strategie evolutive

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I Garrett Files

6 commenti

Per quelli che non amano il fantasy tradizionale…
Ecco, sì, qualcosa di diverso.

Tempo addietro – credo di avervelo già raccontato – su un forum lontano lontano – un aspirante autore di fantasy annunciò di avere avuto un’idea straordinaria – scrivere un fantasy che fosse anche un poliziesco.
Figata, eh?
L’unica cosa che lo preoccupava era che l’idea potesse essere troppo rivoluzionaria, troppo originale, troppo nuova e diversa.
Qualcuno, soppresse le risate, fece in modo di risolvere per lo meno questo suo dubbio.
C’era la serie di Lord Darcy, di Randall Garrett.
C’era la serie di Hawk & Fisher, di Martin R. Green.
C’era la serie di Thraxas, di Martin Scott (alias Martin Millar).
C’era la serie dei Dresden Files, di Anthony Butcher.
C’era la serie della Guardia Cittadina, di Terry Pratchett.
E c’are la serie di Garrett, P.I., di Glen Cook.
Così, solo per citare le più popolari.
Tutti polizieschi fantasy.

Non credo che poi l’abbia scritto, quel romanzo.
Ma non credo ci siamo persi granché – di solito ci si aspetta che chi decide di scrivere un genere ne abbia per lo meno una conoscenza superficiale…
E poi, ci restano tutti quei libri…

È con un certo piacere che segnalo la recente iniziativa della Roc, che ristampa in un volume unico i primi tre romanzi del ciclo di Garrett – Sweet Silver Blues, Bitter Gold Hearts e Cold Copper Tears.
Il titolo collettivo è Introducing, Garrett, P.I.
La copertina non è proprio il massimo – specie se paragonata alle vecchie copertine dei paperback, ma il contenuto è quello che conta.
Cook piomba un investigatore hard boiled quantomai classico in una ambientazione fantasy che, da assolutamente generica, diventa sempre più caratterizzata e originale mano amano che la serie procede.
Garrett è un piedipiatti a contratto della scuola di Marlowe, uno che senza poteri magici (a meno che avere dei dopo-sbornia colossali possa essere considerato sovrannaturale), senza predestinazioni o sangue elfico, si impegna a mettere un minimo d’ordine in un sottobosco popolato da mafiosi elfici, gnomi falsari, criminali di tutte le taglie…
Il tutto, per venticinque ducati al giorno, più le spese.

Garrett è quasi l’esatto opposto speculare di Dresden – che oggi è certamente più popolare.
Dresden è uno stregone inserito in un mondo moderno nel quale gli elementi del fantasy si sono perfettamente adattati.
Mafiosi elfici, gnomi falsari, criminali di tutte le taglie…
Garrett è un uomo normale in un mondo tolkieniano che tenta di emulare quello moderno.

A differenza di ciò che ci si potrebbe aspettare da Cook, autore di fantasy cupissima (Black Company, anyone?), Garrett e le sue storie hanno una certa lievità ed una buona dose di ironia, senza tuttavia degenerare troppo spesso nella farsaccia.
Non un’opera fondamentale, probabilmente, ma certo un sano intrattenimento – tanto per i fan della sword & sorcery che per gli appassionati di noir e polizieschi hard boiled.

La serie al momento è di tredici romanzi, ma Cook potrebbe sempre aggiungere un paio di capitoli.
Intanto, speriamo che Roc decida di proseguire con gli omnibus, in modo da mettere in ordine una delle serie meno note nel nostro paese, e certo meritevoli di una riscoperta.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

6 thoughts on “I Garrett Files

  1. Qualcuno, soppresse le risate, fece in modo di risolvere per lo meno questo suo dubbio

    Insomma verrebbe anche a me da ridere, è bello vedere quanti “geni” ci siano in giro. .)

  2. Il discorso è sempre il solito – conoscere il genere ti evita il rischio di reinventare la ruota.

    D’altra parte mi dicono che la serie fantasy più venduta nel nostro paese (e a detta di tutti pessima – come sarà che vende a carrettate?) sia opera di una giovane donna che ha, come unica esperienza del genere, la lettura dei fumetti di “Berserk”, quindi ormai non mi sorprendo più di nulla…

  3. Siamo nel 2011 e c’è chi ragiona ancora di barriere? Lo dico come provocazione, sia chiaro. E’ vero che non ci si può esimere dal conoscere le regole del gioco e bisogna leggere (tanto!) prima di scrivere ma l’unico vero limite è l’immaginazione.

  4. @Angelo
    Io non ho parlato di bariere, ma di cultura di base.
    Indubbiamente, l’immaginazione è l’unico limite – ma esiste cultura di base senza la quale si corre il rischio, come dicevo, di reinventare la ruota.
    In realtà è così per qualsiasi attività creativa.
    Sarebbe impensabile, per un fisico, un chimico, un medico, avvicinarsi alla ricerca o alla pratica professionale senza avere una conoscenza di base della storia della propria disciplina.
    Lo stesso vale per chi scrive di genere – deve condividere almeno una base culturale con i propri lettori di riferimento.
    Inoltre, conoscere il passato del nostro ambito di attività ci permette di guardare più lontano, di avere nuove idee.
    Newton ci ricorda che siamo nani sulle spalle di giganti.
    Non vedo perché non approfittarne.

  5. Tanto per mettere i punti sulle “i”… era Bernardo di Chartres.
    Comunque, la domanda sull’autrice che vende a carrettate ha una risposta semplicissima: marketing. Anche lì del resto c’è una gran quantità di reinvenzioni della ruota e scoperte dell’acqua calda.
    Non si tratta esattamente di gialli, ma certi elementi della serie “M.Y.T.H.” di Robert Asprin mi sembrano attinenti. Invece che investigatori tout-court, questi si occupano di un campo operativo decisamente più vasto, ma se non ricordo male ogni tanto c’è anche qualche indagine vera e propria. In ambito ludico, inoltre, alla serie delle guardie di Pratchett si è affiancato Discworld Noir che riprendeva tutti gli elementi tipici dell’hardboiled d’annata, con strizzate d’occhio al falcone maltese, a Casablanca, a Marlowe e via discorrendo.

  6. OK, tu l’hai sentita da Bernardo (in latino), io l’ho sentita da Isaac (in inglese)… dipende dalle compagnie che si frequentano, e non cambia la sostanza dei fatti.
    E concordo sul potere del marketing – e delle copertine.

    I MYTH di Asprin sono contigui a Garrett come lo sono Hawk & Fisher di Greene (un procedurale fantasy con due sbirri onesti che indagano su divinità assassineta ed altre follie). Cook rimane meno apertamente farsesco di Asprin e meno fracassone di Green.

    E ricordo con gran piacere Discworld Noir, specie per l’idea geniale delle tracce olfattive… aveva un paio di problemi di continuità (se saltavi un determinato indizio non andavi più da nessuna parte) ma era grande.
    E fedele allo spirito pratchettiano.

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