strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

La Terza Cultura

2 commenti

Continua l’abbuffata di saggistica.
Col caldo, i pomeriggi scorrono all’ombra, ventilatore a manetta, un buon libro e un té ghiacciato.
E così leggo finalmente un volume ormai vecchio di quindici anni, ma che resta di una importanza fondamentale.
Si tratta di The Third Culture, di John Brockman – forse il libro con la copertina più brutta che mi sia capitato in tanti anni.
Ma la copertina è niente – ciò che conta sono i contenuti.
Che i fautori dell’ebook possono leggere qui, in versione integrale, gratis.

Sarebbe stato utile averlo a portata di mano durante il corso al Museo, quest’affare.

L’idea è semplice – attorno agli anni ’30, sostiene Brockman, gli umanisti si sono appropriati dell’espressione “intellettuale”, usata per indicare la persona la cui funzione sociale è trovare delle risposte ai quesiti esistenziali dei propri contemporanei, proponendo modelli e visioni della realtà.
Gli scienziati sono stati scippati del titolo.

Ti capita di sentirli… a me è capitato meno di due settimane or sono…
La frase-tipo fa più o meno così.

Io sono un ricercatore nell’ambito di <metetteci il campo che preferite>… io sono un…<esitazione> un pensatore.

Perché “intellettuale” no, non và.
Puzza di infinite chiacchiere inconcludenti, farcite di citazioni di autori – tutti solidamente tedeschi, russi o svedesi – mai sentiti e probabilmente inventati.
Ha un retrogusto vagamente politico, piuttosto elitario e in generale delegittimato.

Intellettuale = uno che se la tira

Però “pensatore”, scusate, a me fa venire in mente Rodin e il monumento omonimo, e la cosa suscita una risatella.

Frattanto, per qualche motivo, è diventato lecito, per gli appartenenti al settore umanistico, dichiarare una sdegnosa indifferenza verso le scienze.
Ma guai allo scienziato che sbagli una citazione da un classico, o che ammetta che sì, in effetti della letteratura mitteleuropea non glie ne potrebbe fregare di meno.

Nel 1995 Brockman, che di mestiere faceval’agente letterario, decise che ne aveva abbastanza.
Di più – gli parve chiaro che le risposte e i modelli, negli ultimi cinquant’anni, fossero venuti dall’ambito scientifico, non certo da quello letterario.

The Third Culture è una antologia della divulgazione scientifica di alto livello.
Biologia evolutiva, fisica, paleontologia, matematica…
Una celebrazione dello scienziato come comunicatore.
Una difesa del ruolo attivo dello scienziato come elemento integrante della società, che partecipa, condivide, discute.

La struttura è semplice ma efficace – iascun autore offre un saggio della propria materia e della propria impostazione, e poi tutti gli altri autori commentano e chiosano il pezzo.
Certo, Dawkins non commenta il pezzo di Gould, e Gould non commenta il pezzo di Dawkins.
Ma considerando che il pezzo di Gould spiega perché Dawkins non abbia capito nulla, ed il pezzo di Dawkins analizzi brevemente perché Gould abbia sbagliato su tutta la linea, non ci perdiamo granché.

Certo, il materiale è vecchio di 15 anni, ma poco importa ai fini della tesi – che pare alla fine del volume più che ampiamente dimostrata.
Gli scienziati sono quelli che stanno cambiando le cose.
Anche nei nostri cervelli.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

2 thoughts on “La Terza Cultura

  1. Tutto questo vale solo per il mondo anglosassone vero?
    Perchè se leggo le frasi “Una celebrazione dello scienziato come comunicatore.
    Una difesa del ruolo attivo dello scienziato come elemento integrante della società, che partecipa, condivide, discute.” e penso agli scienziati italiani, mi viene da ridere…o da piangere, fai tu.

  2. Beh, diciamo che rappresenta il mondo come dovrebbe essere, non come è.
    Anche nel mondo anglosassone una fetta consistente dei ricercatori non mette il naso fuori dal laboratorio, e pubblica solo sulle riviste accademiche.
    ma le cose stanno cambiando.
    Qui il cambiamento è più lento perché la comunicazione scientifica non fa ancora parte della nostra cultura
    E qui torniamo al solito Benedetto Croce ed alle sue paranoie…

    “le scienze naturali e le discipline matematiche, di buona grazia, hanno ceduto alla filosofia il privilegio della verità, ed esse rassegnatamente o addirittura sorridendo confessano che i loro concetti sono concetti di comodo e di pratica utilità, che non hanno niente da vedere con la meditazione del vero”

    Ed era il 1951.

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