strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Mostra e dimostra

13 commenti

Questo non è il post che avevo scritto all’origine.
L’ho cancellato, quello là, insieme all’ora circa che ci avevo messo a scriverlo.
Erano circa 1000 parole.
Una media piuttosto bassa.

Si era detto post sulla regola aurea dello show don’t tell.
Ma onestamente, dopo averci lavorato un’ora, mi sono reso conto che l’argomento e la relativa discussione non mi interessano.
Non dubito che interessino a qualcuno là fuori, ma a me non interessano.
E credo che a tutta questa faccenda delle regole si stia dando troppo spazio, nelle sedi sbagliate, e nella maniera sbagliata. E non vorrei che anche qui la discussione prendesse la piega sbagliata.
Perché le regole non sono state fatte per chi legge, ma per chi scrive.
E quando un lettore pensa alle regole e non a leggere, il meccanismo s’inceppa – avete notato che a certe persone non piace nulla di ciò che leggono?

Lo ribadisco per i distratti.
Le regole della scrittura esistono per chi scrive.
Esistono fra la punta della penna ed il foglio di carta.
Il lettore non c’entra.
Segnatevelo.

Vedrò quindi di metterla giù veloce, perché alla fine l’intera faccenda, davvero, sta su un post-it.
Ok, diciamo due post-it.

La faccenda è tutta qui, in 34 parole…

Nello scrivere, come autore ho tutto l’interesse ad utilizzare la forma che produrrà nel mio lettore ideale l’effetto che io desidero, e che lo farà nella maniera che io ritengo più economica.

Il che significa che ci saranno momenti in cui darò la precedenza ad una narrazione fortemente impressionista (show), in cui il lettore viene tirato dentro all’azione mediante semplici giochini sensoriali, oppure ci saranno casi in cui, secondo la mia insindacabile decisione autorale, una narrazione più fredda, una maggiore distanza fra il lettore e la narrazione (tell), saranno preferibili.

Il trucco, quindi, non è escludere una possibilità per applicare solo l’altra (show don’t tell), ma di applicare ciò che serve quando serve (show when you need to show, tell when you need to tell).
La cosa veramente difficile è scegliere come modulare le opzioni.
Se siamo fortunati, alla lunga svilupperemo unnostro stile, che significa usare economicamente certi strumenti in certi momenti e non altri, senza più passare due pomeriggi a pensarci.
Ma per cominciare, cerchiamo di osservare la nostra narrativa, e imparare cosa serve, e dove.

Tutto il resto sono sciocchezze – è credere che aver imparato a memoria il manuale della macchina per cucire faccia di noi dei grandi stilisti.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

13 thoughts on “Mostra e dimostra

  1. Le regole sono fatte per essere infrante; i grandi dello sport; non eseguono il gesto tecnico secondo il manuale; non perché non lo conoscono; ma perché lo hanno superato e hanno adattato la regola alle loro specifiche fisiche. Guai al principiante che tentasse di fare lo stesso: risultati scarsi e possibili danni fisici

  2. Grande Davide!
    Bel post!Essenziale e pieno di sacrosante parole!
    SWYNSTWYNT è davvero bellissimo! (lo avevo già apprezzato ieri!)

    Credo che tu abbia ragione da vendere e credo che tutta la nuova moda delle regole sia per mascherare una cosa un po’ scomoda da considerare.

    Avere una bella storia in mente, raccontarla al meglio perchè arrivi pienamente al lettore, scegliere cosa raccontare e cosa mostrare questo è quello che distingue uno scrittore di talento da uno che il talento non ce lo ha pur avendo magari belle idee e tanta voglia di scrivere!

    Lo ho già detto. E’ come la fotografia. Tutti vediamo belle cose che ci piacerebbe fotografare salvo poi farlo in modo che la foto arrivi a chi guarda con la stessa carica espressiva ed emotiva con cui noi la abbiamo immaginata.

    Paragono spesso la scrittura alla fotografia perchè è un periodo che tutti vogliono scrivere e pubblicare e che tutti si sentono grandi fotografi.

    il punto è che se ci sono solo regole da rispettare allora quei “tutti” si sentono molto rassicurati, se la regola non c’è ma c’è l’uso sapiente dei mezzi la cosa si complica e molto.
    Anche per la fotografia esistono canoni estetici che funzionano ma se li metto nella foto non è per niente garantito che verrà una bella foto.(SIGH!)

    E’ nello scegliere quando e cosa fare che si accetta la sfida e al limite si capisce che forse non abbiamo talento per una cosa, anche se ci piace moltissimo.
    Il che non vuol dire smettere di farla, ma ridimensionarci un pochettino.
    A me ad esempio piace moltissimo andare a cavallo ma non penso di avere assolutamente il talento necessario per fare una gara, però mi godo tantissimo le mie passeggiate…

    Grazie per il post che come sempre mi ha fatto riflettere molto…come quello sul pesce che suona la tromba, che ho trovato davvero illuminante a suo tempo!

    Cily

  3. Ottimo! 🙂 Non ho altro da aggiungere a quello che hai già detto tu! Troppi lettori non leggono più con gli occhi dei lettori, ma con quelli dello scrittore. Le due cose devono star separate…

    Ciao,
    Gianluca

  4. ===
    Il trucco, quindi, non è escludere una possibilità per applicare solo l’altra (show don’t tell), ma di applicare ciò che serve quando serve (show when you need to show, tell when you need to tell).
    ===

    L’accezione di SdT implica già in nuce quello che sostieni. Mostrare ciò che vale la pena mostrare e raccontare ciò che NON vale la pena mostrare – e.g., scene lunghe, non significative per la storia, ecc. Nessuno ha mai detto che sia facile.
    SdT non è un dogma, ma semplice buonsenso. Non è vero che opere senza SdT fanno pena e opere con SdT sono capolavori. La maggior parte delle volte semplicemente non c’è il corretto equilibrio, e a seconda dello “sbilanciamento” puoi giustificare la sensazione di insoddisfazione, darle un nome. Se invece uno non percepisce alcuna stonatura ma anzi, apprezza l’opera, buon per lui/lei.
    Per esempio, nell’Armata Perduta di Manfredi non c’è una sola parte mostrata. Tutto è raccontato senza permetterti di gustare veramente una sola scena. In pratica, è come se un amico ti racconta un film: per quanto possa essere bello, non lo stai effettivamente *vedendo*.
    Spesso poi lo SdT coinvolge anche la credibilità, e in questo caso i gusti non c’entrano. Dialoghi o scene poco credibili equivalgono a notare la giraffa durante un film, e si perde il coinvolgimento.
    Quest’ultimo è il caso di un romanzo che mi è capitato di leggere anni fa, Il signore della Paura, di Franco Cardini. Era un insieme di tell generico, infodump non necessario e fiera dei luoghi comuni (dialoghi penosi e quant’altro).

    Un lettore inesperto si accorge della differenza tra due romanzi, se uno è scritto male e l’altro è scritto bene. Ma allo stesso modo si accorge anche delle “stonature”, della rottura della quarta parete, della differenza tra una narrazione approssimativa e una coinvolgente, ecc. Potrebbe non saperlo spiegare, ma lo percepirebbe.

    ===
    Perché le regole non sono state fatte per chi legge, ma per chi scrive.
    ===

    La relazione è transitiva, perché quello che conta è il prodotto finale, e tra la “regola” e il “lettore” c’è lo scrittore, che è il mezzo indispensabile.
    C’è da dire, però, che se per esempio in musica si esegue male un brano (per esempio un assolo), il musicista non ha scuse: deve imparare l’esecuzione, altrimenti otterrà solo fischi (perché errori e stonature sono evidenti a tutti).
    Se poi il musicista è, per esempio, un chitarrista in una band progressive rock, si presume – com’è solito in quest’ambito – che il suo pubblico sarà composto da gente piuttosto in gamba in ambito musicale, teorico e tecnico, qualcuno forse anche diplomato al conservatorio, quindi persone che amano tanto ascoltare quanto eseguire. E difficilmente tale pubblico soprassiede a eventuali errori (ripetuti), perché gli errori si commettono, non c’è nulla di male. Ma le perseverazioni sottendono altri (malvagi) intenti (per esempio prendere in giro il lettore, aggirare gli ostacoli in maniera veloce, giustificare la propria incapacità e svogliatezza, illudere il te scrittore).

  5. Penso che hai fatto bene a non pubblicare il tuo post iniziale, una scelta di stile.
    La crociata “show don’t tell” ha il suo valore quando l’audience è di diverso tipo rispetto a chi frequenta abitualmente di questo blog (rigorosamente imho).

    Chi si fa carico di portare un certo tipo di emancipazione culturale nel lettore distratto, o vuole denunciare incompetenze editoriali, o ancora auspicherebbe un aumento della qualità della produzione letteraria esordiente, è spesso obbligato a forzare i toni, appellarsi a norme e regole, irrigidirsi su concetti facilmente assimilabili per riuscire a sostenere una discussione che può facimente deragliare.

  6. @Federico

    La relazione è transitiva, perché quello che conta è il prodotto finale, e tra la “regola” e il “lettore” c’è lo scrittore, che è il mezzo indispensabile.

    😀
    Sei davvero sicuro che siano le regole a scrivere i romanzi, usando gli autori?
    A me pareva il contrario 😉

    @Eugenio
    Grazie per l’apprezzamento.
    È un discorso lungo e complicato – io credo che sia crollata la distinzione fra critica, recensione ed editing.

  7. riprendendo il parallelo con l’ambito sportivo: la “perfezione” si raggiunge mediante la ripetizione cosciente del gesto per notare le imperfezioini, che vengono gradualmente corrette, meglio con l’aiuto di un osservatore esterno, fino ad eliminarle. e a questo punto che può cominciare la personalizzazione della tecnica. Il tutto quindi passa attraverso la pratica costante e consapevole.

  8. @Davide, hai ragione, detta così sembra causa-effetto. >.<
    Tra le "regole" intendevo la lingua in senso lato – grammatica, semantica, strategie ecc. In questo senso, le regole servono sia a chi legge che a chi scrive; a chi scrive per farsi capire da chi legge. Quindi, le regole servono anche a chi legge. Ok, è un sillogismo, ma un sillogismo giusto, non una fallacia.

  9. @Federico
    Stai spostando il problema, anche se sono sicuro che non ti sembri così.
    Anche il mio PC serve al lettore.
    Ma il lettore non mette le mani sulla mia tastiera, né si può permettere di sindacare su che sistema operativo o programma di scrittura io usi.

    [vado off-line per 12 ore… risposte ad ulteriori commenti a domani]

  10. Ma può sindacare sull’uso di (la sparo lì) avverbi non-specificativi o della costruzione di frasi con eccessive subordinate (un’infelice caratteristica che ho trovato nelle Porte di Anubis di Powers).
    Intendevo questo, il caso specifico dell’uso delle regole (da quelle basilari, di grammatica, a quelle più generiche, alias “strategie” narrative per una migliore comprensione e immediatezza del testo), non intendevo generalizzare.

  11. Non leggo i commenti precedenti al mio, non per antipatia ma per rigetto fisico dell’argomento in questione e di chi vuole darti da capire che, detta fuori dai (loro) denti sbagli.

    Aggiungo solo: poveretti coloro che non riescono più a leggere un libro senza sentire il bisogno di evidenziarne i difetti, soprattutto quelli presunti. Il divertimento dove sta? Mah. Per fortuna frequento un’altra parrocchia.

  12. Sono sempre diffidente quando mi capita di condividere appieno un articolo su questi argomenti… Perciò diffido di questo post al 100% 🙂

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