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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

La messa a punto

12 commenti

Ok, c’è un ultimo giochino, riguardo alla scrittura, di cui non vi ho parlato, e stanotte – con la pioggia fuori e i fulmini, mi pare una buona occasione.

Farò probabilmente un giro un po’ strano, ma voi statemi dietro e non abbiate paura.

Il trucco è questo – di quando in quando, è necessario fare una messa a punto del linguaggio.
Un po’ come con uno strumento musicale, che lo si accorda di quando in quando perché non perda l’intonazione.
Col flauto, per dire, si può regolare il tappo.
Mio fratello gira i bischeri del basso.
Ci sono quelli che possono e lo fanno a orecchio, tutti gli altri usano un accordatore di qualche tipo – il tasto del piano, il diapason, l’aggeggio elettronico.

Il che mi ricorda anche la massima attribuita al Buddha

Accorda il sitar che sia né basso né alto
La corda troppo tesa si spezza, e la musica svanisce
La corda troppo lasca è ottusa, e la musica perisce

E quando scrivo, e mi rendo conto che ciò che sto scrivendo è formalmente ok, ma suona un po’ stonato, allora faccio una piccola messa a punto.

Non è difficile.
Si prende un libro scritto da uno di quelli bravi, e lo si legge con attenzione, lentamente, badando non solo a cosa viene raccontato, ma anche a come.
La scelta delle parole.
La costruzione di ogni singola frase.

Io per la messa a punto ho due o tre autori-chiave.
Ciascuno ha i suoi, ed io ho i miei.
Uno, il primo, quello dal quale ho imparato a fare la messa a punto (ammesso che io abbia imparato qualcosa) è Raymond Chandler.
Ai vecchi tempi, tiravo fuori The Simple Art of Murder e mi leggevo un racconto o due per fare la messa apunto.

Ma non voglio parlarvi di Chandler, così come non voglio parlarvi di Tom Robbins, un altro autore che è fondamentale per la messa a punto della prosa.
Magari ne parliamo un’altra volta, se ne avete voglia.

Negli ultimi tempi…

No, OK, quando ero ragazzo, al liceo…

Proviamo così: al confine dell’adolescenza servono dei modelli.
Qualcosa di un po’ più… humpf, per dire, di tuo padre.
Il cinema esiste (anche) per questo.
E nel 1986 nessuno, ma proprio nessuno – salvo quelli veramente deragliati – voleva davvero assomigliare a Stallone o a Schwarzenegger, per quanto quelli andassero per la maggiore.
Nel 1986 i più volevano essere come Tom Cruise in Top Gun.
E le ragazze approvavano la scelta.
La maggior parte, per lo meno.
La Avirex vendeva bancali di giubbotti.

Bogart e Cary Grant erano troppo distanti, eccezionali ma toccava lavorarci.
E io a diciassette-diciotto anni, potendo scegliere, sapevo bene chi avrei voluto essere da grande.
Io avrei voluto essere Sam Shepard.
Nel 1983 Shepard aveva interpretato Chuck Yaeger in The Right Stuff.
Le compagne di scuola, quelle un po’ più avanti della media, quelle con cui era piacevole passare del tempo, non esitavano a definirlo un figo.

E come trovare un modello migliore?
Shepard era un attore, un commediografo, un regista, scriveva racconti, scattava fotografie, aveva lasciato Patti Smith e stava con Jessica Lange (l’unica cosa buona del King Kong di De Laurentiis), collaborava con Bob Dylan e aveva questa specie di aria da cowboy zen che era semplicemente troppo strana per essere costruita…
Bello liscio.
Poteva esistere un modello migliore?

OK, come è andata la storia lo sappiamo – non sono diventato come Sam Shepard, anche se adesso vivo in campagna come lui, porto anch’io un sacco di camicie di flanella a scacchi e forse di quando in quando il cowboy zen lo faccio – ma solo un pochino, ed anche abbastanza bene.

Però i libri di Sam Shepard restano un eccellente strumento per mettere a punto la scrittura, e sono queli che uso di più, negli ultimi tempi.
Per un mio vezzo (vendetta?) li compro solo di secondissima mano, proprio malandati e stropicciati, e li leggo lentamente, studiandomi il modo in cui il vecchio cowboy zen mette giù le parole sulla pagina.
Il modo in cui costruisce il dialogo.
Sam Shepard ha questo strano (strano?) modo di scrivere, per cui parte raccontandoti di uno che riempie una borsa e due pagine dopo hai un ritratto perfetto di com’è vivere con dei genitori sull’orlo della crisi.
Che in cinque pagine allinea due suicidi, un tentato stupro e un probabile adulterio senza usare mai le parole suicidio, stupro o adulterio, e sostanzialmente parlandoti di un barbeque.
Bang!

Shepard è grande.
Ed utilissimo per la messa apunto.
Oltretutto, proprio come Chandler, e Robbins, puoi rileggerlo senza troppi problemi.
Ci trovi sempre qualcosa di nuovo.

Con questa faccenda della messa a punto però, attenzione, non intendo dire che si debba imitare l’autore di riferimento.
L’idea non è quella.
Oh, c’è un sacco di roba da imparare, da quelli bravi, non scherziamo, ma quando si sente la necessità di mettere a punto la prosa, di eliminare le stonature, la tecnica passa in secondo piano.
L’idea non è quella.
L’idea è quella di riconoscere che esiste un ritmo, una consapevolezza nello scrivere.
Un pensare la frase, prima di scriverla.
E dopo aver riconosciuto quello degli altri, quello di quelli in gamba, diventa più facile trovare il nostro tono, il nostro ritmo, la nostra scansione.

E vorrei che fosse ben chiaro che non sto parlando di editing, che è una cosa che si fa dopo, a scrittura completata.

La messa a punto è una cosa che si fa in corsa – non è tanto questione di sistemare ciò che si è scritto ma di trovare una impostazione che ci permetta di sistemare ciò che stiamo scrivendo.
Si tratta di aiutarci a ritrovare la nostra misura migliore – non a imporla ad un testo già completato, finito, chiuso.
La messa a punto è una cosa che si fa durante la scrittura, non dopo.

E io credo funzioni meglio con i lavori di quelli che il genere lo frequentano solo tangenzialmente, o che ne frequentano un altro, diverso da quelli sul quale stiamo lavorando.

Per evitare che ci sia altro a coprire il suono, se mi capite.
Per evitare interferenze.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

12 thoughts on “La messa a punto

  1. Mi sembra un buon metodo, ma il rischio di modellamento con l’autore mi sembra alto. Stephen King, in On Writing, diceva che in un certo periodo (durante la giovinezza) scriveva nello stesso stile degli autori che leggeva. E che dopo questa (normale) fase di “imitazione” si arriva a creare un proprio stile.

  2. Andrea, sarà la mia naturale insicurezza, ma non posso fare a meno di leggere una nota ironica nel tuo commento 😉

  3. @Federico
    Credo capiti a tutti, quando si inizia.
    E in questo caso è vero, si rischi di cascare in un modello imitativo – è anche per questo che bisogna leggere con estrema attenzione, ed avere cura di non riversare lo stile di chi si legge sulla nostra pagina.
    Bisogna starci attenti, insomma 😛

  4. Bel post!
    Non ci crederai ma è un metodo che uso anche io!
    Quando ho cominciato a scrivere mi sono accorta che istintivamente imitavo lo stile dello scrittore che stavo leggendo in quel periodo.
    Pensa che nel periodo che per vezzo mi sono messa a leggere la Bibbia scrivevo tutta roba con lo stile altisonante delle sacre scritture è stato lì che mi sono proprio resa conto che non era un’impressione. Davvero quello che leggevo mi influenzava.

    Nel tempo ho deciso di sfruttare questo istinto per modellare i miei testi.
    Anche io ho degli scrittori che preferisco e che sono decisamente lontani dal genere che scrivo.
    Non è detto che accordare lo strumento mi riesca sempre anzi…però ci provo sempre.

    Faccio un esempio. Quando ho scritto il capitolo per SBS mi sono accordata con Ken Follett o almeno ci ho provato, perchè mi piace la sua scrittura assolutamente trasparente.
    Anche se ammetto che lui tende a usare molte parole e ha tutto un romanzo e io invece avevo le battute contate quindi forse nella rielaborazione un po’ si è perso.
    Ma quel che si è perso io lo considero anche un po’ quello che poi costituisce il “tocco personale”.

    Cily

  5. Fantastico! Hai presente che cosa significa scrivere sf dopo aver letto Jonathan Lethem? O Philip Roth, o Don Delillo? Evidentemente sì, ce l’hai presente. Scrivere un genere profondamente distante da quello appena letto, ricalcare le pause e i modi di un autore come Sachs o come Franzen mentre racconti dello spazio aperto su un buco nero. A qualcuno sembrerà assurdo, ma è un modo curioso e stimolante di scrivere. Ovviamente bisogna tenere presente i tempi della sf, che non sono gli stessi, ma credo sia l’unico modo per scrivere personalmente. In generale, comunque, è bene avere molti autori dai quali «copiare» piuttosto che da uno o due, E apprezzare molti modi di narrare per arrivare a scrivere un paio di righe personali.

  6. Io ammetto senza riserve di “vampirizzare” ciò che di buono trovo negli altri autori. Non mi pongo nemmeno punti di riferimento alti, che ne so, Lieber, Martin e Simmons sì, altri meno conosciuti no.
    Cerco di apprendere trucchi e linguaggio laddove mi suonano bene, al di là del nome scritto in copertina.
    Ovviamente non si tratta di una lavoro di imitazione, né tantomeno di fan fiction. Tuttavia tengo la mente aperta e so che, anche fra quarant’anni, avrò ancora moltissimo da imparare e da vampirizzare…

  7. E’ quello che mio padre chiamava: rubare il mestiere, la capacità cioé di arrivare a risultati positivi scoprendo come facevano gli altri, quelli ‘che sapevano’.
    Capita anche a me di farlo, quasi inconsciamente, visto che a volte mi ritrovo a rileggere una frase o un paragrafo perché mi è piaciuto come l’autore ha risolto la situazione stilistica o linguistica o come ha descritto una cosa o un personaggio, o come ha mantenuto o spezzato il ritmo.
    Peccato che, in tutto questo, finora non abbia imparato niente ai fini pratici!

  8. Io “la messa a punto” (l’orecchio) la faccio ancora su Tommaso Landolfi… è grave?…

  9. Non credo.
    Dopotutto, ciascuno di noi segue la propria strada.
    Ci si vede quando arriviamo là.

  10. Virginia Woolf. Quando sono inquieta la rileggo. La mia scrittura ne giova non per scopiazzamento di stile, ma perchè respiro La Scrittura.
    Come un aerosol letterario: il vapore svanisce, ma il benessere resta in corpo.

  11. Pingback: A lezione dall’Imperatore dei Sogni | strategie evolutive

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