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Due escursioni nella mente

11 commenti

Fra i (parecchi) saggi letti nel periodo estivo, due avevano la parola “mente” nel titolo.
E pur con taglio, tono e scopo diverso, non solo si sono rivelati letture estremamente interessanti, ma anche curiosamente in sintonia.

Ma forse, considerando gli autori…
Entrambi sono esperti di educazione, con una lunga esperienza come consulenti di aziende e governi.
Uno è nato nel 1942 e l’altro nel 1950.
Entrambi sono self-made-men.
Entrambi sono inglesi.
Entrambi hanno rivoluzionato il proprio ambito di laoro e venduto milioni di copie dei propri libri.
Uno è diventato ricchissimo.
L’altro si è beccato un cavalierato dalla regina d’Inghilterra.
Uno ha il taglio un po’ cialtronesco del venditore assoluto, l’altro il piglio un po’ cialtronesco della persona che non ce la fa a prendersi sul serio.

Veniamo ai libri.

Out of Our Minds è un bel saggio stampato su carta buonissima e rilegato di lusso.
L’autore è Sir Ken Robinson, uno dei maggiori proponenti della riforma scolastica radicale – uno i cui libri andrebbero spediti al Ministro nostrano, insieme con qualcuno che le spieghi le parole difficili.
Ma ce ne sono pochissime, di parole difficili nel libro di Robinson.
La tesi – già nota a chi ha avuto modo di apprezzare l’autore come relatore alle conferenze TED – è che sostanzialmente la scuola così com’è attualmente strutturata tende ad uccidere la creativià, a creare individui infelici e fallisce nel suo compito più importante: preparare le nuove generazioni ad affrontare il futuro.
Attraverso esempi, case histories ed aneddoti spesso molto divertenti (imperdibile la storia della bambina che decide di disegnare un ritratto di Dio), Robinson analiza la situazione attuale, ne rintraccia le origini, e propone delle alternative.
La scuola immaginata da Robinson – e concretizzata da Robinson in alcune isole felici in Gran Bretagna e Stati Uniti – è una scuola nella quale il ruolo principale dell’insegnante è scoprire quali siano i talenti e gli interessi di ciascuno studente, e favorirne la crescita e lo sviluppo.
Certo, la standardizzazione và a pallino, scordatevi certificazioni ISO 9000 e quant’altro.
Ma il risultato potrebbe essere una generazione di persone felici, che fanno il lavoro che desiderano e per il quale si sentono più portate e coinvolte.

Sì, certo, tutte balle, la scuola è sofferenza e – se dobbiamo credere a Italia 1 – oltretutto una sofferenza inutile.
Certe riforme non si faranno mai.
Vogliamo la meritocrazia.
Bla bla bla.

Ma spegnamo per un momento questo rumore di fondo cinico e qualunquista, ed in ultima analisi inutile, portiamo fuori la spazzatura, riaccendiamo il cervello  e domandiamoci  meglio una meritocrazia o una talentocrazia?
Meglio una scuola che salva i pochi che – di riffa o di raffa – si adeguano a programmi immaginati da persone morte da tre generazioni, o una scuola in cui tutti gli studenti arrivano alla realizzazione personale?
Meglio una macchina-scuola che crea copie intercambiabili di “bravi soldati”, o una machina-scuola che produce intelligenze creative?

Certo, la creatività è pericolosa.
Richiede responsabilità.
Fa paura ai piccoli Hitler (e anche a quelli grandi).

E di creatività si occupa anche The Ultimate Book of Mind Maps, di Tony Buzan.
Che è quasi l’opposto speculare del libro di Robinson fin dalla forma fisica – un grosso paperback sgargiante stampato su carta patinata.
Un colossale monumento autopromozionale all’autore – che inventò le mappe mentali (rubando l’idea a van Voght, quindi immagino piacerà un sacco ai Connettivisti, poverelli), e che da allora ha edificato un impero.
Fu la BBC a commissionare a Buzan una serie di manuali sull’uso della mente, negli anni ’70.
Perché come TV di stato, la Beeb sentiva il dovere di fornire al pubblico strumenti per accrescere la propria cultura e le proprie potenzialità.
Immaginatevi!
Negli stessi anni in cui Mamma RAI ci faceva vedere l’ombelico della Carrà!
Il libro di Buzan è un manuale, non un saggio raffinato, e martella il lettore con… le stesse idee di Ken Robinson, a ben guardare!
L’inteligenza, ci dice Buzan, si esprime attraverso la creatività – la capacità di generare nuove idee, di vedere conessioni eccentriche, di rendere dinamica la memoria e sfruttare tanto l’emisfero destro quanto il sinistro del nostro cervello.
Buzan non vuole riformare la scuola – sà bene che coi suoi modi da venditore porta-a-porta, difficilmete potrebe mai entrare nelle sale dell’accademia che, seppur con riluttanza, hanno accolto Robinson.
No, Buzan vuole riformare il singolo individuo – il suo modo di pensare, il suo modo di affrontare problemi ed avversità, il suo modo di immaginare il proprio futuro.

Un paradigm-shift, ecco cosa deve accadere nella mente del lettore di Buzan.
Che è poi ciò che deve anche accadere nella scuola, dice Robinson.

Ed è curioso, leggere questi due libri in sequenza, perché leggendo il secondo si ha l’impressione di avere fra le mani un testo scolastico proveniente da un universo parallelo nel quale il primo è diventato la base per il sistema educativo.
E ci si trova ad invidiare gli abitanti di quell’universo.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

11 thoughts on “Due escursioni nella mente

  1. ok, mi hai convinta, mi leggerò un libro di quel Tony Buzan.

  2. Chiunque abbia attraversato il sistema educativo italiano il libro di Buzan in prima battuta lo odia.
    Soprattutto perché, per necessità, una serie di proprie regole e sistemi alternativi, “stile Buzan”, uno bene o male se li inventa per sopravvivere alle superiori, se non all’università.
    Poi ci si rende conto che il mister non ci sta menando per il naso – lui ha semplicemente elaborato a tavolino e raffinato all’estremo delle strategie ome nostre.
    Ed è ben deciso a vendercele.

  3. Già, io ho sviluppato i miei sistemi all’università soffrendo non poco all’inizio, perchè al liceo non avevo avuto bisogno di nessun sistema.
    Al liceo avevo ottimi insegnanti, tranne le due stalagmiti di inglese e matematica, e mi interessava tutto. Quando una cosa ti appassiona non fai nessuna fatica a studiare, mi ricordo che perfino la grammatica greca mi sembrava affascinante.
    All’università è cambiata la musica invece, il 90% di quello che dovevo imparare mi sembrava una perdita di tempo, e lo era. Alla fine avrei potuto scrivere un libro anch’io ma sul tema:”tecniche per imparare velocemente cose da dimenticare ancora più velocemente”.
    E dire che dovrebbe essere il contrario, all’università dovresti finalmente arrivare a specializzarti nel campo che più risponde ai tuoi interessi e alle tue capacità e quindi dovrebbe essere un percorso appassionante.

  4. In realtà l’università è una macchina per creare docenti universitari – è la tesi di Robinson…

  5. Meglio una scuola che salva i pochi che – di riffa o di raffa – si adeguano a programmi immaginati da persone morte da tre generazioni

    Il sistema educativo inglese fa schifo.
    E i risultati si vedono.

  6. Anche Robinson nel suo libro è convinto che la scuola inglese faccia schifo.
    Più o meno come la nostra.
    Credevo che dal mio testo fosse chiaro che Robinson parla di una scuola da fare, non una scuola che c’è già – salvo pochissime eccezioni locali.

  7. Eppure in UK sono proprio le teorie di Robinson che vanno per la maggiore, permettere al bambino di sviluppare le sue capacità eccetera, ed è un sistema che sta producendo disastri, perché impossibile da applicare in pratica. Per questo, a parte le isole felici, la scuola di Robinson sarà sempre da fare, il sistema “vecchio” non sarà l’ottimale, ma permette di fornire comunque una preparazione di base a tutti e non riuscità mai a impedire a chi ha talento di svilupparlo.
    Il sistema inglese (che è comunque molto peggio di quello italiano) si va diffondendo anche in Europa, purtroppo.

  8. Dimenticavo, mi sono procurato il libro su Amazon, magari mi sbaglio e Robinson ha proposte fattibili ed efficaci.

  9. Sulla base della mia esperienza – prima come studente e poi come insegnante – la scuola tradizionale nel nostrio paese non promuove la creatività, e piuttosto tende a limitarla.
    I talenti che emergono emergono di contrabbando – attraverso attività extrascolastiche ed extyracurricolari, per ostinazione, non per disegno.
    Sulla preparazione di base possiamo discuterne – ma anche lì, un po’ di riforma per adeguarsi non dico al ventunesimo secolo ma almeno al ventesimo sarebbe interessante.
    Non basta piazzare una LIM in un’aula.
    Proporre qualcosa che si discosti anche solo un minimo dalla lezione frontale con riferimento al testo unico è un’iniziativa suicida – paradossalmente, la massima resistenza si trova ai livelli superiori; è più facile provare qualcosa di nuovo alle elementari che al liceo.
    Perciò, no, non sono così convinto della bontà del sistema attuale.
    Poi, ovviamente, YMMV.

  10. Caso vuole che mi sia imbattutto oggi in un video che anima parte di una conferenza di Robinson, magari può risultate interessante a chi come me non ne conosce le teorie

  11. Ottimo!
    Grazie della segnalazione, Bapho!

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