strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

I buffoni a Norimberga

17 commenti

Avrei voluto parlarvi dello stinco di maiale, perché come ben sapete non è sempre caviale, ma altri fatti impellenti hanno stimolato un post imprevisto.
Niente pork, quindi, ma pork chop express, a sfondo cinematografico/letterario.

Premessa doverosa – da quando mi sono trasferito in Astigianistan, tre anni or sono, io non vedo più MTV.
OK, ammettiamolo, anche prima non è che la guardassi, anche perché a me piace la musica, ma dal 2009 anche se fossi stato colto dal desiderio malsano di sintonizzarmici, nisba: la tecnologia mi ha abbandonato, ed io MTV proprio non la capto.
Ci sono destini peggiori, mi direte.
Il fatto è che, non ricevendo MTV, io ho scoperto 48 ore or sono l’esistenza de I Soliti Idioti, serie fatta con due lire da MTV che ora approda al cinema.
E che, per quel che ne ho potuto vedere ravanando su YouTube, è una montagna inadulterata e certificata di cacca.
Cacca di successo.
Cacca che fa tendenza.
Cacca che riceve improbabili commenti sul Tubo, cose del tipo…

XDXDXDXDXDXDXDXDXD ma io li amoooooooooooo!

Però cacca.

Ora, mi direte voi, ecchissenefrega.
Già non li guardo in TV, ne ho appresa l’esistenza via web e li odio, non andrò a vedere il film.
Fine.
Bello liscio.
Giusto?

Però però però…
Intervistati da La Stampa, i due protagonisti della pellicola e della serie televisiva riversano sulla pagina la solita incommensurabile serie di banalità (non sono i primi, non sono gli unici…) e poi affermano

Ci spiace che qualcuno pensi che il nostro lavoro non sia educativo – dicono – noi vogliamo solo far ridere.

Ecco, io ora potrei prenderli, incatenarli ad un tavolaccio nella tavernetta, e solleticarli fino a che lo spasmo del diaframma non causi un blocco respiratorio.
Col solo intento, ovviamente, di farli ridere.

Giustificare un polpettone offensivo e volgare, zeppo di sciocchezze sessiste e omofobe, di razzismo strisciante e di cliché stupidi, che svilisce l’intelligenza e il buon gusto, usando noi vogliamo solo far ridere è peggio che patetico.

Noi vogliamo solo far ridere suona un po’ come quel vecchio classico di Norimberga, noi stavamno solo eseguendo gli ordini.
L’ultima giustificazione dei vigliacci.

E voi mi ripetete in coro chissenefrega, e c’avreste anche ragione, però l’affermazione va ad incastrarsi con due problemi miei, molto personali.

Primo problema – sono io il primo, spesso, spessissimo (usate il motore di ricerca del blog) a dire

questo libro/film è semplicemente un sano, solido intrattenimento

Che è una maniera un po’ più sofisticata (forse) per dire “vuole solo far ridere” (o rabbrividire, o titillare, o stimolare la ghiandola dell’avventura).

La frase dei due mentecatti di MTV mi porta tuttavia a riflettere e a domandarmi – è sufficiente l’intrattenimento?
O ci vorrebbe qualcosa di più, per evitare di finire a spacciare cacca che alcuni idioti considerano comunque entertaining?
O non sarebbe preferibile un intrattenimento intelligente?

Non è un dubbio nuovo.
Da tempo mi domando, ad esempio, quanto la narrativa orrifica più becera non sia semplicemente uno strumento per desensibilizzare all’orrore, quello vero, il pubblico.
Da tempo mi domando se l’enfasi sulla violenza di alcuni autori (e lettori) di sword & sorcery e di narrativa (pseudo)storica non sia un segnale preoccupante.

Da qui andiamo al secondo problema, che è sostanzialmente – cosa ci devo mettere, nel mio racconto, perché sia solido intrattenimento ma non anche una pila di guano di lumaca?
Perché io non è che sia proprio così amante della narrativa a programma – e quando l’autore tende a cacciarmi in gola la sua personale agenda politica/sociale/ambientale eccetera, io tendo a storcere un po’ il naso.
L’ho detto in passato – tollero e apprezzo Kim Stanley Robinson (per dire) perché sostanzialmente condividiamo la stessa agenda, e quindi, de facto, non mi caccia in gola alcunché.
Ma non posso negare che a tratti ci vada giù abbastanza pesante.
Quando arrivo ai deliri randani di Terry Goodkind, l’agenda prevale sul divertimento, e butto il libro nella carta straccia (no, in effetti i libri di Goodkind li ho solo rivenduti).

Perché poi, se guardiamo i grandi, i grandissimi…

Howard scrive dei baracconi pirotecnici di azione ed avventura, ma sotto ha la sua bella tesi sullo stato transitorio della civiltà, e quindi, al suo meglio, è solido intrattenimento e cibo per il pensiero.

Moorcock, che scrive romanzi in una settimana in cui compaiono flotte di navi che si chiamano come i Beatles, al solo scopo dichiarato di pagare i creditori, sotto ha una sua poetica, e a seconda delle serie ha uno scopo ulteriore, che non scavalca il divertimento, ma lo affianca e lo rinforza – la meditazione su potere e individuo tanto in Elric che in Runestaff, ad esempio, il discorso sulla responsabilità in Dancers e così via.

Leiber, che pure non sembra avere un’agenda nello scrivere Nehwon, ha da una parte la cura maniacale per il linguaggio, e dall’altra una sua personale visione dell’avventura come fuga, ed un pericoloso relativismo per ciò che riguarda i valori dei suoi personaggi.

Lo stesso Lyon Sprague de Camp, che molti amano odiare ma che resta un grandissimo, costruisce le proprie storie come raffinati giochi intellettuali, come meccanismi di precisione che devono catturare l’attenzione del lettore e farlo ridere di testa, non di pancia.

Mi sorge quindi il fortissimo dubbio che se, a lavoro ultimato, schiacciato il tasto invia, la difesa del nostro lavoro si riduce a un semplice…

Io volevo solo [inserire la reazione desiderata]

… allora meritiamo un certo disprezzo.

Il rischio, naturalmente, è quello di cominciare a trombonare insopportabilmente sui sottili aspetti filosofici della nostra narrativa.
O, peggio, trovarci a tal punto impegolati nella nostra agenda occulta, da non riuscire più a scrivere una riga.
E forse sarebbe meglio così.

Un bel problema, eh?
Come bilanciare divertimento e idee?
E quali idee privilegiare?
E perché?
Mi sa che ne riparliamo.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

17 thoughts on “I buffoni a Norimberga

  1. Approvo di tutto cuore il post, specialmente la parte sui libri di Goodkind :).

    Il problema, secondo me, e` che quello che piace a te, non piacerebbe a quelli che guardano i Soliti Idioti (e dovresti, e probabilmente lo sei, esserne fiero & felice).

    Detto cio`, non posso che concludere che la Sword and Sorcery e` solamente un mucchio di cazzate, e tornare a scrivere il nuovo supplementone di B&B, contento di voler solo far(vi) giocare :).

  2. Uhm…
    Per me il lettore e lo spettatore un minimo maturo non può farsi condizionare da film e libri beceri.
    Ammesso che li voglia leggere/vedere (a volte capita – io I soliti idioti su MTV li ho visti diverse volte, e conta che ODIO MTV), il lettore/spettatore sopracitato dovrebbe saper cogliere gli aspetti basilari del prodotto – del tipo, è una montagna di cacca, mi fa ridere e morta lì – senza scaternare una mania emulativa.

    Almeno, con me e coi miei amici funziona così. Posso ridere coi vecchi film del “terrunciello” Abatantuono, posso ridere coi Soliti Idioti, però non mi sogno di diventare sessista, gratuitamente volgare o stupido.
    Idem posso vedere il film action “ignorante” senza diventare un fan sfegatato della NRA.
    Anche per i libri funziona così. Mi piace il violento realismo di Martin ma non mi auguro certo di conoscere gente che fa per davvero quelle cose “dal vivo”.

    Ok, molti non sanno distinguere questa sottile differenza, ma io non so che farci…
    Chi è stupido spesso lo è per scelta. E se qualcuno vuol far diventare “I soliti idioti” una specie di stile di vita, beh, magari idiota lo è per davvero.

    Scindere divertimento e un minimo di qualità non è solo compito di chi scrive (o gira un film).
    Anche il lettore/spettatore, secondo me, deve man mano maturare quella sensibilità per gustarsi insane porcate – se ne ha voglia – e riconoscerle come tali.
    Prendi il genere “bizarre” (o come cispola si chiama), che io cordialmente odio. A parte qualche invasato, mi pare che gli amanti di quella roba siano invece lettori abbastanza scafati e maturi.

    Forse sono andato OT.

  3. @Mcnab
    Non sei andato OT ed anzi, il tuo pragmatismo mi consola.
    Io per primo ritengo che sceneggiatore e regista, per dire, di Callaghan-Skorpio non sia responsabile se poi uno sciroccato prende una carabina e comincia a sparare da un tetto.
    O se, molto più in piccolo, se un liceale decide di adottare una scemata di MTV come stile di vita, non è responsabilità degli autori.

    Però uno straccio di responsabilità la sento lo stesso.
    Non tanto nell’effetto che avrò sugli altri, ma in ciò che mi ritroverò fra le mani a lavoro finito.
    Io credo che decidere consapevolmente di appellarsi al minimo comun denominatore, decidere consapevolmente di stimolare il peggio perché è facile, sia una sconfitta per chi scrive – che scriva un post su un blog, una sceneggiatura o una serie di romanzi.

    Insomma, ok desiderare la popolarità, ok voler raggiungere più lettori possibile, ok far fare una onesta risata al pubblico, ma come diceva Woody Allen, che senso ha far ridere un pubblico drogato?
    E quando mi appello al peggio, al minimo, alla risataccia o all’effettaccio non perché l’economia della storia lo richiede, ma semplicemente perché è facile, è come se stessi lavorando per un pubblico drogato.
    Ho perso.

  4. Sai dove io sento molto la responsabilità?
    Non nei racconti, non nei romanzi, bensì scrivendo sul blog.
    Perché lì ci capita molta gente, lettori che magari nemmeno sanno che sono uno scribacchino e che potrebbero essere malamente disinformati se mi mettessi a scrivere solenni porcate.
    Ancora peggio se incitassi all’odio. E non intendo necessariamente odio razziale, politico o altro. E’ ancora più subdolo e strisciante mostrarsi come paladini, che ne so, della “buona editoria” o del “fantasy per lettori fighi”, e quindi incitare roghi e forconi contro chi non è allineato.
    Ecco, lì sento molto, moltissimo la responsabilità nel posare le dita sulla keyboard.

  5. Ho sempre pensato che il pubblico recepisca elementi e valori da un’opera che vanno al di là della volontà dell’autore. A volte ne percepisce addirittura meno, o li travisa completamente.
    E ho sempre pensato che la responsabilità dello stesso autore sia limitata. Ebbene, non esente del tutto, ma limitata. Inventare un coltello e venderlo non implica l’utilizzo che di quel coltello si farà…
    Certo, voler solo intrattenere non è credibile, perché si sa certi temi che effetto hanno sulla gente.
    Io ci vedo un concorso di colpa, insomma. Non so se mi sono spiegato.

  6. un paio di considerazioni
    1) E’ da parecchio che MTV con la musica ha ben poco a che fare, il suo target è ormai sempre più orientato verso gli amanti del genere soliti idioti, quindi non ti perdi niente.
    2) Quali idee privilegiare? Le tue.
    Perchè? perche sono le tue
    mi spiego meglio se hai delle idee (e tu le hai) allora ci credi, se credi allora vuoi condividerle, se le condividi spesso ti tocca difenderle, o almeno giustificarle, ma sono le tue, frutto del tuo pensiero, ci hai perso del tempo per concepirle e farle maturare, poi le hai lasciate andare per il mondo, ma continui a sentirtene responsabile (se sembra che la terminologia sia simile a quella che si può usare per i sentimenti di un genitore nei confronti dei figli, ti assicuro che la cosa non è casuale). Qundi, in conclusione, ognuno mette del suo nell’itrattenimento che produce e lascia che il pubblico giudichi.
    Non dimenticare che essere disprezzato da un idiota può essere considrato un complimento

  7. Sulla prima parte mi viene da dire una sola cosa: quel materiale quan’è fresco ha un odore molto forte, ha la capacità di galleggiare e in più attrae molto (mosche e affini), però si deteriora subito e non regge il passar del tempo. Dopo una settimana è già cosa sparita, dimeticata.

    Sulla seconda parte distinguerei tra l’autore che propoganda una sua visione del mondo, e la storia che segue una linea che pare andare da qualche parte.
    Se in una storia si percepisce forte il pensiero dell’autore, se gli eventi e l’intreccio si creano e modificano per forza, solo per far dire al tizio che la racconta “Visto che è come dicevo io?”, allora a meno di non condividere il tutto, il risultato può dare molto fastidio, si ha un altro caso di autore a bordo e tanto più la sua voce è alta e impegnata, e tanto più gli auguro di finire a mare, in compagnia di tanti squali affamati.
    Ma se la è la storia a prendere una certa direzione, allora non c’è niente da ridire.
    Ad esempio Lovecraft aveva le sue brave idiosincrasie, e nei suoi racconti si notano, ma i suoi racconti non vengono strutturati per renderli simili a parabole dove elogiare ciò che è buono e stigmatizzare quello che è cattivo, non ci si sente in un comizio, non si leggono sermoni, ma si procede attraverso una narrazione che, se pure risente del suo modo di vedere le cose, pure una sua strada indipendente segue, e il risultato può piacere o meno, può dar fastidio può irritare o affascinare, ma la si sente come se scritta da un ipotetico fato, e se possiamo anche accusare il destino di avere una morale che non ci piace, non ci viene in mente di accusarlo di volerci imporre una sua sacra verità.

  8. OK, ragazzi, vi leggo vi capisco e vi apprezzo.

    La mia posizione, per evitare eventuali preoccupazioni da parte vostra, è: posto che io scriva, scrivo di qualcosa – ho un’idea che voglio esplorare ed esporre…
    Può anche essere un’idea barbina (io sono fan di Sprague De Camp, ricordatelo), ma dev’essere un’idea che rispetto.
    Allo stesso punto parto dal presupposto che chi mi legge debba essere rispettato – e quindi non mi permetterò mai di appellarmi agli istinti più bassi.

    Ho anche la presunzione di dire che gran parte degli autori che leggo lavorano sulla base delle stesse regole empiriche.

    Detto ciò, resto sempre costernato quando qualcuno ottiene tanto sfacciatamente successo lavorando sul vuoto con battutine facili ed effettacci prevedibili.

    Ultima osservazione – concordo con Alex quando osserva la responsabilità del blogger.
    Anche qui, appellarsi al peggio è facile.
    I risultati sono devastanti.

  9. Post davvero interessante. Mi vengono due considerazioni.

    La prima è proprio quello a cui ti riferisci tu. Far divertire con le solite cose scontate che funzionano (semplici come quello che casca sulla buccia di banana) è come sparare in un barile di pesci. Facile ma assai poco duraturo. Difficile che io mi diverta con certe cose ma se capita che un sorriso me lo strappino allora dura assai poco e poi me lo dimentico subito.
    Ciò che davvero mi diverte perchè cela un modo interessante, intrigante di vedere la realtà ritorna a volte anche dopo del tempo, echeggia e viene anche calato nella mia esperienza.
    Vedi una serie di battute e modi di dire legati a situazioni paradossali che magari mi hanno fatto ridere molto e che ancora mi fanno ridere perchè sono fortemente intrecciati anche con la mia esperienza di vita. (hai presente quelle scene cult dei film che ogni tanto ci si ritrova a citare?)

    La seconda è che io anche non amo la narrativa programmata. Il cosiddetto “tema” di un romanzo.
    Penso che quando si scrive esce fuori la parte più profonda di noi, terribilmente trasfigurata, quasi irriconoscibile, ma comunque un pezzo di noi. Per quanto io tenti di scrivere qualcosa che voglia essere puro intrattenimento in un certo senso la mia essenza permeerà le mie pagine.
    Quando si dice nella prima stesura di non guidare i personaggi ma di lasciarli fare e vedere dove li porta la storia. Hai presente?Beh…e dove ti porta la storia probabilmente è terribilmente legato a chi sei e a come vedi il mondo.(ovviamente se sei una persona poco profonda o troppo semplice ahimè la storia potrebbe essere alquanto sciatta…)
    Onestamente non credo ci si debba ragionare su, altrimenti il lettore lo sente.
    Una bella storia di avventura in cui i personaggi sono genuini e autentici inevitabilmente avrà un senso più profondo. Un senso che attinge probabilmente all’interiorità e a ciò in cui crede l’autore, ma trasfigurato. E’ quella vitalità di cui sono fatti i personaggi e le situazioni che si trovano a vivere.
    Mentre quando scrivi con un programma le cose sono stilizzate, bloccate, meccaniche. Non fluisce nessuna energia e se il lettore è abbastanza bravo riconosce il trucco.
    Non c’è niente di peggio per un illusionista che lasciar scoprire il trucco che usa. E addio intrattenimento.

    Cily

  10. Detto ciò, resto sempre costernato quando qualcuno ottiene tanto sfacciatamente successo lavorando sul vuoto con battutine facili ed effettacci prevedibili.

    Ahhh quanto ti capisco! E’ esattamente il mio disagio che mi fa sentire molto molto fuori dal mondo…insomma se tutti si divertono co’ ‘sta roba perchè io proprio non ci riesco?Non si accorgono del “trucco”?

    Cily

  11. una segnalazione in tema: post di un gruppo di scrittori a partire dalla “questione nonciclopedia” e annessa (chilometrica) discussione (anche) su responsabilità di chi scrive, pericoli nascosti (ma neanche troppo) e nelle giustificazioni di comodo.
    da parte di un gruppo che è da un po’ che si interroga sullle proprie, di responsabilità.

    http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=5483

    io sono comunque dell’idea che volontariamente o meno un “tema” uno scritto qualunque ce l’abbia (dal romanzo al post sul blog). e se uno scrittore è bravo, ben venga la programmazione del tema, sempre meglio che farlo uscire dal basso ventre (dove di solito stanno gli istinti più bassi, non le idee migliori:le idee migliori di solito sono ragionate). poi sta all’abilità del’illusionista non far scoprire il trucco.

    non sarà facile, ma è quello che distingue i buoni scrittori. e è un’assunzione di responsabilità che oltre che gradita mi pare sia abbastanza dovuta.

  12. Torno or ora dalla macchinetta del caffè dove le mie incredule orecchie hanno ascoltato le seguenti parole.
    Ragazza1: “potresti prendere un succo di frutta; pochi grassi e vitamine”
    Ragazza2: “No! Non mi piace la confezione”
    Ragazza1: “Hai ragione fa proprio schifo!”
    Non mi trovo in un posto dove sia lecito aspettarsi dei decerebrati totali, ma in una stimata istituzione educativa di livello internazionale, della quale per compassione tacerò il nome 😉
    Conclusione hanno ciò che si meritano!

  13. Al di là de I Soliti Idioti (a me divertono e ho tutti i libri di Fritz Leiber, guarda un po’), continuo a sostenere quel che sostenni un po’ di tempo fa: un autore non è responsabile dell’eventuale idiozia del suo pubblico, e se il suo lavoro è maschilista, sciovinista, anabattista e pederasta, e ha un pubblico cui piace, detto pubblico se ne gioverà e, al 99%, non ne risentirà. A meno che il “Dai caaazzo!” di Ruggero De Ceglie non sia da considerare una grave ricaduta sociale. Anche perché, altrimenti, risiamo punto e a capo con la storia che se ascolti gli Slayer sei un drogato che fa sacrifici umani.

  14. @Negrodeath
    Capisco perfettamente il tuo ragionamento, e anch’io sono consapevole che si può essere drogati e fare sacrifici umani anche senza ascoltare gli Slayer…

  15. Qualcuno potrebbe obiettare che il telecomando è un forte strumento di potere, ovvero che se ti fa schifo qualcosa cambi canale senza troppe storie.
    Certo MTV è cambiata molto, ma i programmi si adattano alla tipologia di pubblico, spesso.
    E siamo sempre lì…
    Io potrei obiettare che un autore che scrive dei testi sessisti, razzisti, antianimalisti, antifemministi, anti diritti umani non merita di scrivere, di pubblicare. Ma è il prezzo della libertà di stampa, di parola e di pensiero: chiunque può sparare (e produrre) caca…ehm immonde scorie fumanti.
    Io ho risolto tempo fa il mio disgusto per il panorama televisivo: ho scollegato il cavo dell’antenna dal 2004. E vi dirò, ne ho guadagnato in serenità intellettuale (e tempo libero).
    Siamo sempre in un paese che crede che “si stupendo mi viene il vomito” sia un testo eccelso (Vasco Rossi) e che Briatore sia un gran fico che ha capito tutto della gno…della vita.

    Del resto appellarsi al pecoreccio per far ridere, alla “ignorantitudine”, allo sgrammaticato, alla celebrazione dei più bassi istinti è facile, è economico, è sicura garanzia di successo.
    Perchè l’uomo ama questo genere solleticazioni.

  16. Se uno scrive
    “Alzai la mano sfiorai il grilletto e in un lampo meta della sua testa finì contro il muro, a colare in grumi di cartilagine ossa e sangue…”
    non mi aspetto che sia un serial killer nella vita reale, e a mia volta direi che chi lo pensa sia uno stupido, perché qui c’è una fottuta storia dove il protagonista è un assassino non un boy scout, e se non piace non si continua la lettura.
    Ma se invece arriva il tizio che a titolo d’esempio è un credente con la C maiuscola e mi fa il sermone del tipo
    “Alzai la mano ma la voce del signore, che anche tu lettore dovresti ascoltare, mi impedì di sparare perché così non si fa, e dammi retta, il bene alla fine trionfa…”
    beh mi sia concesso di ripetere [giudizio personale] che quello scrittore lo vorrei a mare e possibilmente zavorrato con molti pesi e in compagnia di tanti squali.
    Poi anche in questo caso ci potrà essere chi gradirà, ma sono fatti suoi.

    L’unico problema c’è quando si fanno le crociate del giusto e vero in nome dei sacri principi della torta di mele dei bambini e del sacro rispetto verso tutte le minoranze, passate presenti future e ipotetiche.

    Dire che non piace qualcosa mi pare un sacrosanto diritto, aggiungere che mi fa schifo se lo fa, anche, però li finisce senza voler fare crociate del bene.
    Ognuno ha i suoi gusti, c’è chi gli piace una cosa e chi un’altra, e queste scelte non danno meriti o demeriti, è solo una questione di preferenze personali.
    E qui non si vogliono fare crociate.

  17. Arrivo tardi ma consiglio la visione di The Aristocrats, un documentario su di una barzelletta, perché porta a riflettere sul rapporto che ogni autore ha sulle tematiche che affronta, e dato il tipo di barzelletta si tratta di tematiche forti e sentite dal ubblico. A un certo punto George Carlin se ne esce con una frase che ne sintentizza un po’ il senso “There is no legal system in a joke”.

    Lo potete vedere su Youtube:

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.