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Empatia e Narrativa (o viceversa)

18 commenti

Questa è meno che ovvia, ma sono sicuro che la capirete.

Ecco una cosa rapida per oggi – considerando che sarò off-line per gran parte della giornata, mi pare il caso di lasciarvi con qualcosa di interessante da leggere, o sul quale meditare.

Un recente articolo sembra indicare una forte correlazione fra il grado di empatia delle persone, e la loro abitudine alla lettura di narrativa.

Resta da stabilire, naturalmente, quale sia il rapporto causale.
Forse leggere narrativa accresce la capacità del lettore di percepire e comprendere le emozioni dei propri simili.
O forse, le persone più empatiche sono naturalmente attratte dalla narrativa.

Di sicuro, è una notizia interessante, che solleva interessanti problemi.
Ad esempio – non sarà che viviamo in un paese che va alla deriva, circondati da esemplari umani di serie B, cinici e squallidi, a causa della scarsissima propensione alla lettura dei nostri connazionali?
È per questo che ignoranza e intolleranza sembrano andare di pari passo attorno a noi?

C’è di che preoccuparsi.
Ma anche di che rallegrarsi.
Ancora una volta, siamo un po’ meglio di quanto credevamo.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

18 thoughts on “Empatia e Narrativa (o viceversa)

  1. Caro Davide,
    tocchi un punto per me fondamentale. Il discorso del legame tra empatia e abitudine alla narrativa si inserisce in quello del rapporto tra analisi (e psicoterapia in generale) da un lato e narrativa dall’altro. Scarlett Thomas scrive: “abbiamo bisogno della narrativa perché siamo destinati alla morte”. A me pare che leggere insegni a vedere in chiave narrativa anche la propria vita e quella altrui. Questo, a sua volta, è un processo donatore di senso. Se io riesco a vedere, nella confusione e apparente (?) casualità degli eventi un filo narrativo, avverto la presenza di un senso esistenziale che altrimenti mi è precluso. Un senso che forse esiste oggettivamente o forse solo nella mia narrazione a posteriori. In entrambi i casi non cambia molto. Che il senso esista davvero o meno è meno importante del fatto che io possa percepirlo e quindi avvertire che la vita non è vuoto, casualità, inutilità.
    Non so se mi sono spiegato. Si tratta di un tema su cui di recente ho riflettuto e scritto. Se interessa posso cercare di spiegarmi meglio.

  2. Quoto quello detto (molto bene) qui sopra da Alessandro: “A me pare che leggere insegni a vedere in chiave narrativa anche la propria vita e quella altrui. Questo, a sua volta, è un processo donatore di senso.”

    Aggiungo che leggere ti abitua a vedere nel medesimo momento, come dall’alto, che una vicenda nasce dall’incrocio di diversi punti di vista, che l’umanità è fatta di personaggi che vivono sullo stesso piano e hanno la stessa dignità. Nel confronto con i personaggi di una storia, il lettore perde il senso dell’ego che lo spinge a pensare a se stesso come a qualcosa di superiore agli altri (ovvero ciò che contrasta l’empatia) e, “allenandosi” conoscendo i personaggi immaginari che sono altro da sé come il prossimo reale, si abitua a pensare che anche gli altri hanno sentimenti, ragioni, spinte emotive, reazioni, eccetera. Questo senza dubbio accresce la sensibilità del lettore.

  3. A titolo personale, e basandomi soltanto sulla mia esperienza, posso dire che il processo è biunivoco, ma non necessario.
    Cioè.

    La narrativa viene fatta per empatia, per confrontarsi con gli altri e con il mondo, per tentare di alzare un po’ il velo di mistero. Per sfogo, per emotività. Ma in fondo, c’è sempre la spinta verso il lettore, o i lettori, verso una comunicazione.

    La lettura è un processo di ricostruzione ed interpretazione, ed è normale che si attivino processi empatici. Basta vedere tutto il discorso dell’immedesimazione nel personaggio.

    D’altra parte, l’esercizio continuo di facoltà di empatia porta ad un affinamento delle stesse.
    Ciò su cui non sono d’accordo è però che questo processo sia automaticamente reiterativo: non basta essere empatici per amare la narrativa, e leggere narrativa può renderci più empatici, ma non necessariamente lettori più avidi.

    Shaggley, dinosauro empatico

  4. “non sarà che viviamo in un paese che va alla deriva, circondati da esemplari umani di serie B, cinici e squallidi, a causa della scarsissima propensione alla lettura dei nostri connazionali?
    È per questo che ignoranza e intolleranza sembrano andare di pari passo attorno a noi?”

    Sicuramente non solo per quello, ma di certo è una delle cause, e non la minore.

    E aggiungo che la non-lettura è probabilmente parte dell’organizzazione del consenso così efficente oggi in Italia.

    E sono d’accordo anche con Alessandro riguardo al processo donatore di senso.

  5. Pingback: Empatia e Narrativa (o viceversa) « strategie evolutive

  6. Uno può domandarsi anche se la scrittura possa essere donatrice di senso come la lettura. E qui ci si va ad agganciare anche ai post di e su Elvezio Sciallis. Tendenzialmente direi di sì, e direi che una delle “Spinte” di cui parla Davide nel post precedente è il tentativo di dare senso alle cose. Paul Auster scrive: “Scrivere non è più un atto di libera scelta per me,
    è una questione di sopravvivenza”. E da un’altra parte: “L’investigatore è colui che osserva, ascolta, si districa in questa palude di oggetti ed eventi, alla ricerca di un’intuizione che gli permetta di ricomporre tutto in un modo sensato. In effetti, lo scrittore e l’investigatore sono figure intercambiabili”. A me pare comunque una spinta molto forte e una giustificazione sia per la scrittura sia per la lettura.

  7. Interessante argomentazione…
    E si, caro Davide, siamo circondati da individui squallidi,spesso microcefali e poco acculturati, contenti di esserlo.
    Letteratura ed empatia…non tutti i lettori sono o diventano empatici e non tutti gli empatici si avvicinano alla letteratura.
    Certo è che leggere è come vivere 1000 altre vite, e questo genera preziosa esperienza, molteplici punti di vista, infiniti sentimenti sui cui riflettere e a cui la mente si apre, e se si è fortunati il cuore lo accompagna.
    Concordo nella letteratura come catarsi dell’idea della morte, leggiamo per non essere soli, anche, per fantasticare, per conoscere, per comprendere le persone o i mondi che vediamo con i nostri occhi.
    Il paragone tra chi ha letto 100 libri e chi ne ha letto uno in tutta la vita è IMPARI. Sempre.
    L’arte evita la metaforfosi in medioman.

  8. Mentre approvo pienamente quanto scritto da Alessandro, almeno per quanto concerne la lettura, perchè sulla scrittura non ho sufficiente esperienza, espongo un dubbio che a volte mi infastidisce: non è che a volte si rischi di perdere il senso della realtà? qu7alche volta mi è venuto questo sospetto… che per fortuna (o no?) dura poco.

  9. Rieccomi online e pronto a tornare offline.
    D’altra parte, visto il livello dei commenti, forse è meglio così – grazie a tutti per aver condiviso le proprie impressioni.

  10. Lady Simmons: “Il paragone tra chi ha letto 100 libri e chi ne ha letto uno in tutta la vita è IMPARI. Sempre.” A me pare un gran luogo comune. Di persone che non leggono, perché semplicemente preferiscono fare altre cose, ne conosco molte, e non sono affatto persone di serie b che vengono umiliate al confronto coi Magnifici Lettori.

  11. … però se gli dici “incunabolo” si offendono.
    😀
    (scherzo, scherzo, posate quei lanciafiamme!)

  12. bè comunque la tipa della foto è Gemma, la ragazza empatica muta incontrata dal capitano Kirk con Spock e McCoy in un episodio di Star Trek TOS 🙂

  13. hai mandato in sollucchero la trekkie che è in me, potevi anche scegliere Deanna Troy ma forse era più riconoscibile

  14. Negrodeath mettiamola così: accetto il tuo punto di vista e sono pronta a smentirmi, ma tra le persone che ho incontrato sinora nella mia vita chi ha letto più di un libro all’anno ha una qualcosina in più.

    E…io ci avrei messo Jadzia Dax… ma quanti trekkie si annidano in questo blog? Coraggio! VENITE FUORI!
    (scusate OT)

  15. Avevo riconosciuto la provenienza TOSsica della ragazza nella foto, ma avevo paura a pronunciarmi, i trekkie su questo blog devono riunirsi in clandestinità 🙂
    Comunque Jadzia non aveva particolari capacità empatiche. A meno che tu non volessi intendere i precedenti ospiti e tutte le loro esperienze di vita.

  16. Eccoli qui… dagli un appiglio, e comiciano a dibattere di quanti ferengi ci vogliano per cambiare una lampadina, o del sesso dei klingon o di qualche altra oscura minuzia…

    Come diceva Socrate: “Geek!”
    (e chi coglie la citazione, 100 punti)

  17. Uh Uh…
    Porto la mia esperienza:
    Chi legge è più sensibile. Chi non legge, non lo è. Punto e basta! 🙂

    A parte gli scherzi, io trovo che chi legge con frequenza è diverso.
    Esiste gente che è molto sensibile ma che non legge, vero. Ma è più facile trovare persone sensibili tra chi legge con frequenza.
    Io stesso vedo il cambiamento in me. E anche chi mi sta accanto vede questo cambiamento.
    Anni fa bastava un niente per scattare.
    Ora non ce la faccio.
    Leggere significa immergersi nella storia e nei personaggi. Capire i loro punti di vista.

    Entrare nella mente di due personaggi differenti (magari in conflitto fra loro), capirne i motivi e condividerne le emozioni ti porta a fare – o cercar di fare – la stessa cosa nella vita.
    Se una persona mi risponde male, la mia prima reazione non è più “rispondi male anche tu, anzi, cerca di schiacciarlo se puoi” ma: “beh, ha qualcosa che non va! Prima aveva gli occhi rossi, forse qualcuno a lui caro sta male. Magari è nervoso per questo. Dopo quando è calmo provo a parlargli”.
    In più ho sviluppato una sensibilità per i particolari.
    Una persona che si tiene la testa, occhi rossi, un comportamento o delle parole particolari che non rientrano nel registro di quella persona. Cose che prima passavano inosservate.

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