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Ritorno su Marte

8 commenti

Quando la prima missione spaziale NASA con equipaggio si schianta sulla superficie marziana per un malfunzionamento, l’astronauta americano Garvey Dire si ritrova abbandonato sulla superficie del pianeta rosso, con poche ore d’aria ed una gamba fratturata in più punti.
Intrappolato in una cavità sotterranea, Dire rinviene un misterioso artefatto di un’antica civiltà marziana.
Nel maneggiare l’aggeggio, il malandato astronauta si ritrova improvvisamente sbalzato indietro nel tempo di cinquantamila anni, e casca (letteralmente) fra le braccia di una polposa guerriera marziana.
Verde.
Siamo a pagina due.
Tutto si può dire di Dire Planet, dell’americano Joel Jenkins, ma non che gli manchi il senso del ritmo.

OK, ora il primo che mi viene a dire che un uomo solo su Marte, con una gamba spezzata in più punti e con l’ossigeno in esaurimento non va ad aprire un meccanismo alieno per vedere come sia fatto dentro, gli faccio fare un giro di chiglia.
Perché questo non è essere simpaticamente bullonari, è essere stupidi.
Ed io non accetto stupidi sulla mia nave.

Dire Planet – primo volume di una tetralogia ovviamente ispirata ai lavori di Burroughs e Bracket – è fantascienza pulp, è planetary romance.
Inutile cercare qui il mezzo bicchiere di nanotech che dovete spararvi tutte le sere, inutile cercare qui la problematizzazione del ruolo dell’uomo e della tecnologia nel ventunesimo secolo bla bla bla…
Guadate la copertina, maledizione – un uomo e una donna (verde), spalla a spalla sull’orlo del precipizio, mentre affrontano un’orda di uomini-pipistrello.
Se lo aprite, questo libro, aspettandovi Egan o Banks o Brin o anche solo McDevitt, allora siete malati di mente.

Dico questo perché sono abbastanza stanco di inciampare in orride – e lunghe! – recensioni autoptiche di romanzi il cui principale peccato, agli occhi del recensore, pare essere quello di non essersi conformati alle sue aspettative.
Aspettative che sarebbe stato sufficiente dare una buona occhiata alla copertina per capire che erano mal riposte.
E allora vai con interminabili seghe mentali su trattati di strategia cinesi, convolute tassonomie oplologiche (“perché l’autore dice ‘pugnale’, ma in effetti sarebbe…”), riferimenti a oscuri articoli jungiani, a viaggi ed escursioni estive dell’eroe, alla vera ricetta della pizza margherita…
Perché lo sapevano i Bizantini, lo sapevano i Cartaginesi…
Orribile.

Dire Planet è un planetary romance pubblicato da una piccola casa editrice specializzata in neo-pulp, ed è un gran divertimento.
Chi lo legge sa cosa aspettarsi, e regola le proprie aspettative di conseguenza.
Jenkins ha imparato bene la lezione di coloro che prima di lui hanno ambientato avventure su Marte, e riesce ad omaggiare gran parte dei titani del genere pur mantenendo un proprio stile, una propria poetica.
Ovviamente, nel valutarlo, non lo pongo in contrasto alla trilogia marziana di Kim Stanley Robinson, ma piuttosto, come si diceva, ai lavori di Burroughs, Kline, Brackett e, perché no, con il Kane of Old Mars di Moorcock.
E ne esce bene, dal confronto.

Il protagonista è simpatico, l’ambientazione abbastanza familiare da solleticare la nostalgia ma abbastanza originale da non annoiare, il romanzo è ben scritto.
La passione dell’autore per il genere è evidente, come lo sono le strizzate d’occhio ai lettori – che tuttavia non scadono mai nel plateale “sto solo scherzando”.
Dire Planet è un buon romanzo perché parte da una premessa che era già ridicola ai tempi di Burroughs, e la prende sul serio, con rispetto, sviluppandola con non poca inventiva.
È un romanzo vivo e vivace.
Credo che acquisterò i sequel.

Difetti – forse l’editing, che si perde per strada un paio di refusi – ma nulla di colossale o di imperdonabile.

Nelle settimane passate c’è stata un po’ di maretta, nella comunità neo-pulp statunitense, quando un paio di critici del genere hanno definito “fan fiction” qualsiasi cosa pubblicato dopo il 1950 e che si ispiri ai vecchi planetary romance o alla narrativa avventurosa pulp.
Una posizione asinina, condivisa da pochi individui obnubilati ma che è andata contropelo a un sacco di gente.
C’è una bella distanza fra la fan fiction, il pastiche, e un romanzo come Dire Planet, ad esempio.
L’utilizzo di cliché antiquati non significa necessariamente mancanza di originalità o povertà di idee.
Né significa tentare di truffare il lettore cercando di spacciargli per vintage ciò che vintage non è.

È ora di cominciare a mettere un po’ di ordine.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

8 thoughts on “Ritorno su Marte

  1. Dire Planet mi sembra uno di quei romanzi da leggere per il gusto di leggere e poi diciamoce lo francamente: quel mezzo bicchierino di cazz…nanotech alla fine stanno un po rompendo i cosidetti.
    Io credo che l’infodump fatto male sia uno dei mali di certa Science Fiction attuale, solo di quella fatta male però, di quella in cui l’autore rimpolpa malamente di un centinaio di pagine in più il suo lavoro, per farlo venire più lungo. Quindi ben venga uno scrittore come Jenkins col suo sense of wonder.
    Sulla polemica riguardo la Fan Fiction, ebbene mi sembra ridicola, ma di un ridicolo che mi meraviglio che gli autori di tutto ciò non siano stati spernacchiati dal resto della comunità Americana.
    Ciao.

  2. Come gran parte della narrativa d’agvventura, si legge per il divertimento – e magari per variare un po’ la dieta, che di sola hard-sf non si vive.

    La polemica sulla fan fiction nasce, da quel che ho capito, dalla fazione dei collezionisti, nella quale certi elementi odiano l’idea che lavori come quello di Jenkins vengano messi sullo stesso livello dei mostri sacri del passato.
    Posso capirli, ma non giustificarli.
    In risposta, l’editor della PulpWorks ha postato una bella lettera aperta, e poi molto semplicemente ha lasciato parlare le statistiche di vendita.

  3. Sarebbe ora di dire che c’è spazio e libertà per sviluppare storie di tutti i generi e crearne anche di nuovi senza dare fastidio a nessuno. Se il libro X non ti piace non lo compri, se l’intero genere Y non ti soddisfa non compri nulla che appartenga a quel genere. End of the line.
    Va poi detto che lo scambio lettore-scrittore, con in mezzo o meno la casa editrice, deve essere chiaro. Io ti pago ma tu mi rispetti. Ergo, scrivi rispettando sintassi e grammatica della tua lingua e cerchi di raccontarmi una bella storia. Anche qui, end of the line.

  4. Parole sante.
    Poi è chiaro – sulla quantità il brutto libro ci capita anche.
    Quello che magari non riesci nenanche a finire.
    Ma da qui a farne l’autopsia…
    Ma ne abbiamo già parlato.

    Sul rapporto autore-lettore ti ho lasciato un commento di à a casa tua – ma condivido in pieno la questione del rispetto.
    Che da queste parti spesso latita.

  5. Sembra interessantemente interessante. Vedro` di procurarmelo (in formato kindle/pdf) non appena tornato dal mare. Grazie!

  6. Il formato kindle dovrebbe essere piuttosto a buon mercato.
    E per passare un wekend rilassato e farsi due risate, è perfetto.

  7. Preso proprio ieri! Lo sto leggendo. Niente male, per ora. Proprio niente male.

  8. Ho preso anche il seguito. Exiles of Mars. E` indubbiamente inferiore, su questo non ci piove, ma comunque godibile, anche se e` una storia divisa a meta` (il seguito al capitolo successivo) e in certi punti ci sono combattimenti INFINITI raccontanti stoccata per stoccata (in certi momenti mi sembrava di assistere a una sessione di GURPS…).
    E` comunque decente e l’autore si sforza di dare una certa verosimiglianza alla cultura matriarcale con cui ha popolato il suo marte.

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