strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

La Spinta, parte seconda

17 commenti

Un paio d’anni or sono, un personaggio piuttosto popolare nella blogsfera mise online, gratuitamente, il proprio romanzo d’esordio.
Considerando che si trattava di un personaggio che non aveva mai esitato a sparare a zero in maniera piuttosto brutale su chiunque capitasse a tiro, com’era prevedibile, mentre i soliti adoratori ad oltranza si sdilinquivano in complimenti su forum e affini, alcuni malvagi, animati da un volgare desiderio di rivalsa, scaricarono il file e trascorsero alcune ore sghignazzando selvaggiamente e scambiandosi mail al vetriolo.
Non che fosse difficile.
Il romanzo era di una bruttezza intollerabile, addirittura imbarazzante.

Non ne ricordo nemmeno il titolo.
Io personalmente arrivai solo a pagina sedici.
Questo per una serie di motivi.
Il primo, naturalmente, era che non avendo a disposizione una vita eterna le ore buttate a leggere pattume non mi verranno mai restituite.
Il secondo, ed altrettanto importante, è che non provo piacere a leggere testi brutti.
Non sento il piacere del contemplare le automobili che si schiantano, i nuovi palazzi che crollano.
E terzo, ma non meno importante, lo sghignazzo cattivo alle spalle di una persona – per qualto arrogante – che si faceva cogliere coi pantaloni metaforicamente calati, sì, ok, è una gran cosa, ma nessuno dei miei compagni di sghignazzo sembrava interessato a ciò che interessava a me.
Vale a dire, al motivo per cui quel testo era tanto orripilantemente brutto.

Perché le sue cosine al loro posto giusto le aveva tutte.
Il dialogo non soffriva dei difetti tipici del dialogo dei principianti.
Non c’erano infodump – per lo meno non nelle prime sedici pagine – e non c’erano svarioni.
C’era, è vero, la malaugurata idea di voler seguire gli schemi delle light novels gipponesi, ma ci sono in circolazione idee più storte.
L’ipotetica trama (per lo meo nelle prime sedici pagine) ammiccava ad un pubblico di adolescenti in maniera plateale e abbastanza volgare, ma non più di molti best-seller.
E allora, cos’era che non andava?

I più, sghignazzando, osservavano che non aveva una trama definita a pagarla, o che cercava di emulare un genere solo apparentemente semplice senza conoscerlo se non attraverso descrizioni di seconda mano.
Ma questi non sono problemi importanti.
Ci sono libri che non hanno una trama a pagarla (penso a Giù Nella Cattedrale, di Philip Dick) ma che ti afferrano e non ti lasciano scappare, o che cercano disperatamente di seguire un modello che l’autore non è in grado di gestire (penso al malandato tentativo di fare del noir di George Alec Effinger, altro autore che tuttavia apprezzo, in When Gravity Fails) ma restano significativi.

No, il problema non era quello.
Il problema era che quel testo, frutto certamente di un lavoro molto studiato e di un progetto preciso, era assolutamente senz’anima.

Ed a questo punto dovrei farvi leggere uno stralcio di quel testo, ma purtroppo non ne ho una copia a portata di mano (cosa non sorprendente – io non colleziono pattume).
Cosa intendo, quindi, con senz’anima?
Come ve lo spiego?

Beh, senz’anima significa che la persona che stava scrivendo non aveva alcun modo per infondere una vita, una scintilla, nella narrativa.
I dialoghi, formalmente corretti, restavano piatti e insipidi.
I personaggi erano competentemente descritti ma non destavano alcun interesse nel lettore.
Non simpatia, non riprovazione.
Si trattava della storia di cui non ci fregava nulla di personaggi dei quali non avrebbe potuto fregarcene di meno.
Alcuni passaggi erano dolorosamente imbarazzanti, poiché esponevano inconsapevolmente alcuni prtoblemi reali di chi scriveva – e che per tutta la tecnica dimostrata non era stato in grado di attingere a quei problemi, per metterli consapevolmente sulla pagina, fare della scrittura un’esperienza liberatoria, nutrire la trama e i personaggi con quell’energia.

Era una storia senz’anima, quell’imbarazzante ipotetica light novel, perché era stata scritta in maniera arrogante, nella convinzione che un modello teorico e un sacco di tecnica potessero bastare, che non fosse necessario mettersi in gioco in prima persona, esporsi, calare la maschera.
Accettare il rischio di essere onesti, aperti, completamente esposti.
Tirare quel fottuto grilletto.

Anche questa è la Spinta.
Ma non è più la spinta che ci permette di scrivere, di arrivare in fondo, di non lasciare che gli intoppi ci fermino o ci dieraglino.
Questa è la spinta che dà vita ai personaggi, che possono essere odiosi, ma se sono vivi, il lettore avrà voglia di scoprire come vanno a finire.
È la spinta che trascina avanti la storia che lo voglia o meno, che genera un flusso, un’onda sulla quale, quando il momento arriva, surfiamo verso la conclusione danzando con le dita sulla tastiera.

È di questo che si parla quando si dice scrivere sulla base dell’esperienza.
Non significa diventare palombari per scrivere Ventimila Leghe Sotto i Mari, ma essere onesti riguardo al nostro cuore spezzato quando scriviamo una storia d’amore.
Usare il piacere breve e colpevole che proviamo quando i nostri amici falliscono per animare i nostri cattivi.
Attingere da quella esperienza per ottenere l’energia per illuminare la pagina.

Il che significa che scrivere è (anche) essere degli esibizionisti.
Con il trucco che non dobbiamo mettere noi stessi sulla pagina (a meno di scrivere un’autobiografia, naturalmente), ma mettere la nostra esperienza nella storia.
Scrivere di ciò che ci mette a disagio, di ciò che ci fa paura (la più forte delle emozioni umane, giusto HP?), di ciò di cui ci vergognamo.

Se tutto è meraviglioso, nulla ci turba, nulla ci fa infuriare… cosa scriviamo a fare?
Edna O’Brien diceva che chi è felice non scrive.
Edna aveva ragione – io di solito sono felice dopo aver scritto, una volta arrivato alla fine.
Prima, mentre le idee sedimentano, e durante, durante la stesura, sono odioso e insopportabile, a malapena umano – ci sono troppe cose che mi rodono, che si accalcano per arrivare a spingere la storia.
Quando sono fortunato, la Spinta fornisce un minimo di anima alle mie storie, che a qualcuno piacciono.

La tecnica è fondamentale – ma solo perché ci aiuta a mediare quel nocciolo di disagio, in modo che non caschi sulla pagina in maniera imbarazzante, ma contribuisca a sollevare la storia, mantenerla in movimento.

Non è difficile – bisogna semplicemente fare esercizio.
Trovare ciò che maggiormente ci mette a disagio, e portarlo al centro della nostra attenzione quando scriviamo.
Usarlo per alimentare la fiamma, come diceva Happy Rhodes.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

17 thoughts on “La Spinta, parte seconda

  1. Ho presente il testo a cui accenni e rimane effettivamente un buon esempio di narrativa scritta in maniera non interessante. Non è certamente l’unico né il più clamoroso ma rimane un caso interessante a cui riferirsi. Io sono un ‘bullonaro’, uno di quei personaggi astiosi che se trovano un dettaglio tecnico sbagliato / fuori posto / inadeguato ringhiano, OK? Sono anche poco interessato a tutta quella narrativa, non parliamo di generi o sottogeneri, che viene palesemente più prodotta che scritta. Non contento ho anche delle pretese, vorrei almeno provare qualcosa mentre leggo. Non a ogni pagina, ma almeno ogni dieci.
    Il punto è che di testi che sono emozionalmente inutili che ne sono a caterve. Spesso firmati anche da autori con un certo nome, non è necessario essere sconosciuti per dare alla luce testi di bassa qualità. La domanda a questo punto è: perché si scrive materiale del genere? Posso giustificare il rispetto di un contratto da parte dell’autore (ma non la decisione dell’editore di stampare robaccia) ma quando si scrive per il gusto di farlo? Probabilmente sono io che non sono abbastanza intelligente da capire ma davvero vorrei poter trovare delle motivazioni a cose del genere.

  2. La scrittura è prima di tutto un gesto presuntuoso – parto dal presupposto che ciò che scrivo piacerà e interesserà a qualcuno, là fuori.
    Quindi l’ego è sempre un motore valido.

    Capita – ed è ampiamenteocumentato – che un autore di buon livello metta il pilota automatico.
    Esistono sistemi per evitarlo, ma a volte pagare l’affitto è una buona motivazione per scrivere, ma non per scrivere bene.

    Poi, c’è chi rimane accecato dalla tecnica.
    Capita in ambito musicale, se ci pensi – ci sono musicisti tecnicamente impeccabili, ma che non reggerebbero dieci minuti davanti al pubblico perché non riuscirebbero a comunicare.
    Ne ho conosciuti, specie in ambito classico: erano persone degnissime, ma quando dicevi loro di “lasciarsi andare”, non capivano cosa volesse dire, non ci riuscivano proprio.
    E questo li danneggiava, ma non riuscivano ad evitarlo.

    Però, mi coglie una illuminazione improvvisa – i musicisti di legno che ho conosciuto erano tutti persone che al di fuori del proprio ristrettissimo ambito (chessò, il barocco, l’opera lirica italiana, le sonate romantiche per pianoforte) quasi non ascoltavano e non praticavano altro.

    Che i difetti che riscontriamo in certi aspiranti autori di genere dipendano dal fatto che frequentano solo il genere? O magari sottogeneri ancora più ristretti?

    Credo che un bel bagaglio di esperienze miste, un bel po’ di cross-training, possa solo giovare.

    PS: però bella la definizione di “bullonaro” 😀

  3. Angelo,
    l’effetto emotivo sul lettore è decisamente soggettivo. Cioè una cosa che a te non scatena niente, magari all’autore scatenava parecchio… veniamo tutti da storie e culture diverse.

    Poi c’è la storia delle aspettative, che vale non solo per la lettura ma per tutti i media. Io cerco di avere sempre aspettative basse,preferisco essere sorpreso in positivo piuttosto che arroccarmi in difesa prima di aprire il libro.

    Mi è capitato di ricevere complimenti per cose scritte in fretta e svogliatamente, perché dovevo consegnare qualcosa, e essere ignorato quando invece ci avevo messo impegno e tecnica. Davvero, non siamo mai i migliori giudici del nostro lavoro, e non sappiamo mai che effetto avranno le nostre opere là fuori.

    Considera, poi, che esistono i lettori occasionali.Anzi, sono la maggioranza… è chiaro che un Mana che legge trecento libri l’anno sarà più difficile da sorprendere, ammaliare etc di un Mario Rossi che ne legge, se va bene, due o tre. E se per Mario Rossi vado bene pure io, perché non scrivere qualcosa per lui, se mi diverto a farlo?

    Insomma, tutto questo mio commento confuso e scritto in maniera sciatta serve solo a dire… Ragazzi, la lettura sarà anche una cosa seria, ma non carichiamola di valori e significati eccessivi. Un libro è, innanzitutto, un prodotto (se pagato) o un servizio (se regalato) dall’autore/editore alla comunità dei lettori. E in quanto tale, può declinarsi in infinite varianti di grado, qualità, prezzo, etc etc. C’è spazio per tutto e tutti.

  4. Certo.
    Ma se proprio ci scappa di farlo, perché non impegnarci per farlo al meglio? 😉

    Comunque concordo – l’aspetto di prodotto/servizio è importante, e trascurarlo è suicida.

  5. Ma la domanda è se è preferibile un testo con delle ingenuità ma interessante dal leggere o un testo tecnicamente ineccepibile ma noioso e senza anima. Io da lettore preferisco il primo caso; anche delle imperfezioni,senza esagerare ovvio, mi parlano dell’ autore, della sua umanità, del suo tentativo di arrivare a qualcosa.

  6. Perché non farlo al meglio.. beh.. premesso che un professionista deve sempre lavorare al meglio della sua abilità, i motivi per creare un sottoprodotto (chiamiamolo così) potrebbero essere:

    1) perché non ti pagano abbastanza
    2) perché ti hanno dato poco tempo per farlo
    3) perché è un prodotto che sarà consumato in un mese e dimenticato, quindi non vale la pena dannarsi
    4)perché comunque il lettore medio non si accorgerà della differenza 😉
    5)perché è più divertente scrivere senza preoccuparsi troppo di quello che penserà tizio o caio

    Ma forse il problema è che io parlo di editoria mentre voi volete parlare di Letteratura 🙂

  7. Questo aspetto personalmente lo traduco nel termine “energia”.

    Un libro bello mi comunica l’energia che lo scrittore ci ha messo dentro. E non ci sono ricette. E’ un alchimia che non si insegna, né si può raccontare. In fondo non si può neanche sapere che c’è, se non a risultato acquisito. Però sono certo che lo scrittore, quello vero, quello maturo, si accorge quando sta scrivendo con “energia” e quando no.

    Il problema è che questo è un tipo di sensibilità che va costruita a mano a mano che si impara a scrivere (scrivendo e leggendo) e si affinano tecniche e tematiche, e non è semplicemente sinonimo di “voglia”.

    Per questo parlo di “maturità”.

  8. L’aspetto emotivo è una questione spinosa.
    Diciamo che io cerco soprattutto una buona trama – più dei personaggi, più dei dialoghi, più di un’emozione.
    O forse è la trama stessa a provocarmi emozioni, quindi direi che comunque ci siamo.

    Molti scrittori statunitensi hanno un’ottima cura del prodotto-libro, ma mancano di anima. In taluni casi li trovo comunque più godibili di scrittori che puntano tutto sul testo emotivo, stravolgendo magari l’impianto stilistico. Il risultato, a volte, è un testo sperimentale che non collima con le mie attitudini da lettore-conservatore.

    Semi-OT: Sull’aspetto bullonaro sottolineato da Angelo, ammetto che anch’io una volta ero un estremista dei dettagli, anche i più inutili. Poi, a furia di sentirmelo dire, ho capito che non a tutti interessa sapere, che ne so, il calibro preciso di ogni singola arma citata. Alcuni mi hanno addirittura detto che sono particolari fastidiosi. Quindi ho trovato un compromesso, spero passabile.
    In fondo il confronto coi lettori, se ben predisposti, genera buoni consigli.

  9. Questo è uno dei motivi per cui ritengo che l’arte dello scrivere sia veramente difficile. Scrivere apre le porte dell’anima e il cervello schiera in prima linea la difesa pesante contro ricordi ed emozioni che possono travolgere. La penna, nel mentre, verga il risultato del conflitto, mentre la fantasia, a tentoni, scala le pagine.

  10. … e poi un blogger da due lire da qualche parte nella rete annuncia al mondo che ciò che hai scritto è patetico…
    😀

    È un ambientaccio 😉

  11. Ciò che ho scritto io? Non ho capito a chi ti riferisci

  12. No no no, era inteso in senso generico!
    Il tuo commento era talmente di classe, che mi è vanuto automatico dar voce al rovescio della medaglia… ci impegnamo, diamo fondo ai nostri strumenti ed alle nostre capacità, e poi c’è sempre e comunque qualcuno pronto a sparare a zero.

    Non era intesa come una battuta nei tuoi confronti – non sono abituato a fare battute ad personam.
    Non su questo blog, per lo meno 😛

  13. 😀 Ok ho capito. Tranquillo. 😉

  14. Questo post fa il paio con quello sull’empatia di qualche giorno fa. Nel senso che se non senti, se non ti emozioni non puoi nemmeno provarci, a scrivere roba che risulti in qualche modo appassionante. Di più, non troverai nemmeno nulla da leggere, che ti dia un minimo di soddisfazione, almeno non nella narrativa.

    La tecnica dovrebbe essere sempre un mezzo, non il fine del nostro lavoro.
    No?

    Altrimenti sì, che si risulta patetici.
    E velleitari.
    E tristi.

  15. Pingback: Il Flusso Catalizzatore

  16. Purtroppo ho avuto la stessa impressione leggendo l’ultimo lavoro della blogger in questione (o almeno per le prime 50 pagine di esso, non sono riuscito ad andare oltre). Se mi concedi un momento di spam, ne hanno dato un breve e azzeccato (secondo me) giudizio sul sito di Mazzate.

  17. Sito che non conosco… farò indagini…

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