strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Referaggi & Scimitarre

10 commenti

Io adoro quelle situazioni in cui tutti i pezzi del puzzle si incastranio alla perfezione, l’immagine è fantastica, solo che si tratta di pezzi presi da puzzle diversi.

Questo è il mio universo.
Questo è l’universo che mi piace.

Volete un esempio?

Cominciamo con il post di Andreas Formiconi su Insegnare, Apprendere, Mutare.

Il post è grande, e vi consiglio di leggervelo tutto.
Poi tornate qui.
Fatto?
Bene.

La frase che mi interessa, perché va a toccare uno degli argomenti che mi stanno maggiormente a cuore, è questa…

Come si fa a garantire che un articolo risponda ai requisiti minimi di rigore, completezza di descrizione, qualità della descrizione, originalità del quesito, significatività e riproducibilità dei risultati? Con il processo di revisione fra pari, peer-reviewing. Le riviste scientifiche serie, prima di pubblicare un articolo, lo inviano ad almeno due revisori esperti nella materia i quali, rimanendo anonimi, esprimono un parere tecnico sulla validità del lavoro proposto.

Quella del referaggio è una questione pelosissima.
Del tipo – perché io presento un articolo ad una rivista internazionale, il mio lavoro viene passato a due referee, e mentre quello americano mi contatta, ci scambiamo un paio di mail, e poi mi dice cosa c’è secondo lui che non và, il referee italiano è anonimo, e non potendo attaccare il mio lavoro critica a capocchia il mio inglese?

Oppure, com’è che, nonostante l’onnipotente peer-reviewing, un gruppo di ricerca anni addietro pubblicò uno studio statistico sul genoma dei mammiferi, arrivando a sostenere che l’uomo ha più cromosomi in comune con i cetacei che con i primati, salvo poi venire smentiti da un laureando che scoprì che avevano etichettato come “balenottera azzurra” dei campioni di genoma umano?

Ecco, cose così.

Ma il referaggio, per quanto discutibile e criticabile, è importante per un altro motivo, oltre a quelli citati da Andreas.
Il referaggio del mio articolo è ciò che fa di me uno scienziato.

Perché non è la laurea, non è il master, non è il dottorato.
Non è girare con l’aria snob, farsi chiamare dottore e fumare la pipa.
Li ho visti, così ce n’è una marea – ma non sono scienziati.
per essere scienziati, bisogna pubblicare un lavoro che superi il referaggio dei nostri simili.
Non si chiama peer-reviewing a caso.
Nel momento in cui io pubblico un lavoro, e la comunità accetta il mio lavoro, lo certifica, allora sono parte della comunità.
Sono uno scienziato.
Si chiama funzione di gatekeping – il referaggio sulle pubblicazioni decide chi è dentro e chi è fuori.

Il che mi permette di collegarmi al commento fatto dall’eccellentissima Lady Simmons ad un post qui da qualche parte…

[la] frase “ah però è laureato” come fosse un di più, una tacca sulla scimitarra della vita..
Ma il pezzo di carta non garantisce nulla, se non hai i controcoglioni di farti da solo.

Esatto.
Siamo soli, dobbiamo darci da fare, e dobbiamo essere ammessi nei sacri luoghi dai nostri simili che ci giudicano non sulla base di chi siamo o di chi conosciamo, ma di ciò che facciamo.

Ed è bellissimo – per me, per lo meno – perché significa anche che io non sono uno scienziato (o un orientalista, uno storico, un glottologo, un veterinario…) così, ab aeterno, perché ho un pezzo di carta.
Significa che io sono ciò che sono solo fin tanto ch continuo a farlo, a darmi da fare, ed a giocare secondo le regole, e i miei simili mi accettano come parte della tribù.
È fantastico!
Significa che devo continuare a muovermi, a pensare, a tenermi aggiornato ed a comunicare ciò che sto facendo, per potermi fregiare del mio titolo.

Ed è ancora più fantastico perché proprio mentre questi pezzi di puzzle diversi mi scivolano fra le dita e si incastrano perfettamente, Adam Heine, che è sempre un bel leggere, sul suo blog Author’s Echo, analizza il disastro di Jacqueline Howett.
Per chi se lo fosse perso – la Howett, autrice di romanzi distribuiti via web, ha avuto la pessima idea di rispondere con post sgrammaticati e deliranti ad una recensione negativa comparsa su un blog; e così facendo, ha colato a picco la propria carriera, generando un feedback negativo di proporzini bibliche.
Partendo da questo spunto, Heine dichiara…

Some revolutionists say this New World, in which anyone can find their own audience, removes the gatekeepers. But seeing a slush-pile-like reaction like this seems to imply the opposite: the gatekeepers are not gone, they’re changing.

Che è grande!
Perché non solo il discorso di Heine tira in ballo la sociologia dell’autopubblicazione su internet, ma delinea come la funzione di gaekeeping – la funzione tradizionalmente svolta dai referee, dal peer-reviewing – sia ora distribuita attraverso la rete.
Per lo meno in certi ambiti.

Il che non solo si incastra a meraviglia con il post di Andreas, ma anche (wow!) con l’osservazione di Lady Simmons.
Esiste la seria possibilità che, al di là di direttive ministeriali, di discutibili “meritocrazie”, al di là di strutture talmente vecchie da predatare le piramidi, forse, se continueremo a fare ciò che ci definisce, sarà la comunità a legittimarci.

Mi pare una delle cose più… bah, più del ventunesimo secolo che mi sia capitato di incontrare negli ultimi sei mesi.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

10 thoughts on “Referaggi & Scimitarre

  1. Pingback: Daily: può un corso essere arte? « Insegnare Apprendere Mutare

  2. Mi permetto di riportare questa tua ‘dotta’ disquisizione al mondo dei libri. Non basta aver letto e/o scritto 10000 libri, non basta aver compulsato mille testi sulla scrittura creativa, non basta far parte della scuderia di una casa editrice per essere e/o essere definito uno ‘scrittore’: bisogna che qualcuno ti legga e apprezzi quello che scrivi. Non sei tu a definirti ‘scrittore’, ma i tuoi lettori. O è un corollario indebito?
    Temistocle

  3. Dunque. Questo tuo post mi esalta. Perché è esattamente ciò che penso anche io. Non credo che il nocciolo sia la boria, il master, il voto di laurea, l’elenco dei prof a cui hai leccato i piedi, confidando nel futuro. Il punto è: che cosa si fa. Che riscontro ha nella comunità “oltre”. Oltre l’aula della tua facoltà, l’orticello della tua casa, il perimetro della tua auto.
    Mi piacerebbe molto avere ulteriori informazioni riguardo l’ambiente scientifico. Sto lavorando a un progetto (libro) e vorrei realizzare esattamente quanto stai dicendo.
    Sai qual è la cosa bella dei tuoi scritti? Che dai speranza, che mostri vie, che riesci a mostrare una cosa negativa in “positiva” per l’apprendimento e il miglioramento. Complimenti!

  4. @TIM
    Non fa una piega.

    @CAROLINA
    Grazie – si fa quel che si può 😉
    Sull’ambito scientifico, referaggio e così via, ti consiglio di tenere d’occhio il blog di Andreas.
    Ma magari qualcosa in più lo farò anch’io…

  5. Vero, vero. Le cose stanno cambiando, speriamo che continuino a farlo per il meglio. Magari anche grazie al nostro piccolo contributo.
    Per quanto riguarda l’ambito scientifico, in effetti sarebbe interessante un referaggio di articoli pre-pubblicazione (ad esempio, sto lavorando ad una serie sulle estinzioni di massa – e la mole di dati è enorme – ma come faccio a sapere se ciò che ho scritto è nonostante tutto valido?), ma non capisco come si potrebbe fare nella realtà delle cose.

    Intanto terremo d’occhio Andreas. E anche tu.

    Shaggley, dinosauro peer-reviewed

  6. troppo onorata della citazione ^___^

  7. Pingback: Daily: il valore dell’errore « Insegnare Apprendere Mutare

  8. Pingback: Assignment6, obbligatorio? « …affamati,curiosi,folli…

  9. Pingback: Assignment6, obbligatorio? | www.comproorobandenere.it

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