strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Steve Jobs non è morto per i nostri peccati

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Premessa – questo post non lo volevo fare, per motivi che forse appariranno chiari.
Però, poi, sapete come sono fatto…
Pork chop express alla memoria, quindi.

È ben documentata la mia scarsa simpatia per la morte.
Non mi piace, non mi attira, preferirei evitarla del tutto.
Ben poco mi consola il ragionamento che i morti non sanno di esserlo, proprio perché i vivi sanno che lo saranno.
Insomma, credo che morire sia una gran scocciatura.
Immagino che morire a 56 anni, piuttosto che a 60, o a 85, lo sia ancora di più.
Ancora un sacco di anni davanti, potenziale inespresso…
E posso immaginare che morire a 56 anni, ricchi sfondati, sia anche peggio – perché se per alcuni la morte può essere un sollievo dagli stenti (ci han fondato religioni, su quell’idea), beh, morire nel momento in cui tutto sembra andare per il meglio… dai!

Questo per dire che ho provato una fitta di sano dispiacere, quando ho saputo della morte di Steve Jobs.
Non per i computer, gli mp3, i discorsi agli studenti o quant’altro – a per il semplice fatto che morire a 56 anni, quando tutto pareva tirare per il meglio…
Poi, però…

Sono milioni, al momento, che piangono e celebrano Steve Jobs.
Si va da Walter Veltroni che in Tv ci tiene a precisare che sì, ok l’iPod ma anche la Pixar, alla ragazzina che porta un lumino (dove? a che pro?) e che intervistata dichiara che Steve Jobs ha cambiato il suo mondo, salvo poi non saper dire esattamente come.
Per contro sono milioni – meno, ma milioni – che ci tengono a farci sapere che in fondo Jobs era solo un turbocapitalista del cazzo e i suoi discorsi vuota propaganda marchettara. Uno di meno.
Cosa sta succedendo?

OK, la risposta facile – esiste un ampio bacino di persone molto facilmente influenzabili dai media, ed un ampio bacino di quelli che vogliono sia ben chiaro che loro non fanno parte di quel bacino là (perché i media li hanno coninti che anticonformista è meglio).
O, come diceva J.B. Cabell – mundus vult decipi.

Ma lo sapete che a me le risposte facili – con buonapace di Cabell – non piacciono.
Possibile che il vuoto sia tale da richiedere la creazione di nuovi miti, o l’abbattimento dei medesimi, per dare… cosa, una spinta, un modello, una struttura…?

... certo, come no...

Io non sono un utente Mac – e trovo gli utenti Mac (generalizzando) piuttosto insopportabili.
Palloni gonfiati pretenziosi con spocchia (molto spesso ingiustificata) da veri artisti.
Posso ammettere che le politiche aziendali, spesso molto aggressive e molto poco solidali, della Apple abbiano contribuito a definire alcuni aspetti della nostra società e, a livello molto personale, il mio mondo ed il mio modo di mettermi in relazione con la realtà.
Ma che diamine, lo stesso si può dire – e con molta più ragione di causa – per Henry Ford o per Walt Disney.
E considerando che non accendo lumini né per Ford né per Disney, non sento alcun motivo di accenderne per Jobs.

Ciò che provo è, in fondo, ciò che Jobs non può provare – l’infelicità all’idea di morire a 56 anni.

Posso dire che mi piaceva lo stile di comunicazione di Jobs – ma perché io mi occupo (indirettamente, e da autodidatta) di comunicazione per lavoro e vado a guardare le slide degli altri per scoprire cosa rubare e cosa evitare come la peste.
E, fatemi causa (lo sapete, ora potete), il vituperato discorso agli studenti, sul restare foolish & hungry, mi pare perfettamente accettabile.
Jobs non seguiva i propri precetti? Molto probabile.
È facile predicare bene col culo coperto? Diamine, sì.
È ridicolo fare pistolotti mistici ai laureandi dell’università dalla quale te ne sei andato senza laurearti? Certo.
Meravigliosamente ridicolo.
Si è trattato di una bieca manovra auto-promozionale? Possibilissimo.
Ma il discorso in se è perfettamente accettabile, e perfettamente adatto all’occasione.
Non è Vangelo, non è Mein Kampf, non è Carosello, ma ci può stare.

La fame e la sciocchezza contano – per lo meno per quel che mi riguarda.
E se chi me lo dice ha la pancia ben piena ed è tutt’altro che sciocco… beh, ok, mica ci devo uscire a cena.

The Onion, negli stati uniti, ha definito Steve Jobs, l’ultimo americano che sapesse cosa cazzo stesse facendo.
È una definizione che mi piace – perché c’era un disegno, dietro a ciò che faceva Steve Jobs, un senso di controllo, di pianificazione.
Per il suo tornaconto?
Molto probabilmente sì.

Non è quindi il caso di costruirgli una piramide di sospiri?
Molto probabilmente no… ma io sono uno di quelli che hanno firmato la petizione e versato 10 dolalri per fare una statua a Gary Gygax, quindi prendete la mia opinione per ciò che è – una di quelle biasimabilissime ed inaccettabili istanze di predica bene, razzola male.

E perchè imbizzarrirsi?
Perché Steve Jobs non è morto per i nostri peccati?
Ma non era quello il suo ruolo….
Perché la venerazione post-mortem di Steve Jobs segnala la paurosa deriva neoliberista della nostra cultura, bla bla bla…

Ma allora, cosa mi sono perso?
Perché non riesco a condividere né il cordoglio globale né la globale vituperazione?

Ma d’altra parte, ve l’ho già detto cosa penso di John Lennon, vero?
No, perché il meccanismo è pressocché identico.
Si tratta di due personaggi piuttosto stronzi (così ad occhio credo Jobs di più, ma non è una gara), morti prematuramente, che hanno avuto un paio di buonissime idee, le hanno sfruttate per fare un sacco di soldi anche grazie ad una macchina estremamente complessa in cui erano inseriti – e che era fatta per fare soldi.
È sbagliato e poco rispettoso sottolinearne solo ed esclusivamente i colpi di genio, o solo ed esclusivamente la stronzaggine, dimenticare la macchina produttiva o ricordarsi solo di quella.
È disonesto.
Erano persone, e le persone, di solito, hanno i loro alti e bassi.
Specie quando sono inserite in una collettività, in un sistema.

Ancora una volta – piramide o damnatio memoriae?
O semplicemente, come ai vecchi tempi, tenere il positivo per i giorni di pioggia, ed avere compassione del negativo?

Resta il problema che Lennon era una rock star, Jobs era un industriale.
Il fatto che un industriale abbia lo stesso impatto di una rock star mi incuriosisce e mi inquieta.
Il culto della personalità, accoppiato al potere economico, è inquietante.
Ma lo è anche il culto della personalità accoppiato ad un canale preferenziale per parlare alle masse.
Però, però…
Quando è stata l’ultima volta che abbiamo visto una rock star beatificata a prescindere grazie ai buoni auspici del Tristo Mietitore?
Pochi mesi – Amy Winehouse.
Ma quando è stata l’ultima volta che abbiamo visto accadere qualcosa di simile ad un industriale?
C’è gente che commemora la data di morte di Henry Ford?
La sua tomba è cosparsa di lumini, foto, poesie e altro ciarpame come quella di Jim Morrison?
Non mi pare.

Questo shift è significativo.
È come se la religione neoliberista avesse canonizzato il proprio primo santo.
Non è che mi piaccia esageratamente.
Sarà il primo?
E il prossimo, chi morirà giovane per entrare nel nuovo pantheon?

Ripenso a Gary Gygax.
La sua morte prematura ebbe su di me molto più effetto di quella di Steve Jobs.
Mi toccò molto di più.
E mi dico che di sicuro, ci sono persone… molte persone, la lista è lunga un braccio, che hanno cambiato il mio mondo.
Steve Jobs non è fra i primi 200, ma è un problema mio.
Tutti abbiamo bisogno di modelli, ma dobbiamo fare attenzione a come ci rapportiamo a loro.
Io i miei li rispetto, pur dovendo ammettere di quando in quando che sì, erano e sono solo esseri umani.
Poi come sempre, YMMV.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

9 thoughts on “Steve Jobs non è morto per i nostri peccati

  1. Davvero una bella riflessione, lucida e equilibrata. Di quelle che piacciono a me, insomma.

    Sai che pensavo esattamente la stessa cosa? Anche a me ha toccato di più la morte di Gary Gygax che non quella di Steve Jobs…forse perchè sono un ingegnere informatico e devo dire che quando uso prodotti Apple vedo davvero moltissime magagne monopoliste un po’ come quando uso Windows.
    Deformazione professionale forse…

    Cily

  2. Mi fanno più tenerezza gli adolescenti che piangono per la morte di uno sconosciuto miliardario (nel senso che non è un loro familiare, né un amico), che non chi perde le ore a dibattere sulla colpevolezze di Amanda Knox.

    Io sono cinico, ma non come mi si dipinge.
    L’empatia che generano certe morti celebri le vedo sempre come segnale positivo, non come semplice fanatismo.
    Lo scriveva anche ieri Elvezio su Facebook: se l’umanità riuscisse a proporre più spesso la dolcezza, i sentimenti e l’empatia che salta fuori quando muoiono i Jobs, i Jackson o i Wojityla di turno, beh, probabilmente questo pianeta sarebbe un posto più bello.

    Sui discorsi meritocratici relativi al lavoro di Jobs non dico nulla. Sono un felice possessore di alcuni prodotti Apple, ma non sono un fanatico. Non trovo che il suo approccio al mondo informatico abbia poi così peggiorato i concetti di libero software. Senz’altro era una persona che sapeva il fatto suo e aveva degli obiettivi. Probabilmente aveva anche dei valori, perché mi fa abbastanza schifo pensare che non ci si mai nulla di vero di ciò che un personaggio noto declama in pubblico.

    Tutto qui.

  3. Non sono un malato di HT, ho un cellulare che non so neppure usare. Confesso che da quando ho mac mi trovo meglio e lavoro meglio, ma non ho mai cercato i miei idoli tra gli industriali. Certo non è bello morire a 56 anni nel momento in cui il sole splende sulla nostra testa e cerco di capire anche chi si è commosso e si è lasciato andare al sentimentalismo .
    Sinceramente mi ha colpito di più il suicidio di Wallace qualche anno fa. Anche lui faceva discorsi alle università ed era osannato in un certo qual modo dalle masse e io ci trovo, nella disarmante diversità di uscita di scena, delle strane assonanze con Jobs. Magari se riesco ci scrivo un post.

    Anche se scrivere di cose dolorose non è nel mio sangue… quindi mi sa che qui l’ho detto e qui lo nego

  4. bella riflessione. lancio un’altro sasso nello stagno: In Italia Steve Jobs, ostaggio di burocrati, usurai e politici, avrebbe potuto sviluppare la sua creatività?

    Se Steve Jobs fosse nato in Italia….

  5. Il cordoglio italiano per Jobs – quello generalizzato, dei media – è solo un onda da cavalcare per qualche giorno.
    Ci scrivono articoli, trasmissioni e fanno parlare persone che erano secoli che non si vedevano/sentivano…
    Niente di più.

    Io ho venduto Apple per qualche anno e vissuto in pieno l’uscita dei vari iPod, iPhone e la transazione da powerPc a Intel che, di fatto, ha reso il Mac una vera alternativa “commerciale” ai pc Windows. Parlo di reperibilità sul mercato, quindi – anche – accessibilità per una più vasta utenza con minor conoscenze.
    Dico questo perché ero spettatore di tutto il possibile spettro dell’utenza Apple: il fun-boy che non conosce niente del mondo informatico ma che deve avere l’ipod, il mac, la custodia di un tipo preciso, ecc…; il privato che (come molti di noi, qui) ha vissuto sulla propria pelle l’entrata del person computer nelle case; grafici e altri imprenditori, ecc…

    È chiaro che il cordoglio del fun-boy mi fa ridere, mentre capisco quello di chi usa prodotti Apple fin dalle origini. Loro provano un sentimento di perdita, giusto, perché in prima linea negli anni in cui il business si percepiva meno delle idee… tra cui quelle di Jobs, che hanno sposato. Era evidente e tangibile la ricerca a quello che oggi abbiamo per le mani e usiamo senza nemmeno porci delle domande: l’interfaccia grafica, la velocità, la memoria, la stabilità, la forma, l’ergonomia… a prescindere se la mossa era fatta da apple, ibm, microsoft, ecc, e se le soluzioni erano valide a un tot per cento. Prima di quelle idee c’era poco più del nulla…
    Non stiamo qui a discutere se sia stato un bene o un male la corsa al persona computer come oggi lo conosciamo. Ma Jobs ha avuto un ruolo fondamentale in quegli anni.
    Quindi per me sì alla “tristezza” di chi sa di cosa si parla, del vero appassionato non solo di Jobs ma del fermento che lo vide protagonista insieme ad altri. Io lo sento quel tanto che basta, immagino. Non come quello provato per alcuni scrittori/cantanti/musicisti/atleti, ma c’è.

  6. Mi dispiace per il lato umano della vicenda, morire a 56 anni d tumore al pancreas è ovviamente una cosa pessima. In vita (sua) ammiravo la capacità di rendere ‘sexy’ un prodotto e di vedere un passo più in là degli nel business. Persino il suo più grande fallimento, Next, era anni davanti alla concorrenza.
    Niente piramide, sorry sono finite, niente roghi, inquinano troppo. A chi lo piange come genio ricordo che ci sono stati centinaia (o migliaia) di collaboratori che hanno reso possibili i prodotti e il SW Apple.

  7. Oh! Strana connessione! Scommetto che John Lennon avrebbe fatto volentieri a meno di rimanere “foolish” e “hungry” per tutta la vita… se davvero gli causavano quel disagio tangibile in pezzi come Cold Turkey…

  8. La morte è triste, specie quando gli anni potenziali sono ancora tanti. La morte è necessaria: la quantità di materia di cui è costituito questo pianeta è limitata (imponente, ma limitata), già così consumiamo troppo e troppo rapidamente.
    Resta il senso di perdita ogni volta che si sente suonare la campana, ogni volta che si spegne una luce; poi mi viene da pensare che chi si perde per la morte di uno sconosciuto, forse non ha mai perso qualcuno di veramente importante e qundi mi prende anche un pizzico di invidia.
    Una frase può essere di ispirazione e trasformare la vita di una persona, e se questo è per il meglio, ben venga. Non importa chi abbia detto la frase in questione, se un santo o un buffone; ascolta tutti e da ognuno prendi quello che ti serve, per il resto pensa a come diventare una persona migliore, che è l’unico modo per migliorare il mondo.
    Tutto può essere utile; l’esperienza non è ciò che ti capita, ma quello che ricavi da ciò che ti capita.

  9. Quoto tutti voi.
    E anche Davide, ovviamente, che pur non essendo un macuser, ha afferrato bene i moti che hanno animato milioni di persone alla scomparsa di Jobs.
    Io stesso mi sono sorpreso di quanto fosse intensa la fitta di tristezza al sentire la notizia, quella mattina mentre mi radevo in bagno con la radio accesa.
    Ognuno vive queste cose in modi diversi, analizzarli è un esercizio interessante ma ha poco senso – credo – giudicare gli individui in base a queste esternazioni.
    Ma non voglio ampliare troppo il discorso: la storia della frase che nella storia sarà attribuita a Jobs senza essere sua, fa un po’ sorridere e un po’ fa pensare.
    E, onestamente, non potrei chiedere di più da un post su un blog.

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