intelligente e molto, molto divertente.
Una boccata d’aria fresca.
Duncan riesce a infilarci tutti e 12 i cliché che elencavamo nel post precedente, e arriva addirittura – quasi inconsapevolmente, all’apparenza – a proporre un’alternativa più drammatica, ed al contempo più intimamente comprensibile, più “nostra”, del tema tolkieniano centrale della rinuncia al potere come unica ragionevole soluzione.
Semplicemente Duncan non pensa ad una rinuncia attraverso la distruzione, ma attraverso la condivisione.

Gran parte dei libri di Duncan sono ormai più facilmente reperibili come ebook che come cartacei (ma ah, quelle vecchie copertine Del Rey firmate Don Maitz!)
Fanucci pubblicò a suo tempo i primi due volumi di A Man of His Word (La Stanza Fatata, 1995 e Terre Fatate e Dimenticate, 1997), in una edizione ampiamente discutibile (memorabili alcuni refusi del primo volume).

Grandissimo, e criminalmente sconosciuto.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

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