strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Cose a Venire

4 commenti

Primo post spin-off dell’uscita su steampunk e retrofuturismo all’Accademia Albertina.
Poiché la notte porta consiglio, ho deciso di non seguire la traccia della presentazione, ma farne un remix, analizzando alcuni elementi toccati nella conferenza nel loro ordine logico, anziché nel loro ordine cronologico.
In questo modo, spero, renderò la cosa interessante anche per chi c’era, mentre intanto fornisco un po’ di materiale per far contenti (?) gli assenti.

Inutile dire che commenti e addenda (e correzioni!) sono come sempre beneaccetti.

Detto ciò, da dove cominciare?
Io credo valga la pena cominciare dall’idea di Progresso, e dal nostro rapporto con esso.
E quale miglior spunto, del vecchio Things to Come?
Il nostro rapporto col progresso – che è centrale in quel film – è centrale nello sviluppo e nell’inquadramento dello steampunk.
E di un sacco di altre cose.
Ed è interessante che Wells, uno degli autori di riferimento del genere steampunk, ci serva da introduzione ad entrambi i temi – retrofuturismo e progresso.

Un po’ di anagrafica.
Things to Come è un film di Alexander Korda, uscito nel ’36 e basato su un lavoro di H.G. Wells intitolato The Shape of Things to Come, del 1933. Wells, che scrisse la sceneggiatura, prese del materiale anche da un suo vecchio trattato politico/futurologico.
Per l’epoca, si tratta di un colossal con effetti speciali e scenografie da antologia.
Grandissimo cast – Raymond Massey e Ralph Richardson sono straordinari.

Come dico sempre, e ripeto qui, per me Things to Come è un film agghiacciante.
Quando voglio il brivido, la paura ma quella vera, non vado a spolverare vampire discinte e spettri sbrindellati, non cerco lo splatter o lo slasher movie.
A me basta questo vecchio film in bianco e nero (che se volete trovate a fette su Youtube – o da scaricare gratis, essendo fuori copyright la versione USA).

La trama in breve.

Nel 1940 scoppia la seconda guerra mondiale.
Assistiamo ai primi bombardamenti attraverso gli occhi di un gruppo di amici che si sono ritrovatio per festeggiare il Natale – la guerra che alcuni consideravano inevitabile, altri impossibile, altri come una fonte di opportunità, è arrivata.
Scene di panico in città.
Due nemici dopo un duello aereo si riconoscono come simili, ma una nube di gas nervino li separa – uno dei due lascia la propria maschera ad una bambina, riflettendo sull’ironia del fatto che probabilmente è stato lui a bbombardarne la casa.
Poi, in un lungo montaggio, vediamo la macchina bellica incepparsi e degenerare, la tecnologia crollare, il conflitto ridursi ad una guerra di trincea prima e poi ad una lotta per la sopravvivenza in un paesaggio devastato e spazzato dalle epidemie.
Nel 1970, il Boss (Ralph Richardson, che mixa Riccardo Terzo e Mussolini in una interpretazione colossale) è riuscito a tenere insieme una sorta di comunità barbarica. L’arrivo di un misterioso viaggiatore su uno strano aereo gli offre l’opportunità di crearsi un’aeronautica e proseguire il conflitto.
Ma il nuovo arrivato ha altre notizie da dare – una civiltà di scienziati e ingegneri, con base a Bassora, Iraq (dove ci sono i pozzi di petrolio) è in procinto di riappacificare definitivamente il mondo.
Cosa che puntualmente accade – coi nostri eroi, vestiti in uniformi nere, che marciano sull’insediamento del Boss opportunamente innaffiato di (non letale) Gas della Pace.
A seguire, un lungo montaggio che è passato alla storia come “La Marcia del Progresso”…

Il mondo che ne emerge nel 2036 è modernista nel design e scientista nell’ideologia – un’umanità votata al progresso che vive in città sotterranee, “affrancata dai capricci del clima”.
Gli umanisti (come al solito) sono depressi – non che abbiano qualcosa contro il fatto di vivere in prerenne luce artificiale, senza potersi fare una passeggiata sotto la pioggia; no, quello che li rode è che il progredire della scienza li obbliga a confrontarsi con la propria piccolezza nel grande schema delle cose, con il proprio essere insignificanti nella vastità dell’universo.
Un sentimento che H. P. Lovecraft avrebbe accolto con la sua versione di un “Fuck, yeah!” e pollici alzati.
Ma comunque non c’è trippa per gatti – la scienza avanza inesorabile, il progresso non si ferma.
Arriveremo mai ad un punto fermo?
No.

Ora, il film di Korda non è steampunk – al limite, una parte consistente dell’estetica si può definire dieselpunk, ma non facciamo proliferare le etichette.
Per quanto Wells – soprattutto con La Macchina del Tempo, L’Uomo Invisibile, La Guerra dei Mondi e l’Isola del Dottor Moreau – sia certamente uno degli autori che hanno fornito spunti, strutture, stile e tematiche allo steampunk, io lo chiamo in causa qui non per la sua influenza diretta, ma piuttosto perché con Things to Come ci fornisce una summa del tema centrale dello Steampunk – il nostro rapporto col progresso – illustrando tutti i pro e i contro, le speranze e le tensioni di questa nostra storiaccia con la forma delle cose a venire.
Torneremo a parlare di Things to Come mano a mano che il discorso continua – ma non per il suo look o per la sua trama.

Per me- e così passiamo al personale – Things to Come è agghiacciante proprio perché veicola una filosofia scientista senza stemperarla con uno straccio di compassione o di umano sentimento.
Nel senso che anch’io sono fermamente convinto che la scienza ci permetterà di migliorare le nostre condizioni di vita e di lasciare ai nostri discendenti un posto migliore in cui vivere – se glielo permetteremo – ma mi rendo conto che portare il discorso all’estremo, pensare al progresso scientifico e tecologico senza accoppiare ad esso un progresso culturale e sociale, rischia di ridurci a formiche che vivono in cità climatizzate sottoterra, a dover sentire in eterno il lamento degli umanisti.
Senza neanche potergli dare completamente torto!

Ciò contro cui inveisce lo scultore Theotocopulos (no, non me lo ricordavo a memoria, ho controllato su Wikipedia) in Things to Come è ciò he Alvin Toffler chiamerà, negli anni ’70, Future Shock…

… l’idea che l’accelerazione della tecnologia, il susseguirsi delle innovazioni, ci stia causando un certo stress, perché non riusciamo a stargli dietro (il documentario con Orson Welles si trova tutto – qualità pessima – su Youtube).
Il Progresso ci sta logorando.
E forse, come cantava B.B. King, l brivido è scomparso.
L’idillio si è infranto.
Rischiamo di perdere la poesia, l’entusiasmo, la passione per il progresso.

Il progresso che, come abbiamo visto ieri, a tutti gli effetti viene scoperto in Calabria nel tredicesimo secolo.
Ma di questo, parliamo nel prossimo post.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

4 thoughts on “Cose a Venire

  1. Condivisibile il tuo ragionamento sull’avanzamento scientifico-tecnologico che deve essere accompagnato di pari passo da quello etico-culturale.
    Accade?
    Ogni tanto sì. Altrimenti il mondo sarebbe un posto assai più brutto di quello in cui viviamo.
    I nazisti – parte di loro – vedevano la scienza come mero strumento per plasmare un mondo fatto su misura. Senza spazio per l’etica, i sentimenti o la compassione.

    Ovviamente però c’è anche da tutelarsi dagli estremi opposti, tipo i luddisti religiosi che vedono in ogni novità scientifica una blasfemia contro qualche fantomatica divinità.
    Senza andare lontano, basta guardare nel nostro cortile, oltretevere…

    PS: ottimo post!

  2. l’idea che l’accelerazione della tecnologia, il susseguirsi delle innovazioni, ci stia causando un certo stress, perché non riusciamo a stargli dietro

    Ma siamo sicuri che sia poi così importante essere sempre e comunque “all’avanguardia”, essere updated ad ogni costo?

    Io penso che a livello collettivo inseguire il progresso (sempre però secondo una certa etica, come sia tu che il buon Alex sottolineate: al centro devono sempre esserci l’Uomo e l’Ambiente che lo ospita) sia una cosa positiva e desiderabile, visto che gli sforzi che si impiegano in grandi progetti epocali, quelli che sono delle vere e proprie pietre miliari, alla fine hanno sempre dei risvolti che portano benefici concreti.
    L’esempio che ho in mente è quello dell’esplorazione spaziale, sin dagli albori, che se da molti veniva giudicato come uno sforzo inutile, volto solo a dimostrare la supremazia delle superpotenze in ballo (e, ad essere sinceri, in buona parte lo era), alla fine ha permesso o accelerato lo sviluppo di tecnologie che poi sono entrate nella vita di tutti.
    Stesso discorso vale per la chimica, la medicina, e via dicendo.
    Se nessuno sentisse la necessità di spingersi un pò più in là, staremo ancora girando coperti dai nostri peli, rifugiandoci in caverne in attesa di un monolito.

    D’altro canto, a livello individuale, la necessità di beneficiare sempre di ogni ultimo pezzettino di tecnologia mi pare una cosa maniacale.
    Ok, il nuovo smartphone fa le foto più belle del mio, contiene più canzoni e ha millemila programmini in più del mio; ma alla fine mi serve sul serio? O, per meglio dire, queste migliorie sono veramente necessarie a migliorare la mia vita?
    E ci tengo a precisare che non sono certo uno di quelli che aborre a priori la tecnologia, fra i miei amici sono uno di quelli che ha sempre avuto più interesse nei confronti di computer e affini, mi piace smanettare su linux e via dicendo.
    Però a volte mi pare che questo affanno sia una cosa totalmente affine al rincorrere le mode in fatto di abbigliamento.

  3. Grazie per i contributi.
    Il Progresso, come spero vedremo, è centrale nel discorso che intendo fare.
    Ed ho voluto cominciare proprio con Things to Come perché mostra il Progresso nella sua versione più estrema ed estremista, più totaltaria.
    Una visione che non sottoscrivo, ma che topnerà, spero, utile.

  4. Pingback: Videoclip e Fantascienza – 16 « Sekhemty Blog

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