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Universi condivisi

13 commenti

Questo post prende l’avvio da quello pubblicato un paio di giorni or sono dal mio vicino di cella, Alex Mcnab.
Nell’elencare cinque forme non-standard di scrittura Alex ha certamente sollevato l’interessante questione di quanto si possa fare di diverso, divertente, costruttivo e chissà, forse remunerativo, incrociando la scrittura con altri strumenti ed altri approcci.

Ha lasciato fuori, a mio parere – o ha toccato solo brevemente, nel suo pezzo – uno dei più tradizionali fra gli approcci eterodossi alla narrativa, quello dello shared universe, o universo condiviso.
Un tipo di gioco al quale io sono particolarmente affezionato – e quindi, ecco un post del piano bar del fantastico.
Un post sulle gioie – e saltuariamente i dolori – degli universi condivisi.

Se avete frequentato il Survival Blog, sapete cos’è un universo condiviso.
Un set di regole, stabilite da un autore principale (o da un pool di autori) che chiunque – o per lo meno le persone invitate a farlo – possono are per creare la propria narrativa, o qualsiasi altra forma di espressione.
Unico dettaglio importante – non infrangere le regole.

In questo, una antologia ad universo condiviso si differenzia da una antologia a tema , nella quale la libertà autorale è assoluta (finchéè attengo al tema è ok).
Nell’universo condiviso ci sono elementi a monte che non posso modificare.

L’universo lovecraftiano è – fin dall’inizio – un universo condiviso.
Lovecraft gettò le basi, che vennero poi sviluppate da Howard, C.A. Smith, Robert Bloch, Henry Kuttner e tutti gli altri autori del “Circolo Lovecraft”.
Nelle generazioni successive, quel canone venne adottato e adattato da autori come Lumley, Campbell, Tynes e tanti altri.
Carpenter lo ha adattato cinematograficamente ne Il Seme della Follia.
Andrea Bonazzi ne ha tratto ispirazione per le proprie sculture.
Di fatto non esiste una “bibbia” dell’universo di HPL – non posso dire ad un autore di belle speranze “leggiti queste 50 pagine e puoi partire”.
Chi lo frequenta sa bene quali siano le regole e i confini invalicabili di questo universo, e se scrive ci sta dentro.
Se sfora, non è letteratura (o pittura, cinema…) lovecraftiano, ma casomai pseudo-lovecraftiano.

Ma allora anche l’era hyboriana di Conan…?
No – per lo meno fino a qualche anno fa.
È vero, esistono apocrifi howardiani – scritti anche da autori di una certa levatura come K.E. Wagner, Poul Anderson, A.J. Offutt…
Ma si tratta comunque di apocrifi, di “falsi” – categoria in cui ricade pure, per molti versi, il film di Milius.
Negli ultimi anni, la proprietà intellettuale di Conan ha subito vari strapazzamenti – e da quando l’Era Hyboriana è diventata un MMPORG, nulla ci può portare ad escludere che i nuovi padroni cerchino di farne un universo condiviso.
Per rispettare le regole della condivisione, d’altra parte, le nuove storie hyboriane dovrebbero avere per protagonisti altri personaggi, e relegare Conan e i suoi comprimari storici al ruolo di comparse di lusso.

Storicamente, il più rispettato universo condiviso della narrativa fantastica è stato (ed è – essendo recentemente resuscitato) il Mondo dei Ladri creato da Bob Asprin e Jody Lynn Nye alla fine degli anni ’70.
Jody Lynn Nye descrive abbastanza bene quali siano le meccaniche della faccenda:

Ground rules have to be established to cover every contingency that might arise in the creative minds of the pool of authors, so no one is stepping too hard on anyone else’s toes — no easy task. The basis of the world comes from the creator or creators, in this case Bob and Lynn; now just Lynn. With a single collaborator, both of us establish the world and negotiate changes. In a collaboration, even if one doesn’t like one’s co-author (and there are long-established published pairings who don’t speak to one another and communicate solely by e-mail and letter), one must diplomatically approach the other to settle disagreements. In a shared world, if one has a turf problem, the ‘moderator’ can step in to help. That’s a little easier.

La serie del mondo dei ladri nasceva dall’osservazione che, in un mondo reale pr lo meno verosimile, non esiste un unico eroe che vive tutte le avventure possibili.

Progetti simili abbondano, spaziando dalla fantascienza al fantasy all’horror.
Merovingen Nights, delineato da C.J. Cherryh, sfruttava le strutture del planetry romance, mentre The Fleet, curato da Dave Drake era un esempio canonico di fantascienza militare; Crafters, parto dell’immaginazione di Christopher Stasheff, era un universo tra il fantasy classico ed il fantasy contemporaneo, mentre Mercedes Lackey mise giù a suo tempo un curioso fantasy urbano a base di elfi bikers…

Star Trek e Star Wars, prima che qualcuno chieda…
Li chiamano Expanded Universe – nel senso che in condivisione, accessibili ad autori esterni al pool che ha ideati il mondo, sono solo certe aree, certi periodi, certi personaggi.
I creatori, insomma, si tengono il controllo del nocciolo dell’universo, e lasciano la periferia agli autori “esterni”.

E sono, naturalmente, universi condivisi, nel bene e nel male, tutti i mondi creati per i giochi di ruolo – poiché è implicito che i creatori di scenari e i master nelle loro stanzette, creeranno le proprie storie secondo le linee guida contenute nel manuale.

Ma ci sono poi progetti ancora più colossali – come Orion’s Arm, che da solo meriterebbe un discorso a parte.

In ambito narrativo, che è quello che mi interessa oggi, gli universi condivisi incontrati finora si collocano tutti solidamente sul medio livello – narrativa scritta con competenza, con personaggi ben delineati anche se spesso meno che memorabili, orientata al divertimento.
Bello liscio.
Di solito, le serie a universo condiviso sono ricordate per il loro editor più che per gli autori coinvolti, ma anche questo ci sta – l’editor deve avere il pugno di ferro nell’obbligare i partecipanti ad attenersi alle regole.
A fronte di questi limiti e di questi difetti, storicamente gli universi condivisi hanno sempre goduto di un’ottima salute sul piano commerciale.
Proprio perché accoppiano molte voci diverse, molti stili diversi, ad un setting comune e definito, si tratta di prodotti che soddisfano – probabilmente – tanto il desiderio di stabilità quanto la ricerca della varietà da parte del lettore.

Ed è interessante notare che almeno uno dei mondi condivisi delle origini, Liaveck, di Will Shatterley (editor), nacque all’origine come esercizi per un laboratorio di scrittura.
Poiché l’aspetto didattico, la funzione di “palestra” di un simile tipo di progetto è ovvia.
Non sorprende che la Baen Books usi oggi un universo condiviso (quello di 1632, di Eric Flint) come palestra per nuovi autori.

E prima che qualcuno nei commenti mi scriva “E noi quando lo facciamo”, rispondo subito – non di quest’anno.
Ma chissà che prima o poi…

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

13 thoughts on “Universi condivisi

  1. A proposito di Universi Condivisi, possiamo farci rientrare anche il Ciclo dello KNOWN SPACE di Larry Niven con le Antologie delle MAN-KZIN WARS?

  2. Allora? Quando lo facciamo? ^^

  3. Interessantissimo post. 🙂 Di quelli citati diciamo che ho esplorato più quello hyboriano, nel senso che oltre a leggere i racconti ufficiali di Conan ho letto anche gli apocrifi. Dirò, tutti gli apocrifi cronologicamente ambientati prima dell’ultimo racconto ufficiale non erano malaccio, quelli ambientati dopo invece erano decisamente brutti… anzi, facevano fare a Conan cose decisamente incoerenti per la sua personalità…

    Questo per sottolineare come davvero serva il rispetto delle regole e del lavoro fatto dagli altri per creare un universo condiviso che si regga in piedi da tutti i punti di vista. 🙂

    Ciao,
    Gianluca

  4. @Nick
    La faccende di Man-Kzin Wars è un universo condiviso anomalo, nel senso che Niven ha mantenuto un controllo sul progetto che lo ha portato ad escludere dal canone certi titoli. Forse oggi lo chiamerebbero universo esteso o espanso…
    E poi, forse bisognerebbe limitarsi a chiamare universi condivisi quelli che sono stati progettati come tali.

    @Gianluca
    Molti apocrifi erano in effetti basate su appunti di Howard, oppure rielaborazioni di altri lavori di Howard, “moddati” in salsa Hyboriana da Sprague De Camp e soci. Le cose successive, dove la scintilla howardiana mancava, erano piuttosto blah.
    Il peggio, forse, lo ha fatto Robert Jordan.
    Ma anche il Conan de La Spada di Skelos, di A.J. Offutt, è chiaramente solo un omonimo del cimmero, che si trovava a apssare da quele parti – bello, eh, come sword & sorcery… ma con Conan non c’entra nulla.

  5. Wild cards… Wild cards…

  6. Già… quasi scordavo Wild cards, universo condiviso fantascientifico/supereroistico messo insieme da un’accozzagla di autori del Sud-Ovst americano, e coordinato da un giovane e ancora non-idolatrato George Martin.
    Grazia alla recente popolarità del quale, alcune cose si son viste anche in Italia, recentemente.

  7. Ho letto con piacere i primi volumi di Thieves Worlds, e anche il primo volume Wild Cards di Martin. Gli altri, purtroppo, mi sono sconosciuti (anche se sono tutti di autori che ho letto).
    Vedro` di procurarmeli, ma prima devo prendere i seguiti di Dire Planets (Davide, mia moglie odia questo blog, dice che mi fa spendere dei soldi :)).

    PS Cmq a me Martin piace, idolatrato o meno. Sia su Westeros che sulla sci-fi o l’horror.

  8. Va citato che wild cards nasce da una campagna di gdr giocata con superworld, regolamento ora dimenticato, credo di produzione australiana.

  9. Era un gioco Chaosium.
    Ricordo ancora la scatola.
    Come poi sarebbero stati Chaosium i supplementi per il Mondo dei Ladri.

  10. Che se non sbaglio sono stati rifatti dalla Green Ronin per il d20 non molti anni fa…

  11. Infatti – in coincidenza col rilancio della serie da parte della Nye…

  12. Un articolo decisamente interessante, che integra in pieno il mio.

    Domanda: conoscete l’universo condiviso che è stato al centro di un tentativo di narrazione antologica italiana della scorsa stagione?
    Parlo di Mahayavan.
    Esperimento che non mi convince in pieno (parlo però senza aver letto le due antologie che ne sono scaturite), ma che senz’altro rappresenta un tentativo in questo senso.

    E noi? Quando lo rifacciamo il giochino? 😀

  13. Ne ho entito parlare, di Mahayavan, ma non l’ho mai seguito granché.
    Né ho letto nulla a riguardo.

    Come dicevo, per il giochino, non prima del 2012.
    C’è già tanta altra carne al fuoco…

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