strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Sesso & Violenza

7 commenti

Come accennavo ieri in un commento al post precedente, a volte avere dei lettori ben disposti a commentare ciò che scriviamo comporta dei rischi.
Del tipo, tu scrivi una bella scena d’azione, uno scambio di colpi fra il protagonista della tua storia e un antagonista più grosso, più cattivo e apparentemente imbattibile, ci metti tutto il (poco) che sai di tecnica e trucchi del mestiere per rendere la scena non tanto realistica ma, beh, coinvolgente, e poi una lettrice ti dice…

Questa scena è una metafora di un rapporto sessuale, no?

E certo, siete entrambi liceali e lei ha letto troppi, troppi libri di Freud (ma perché le ragazze di sedici anni negli anni ’80 leggevano o King, o V.C. Andrews o manuali di psicologia?) mentre tu hai letto troppo Edmond Hamilton, ma proprio per questo, sono traumi.

E potremmo discutere a lungo della faccenda di come noi possiamo scrivere quel che ci pare, ma poi cosa ci vedranno dentro i lettori, eh, quello è il territorio dell’imponderabile.
Ma ne parliamo un’altra volta, perché oggi è un altro, il tema.
L’avete visto il titolo, no?(*)

Per cui facciamo l’ipotesi – assolutamente selvatica – che una antologia internazionale mi paghi (quattrni, quelli veri!) per un racconto breve, di genere e che abbia per tema sesso e violenza.
E non parliamo di profonde riflessioni, eh… qui si richiede l’azione, frenetica, sudata e stropicciata, e sopra le righe quanto più possibile.
Non pornografia, badate, ma quanto di più risqué si riesca a mettere insieme.

E la cosa è attraente, ma non per i soldi.
No, davvero.
La cosa che mi attira di più, nel progetto – ipotetico, naturalmente – è la possibilità di provare a scrivere qualcosa di radicalmente diverso da ciò che io scrivo di solito.
E di testarlo con un eccellente editor e – all’editor piacendo – con un pubblico che invece quel genere, quei temi, li frequentano assiduamente.
Cross-training, per così dire.
Provare a scrivere ciò che non scriveremmo mai, per poi scrivere meglio ciò che normalmente scriviamo.
Anche se può significare andare ad allenarsi nei bassifondi.

E qui vengono fuori due problemi.
Il primo problema è un problema generale – scrivere un genere, o se preferite una modalità, che non frequentiamo e non conosciamo a fondo significa che il nostro arsenale di trucchi, meccanismi, temi e situazioni, è particolarmente ridotto.
Ammetto di non essere un cultore dell’erotismo – Cleland mi ha fatto fare una valanga di risate (specie nella edizione malignamente annotata della Oxford), le debosciaggini autocompiaciute dei vittoriani sono abbastanza avvilenti, e il pur gustoso Literary Companion to Sex, della sempre brillante Fiona Pitt-Kethley, è una lettura alla lunga abbastanza noiosa.
L’hentai non mi attira e non mi ha mai attirato.
Ma qui, su questo aspetto della narrativa, si può sempre fare ricerca e documentarsi.
E poi, che diavolo, non fu Anais Nin sedicenne a scrivere un romanzo erotico col solo ausilio di un manuale di medicina?
O mi confondo?

Metto comunque mano alla mia copia usatissima di The Joy of Writing Sex, da una quindicina d’anni almeno considerato il miglior manuale sull’argomento – e che in effetti è dannatamente buono, e riesce a non sembrare un manuale di ingegneria – e via!
Documentiamoci, mettiamo giù degli appunti, definiamo un approccio stilistico.
Ci vuole classe!

In questo modo, la voce sesso è sotto controllo.
Ho gli strumenti minimi necessari, so come muovermi, ho il numero 40 di The Idler, sto raccogliendo informazioni.
Ho la foto qui di fianco, che mi piacerebbe usare.
Bello liscio.

Il secondo problema è più personale e più difficile da risolvere, perché ha un elemento… diciamo filosofico in più – l’accoppiata sesso e violenza, nel senso di sesso violento, non mi attira granché.
Anzi, non mi attira per niente.
Retaggio di una educazione cattolica?
Troppe ore passate a leggere lo Shobogenzo?
Mah! Ho conosciuto persone che la pensavano diversa, ma personalmente credo che il sesso possa tranquillamente fare a meno della violenza, e che anzi, un paio di sane risate ci stiano bene… dopo, magari, che forse durante non è esattamente il caso, ma un paio di belle risate ci stanno tutte.
Anche se, poi, durante, perché no?
Meglio una bella risata che un livido, nel mio manuale.

E così sorge questo problema tecnico non indifferente – che se da una parte la promessa di denaro, la vetrina internazionale, la collaborazione con professionisti quotatissimi e l’opportunità di provare a scrivere ciò che non ho mai scritto (se escludiamo un paio di scene scollacciate qua e là) sono uno stimolo notevole, dall’altra è la violenza che mi scoraggia, e mi respinge.

D’altra parte anche nelle mie storie… normali?… beh, anche in quelle, la violenza è sempre abbastanza scarsa – io sono uno di quelli che i combattimenti li mettono in elisione.

Oh, non dubito che scoverò un sistema per aggirare il problema – e magari dare un taglio alla storia tale che un paio di belle risate ci stiano, e tuttavia, l’area di disagio permane.
Il trucco, naturalmente, è usare il disagio.
Usare ciò che ci spaventa, per scrivere meglio.

Ma c’è anche la faccenda, tutt’altro che indifferente, che non mi piace, non mi va, non mi attira, ritengo discutibile l’idea di rappresentare il sesso come attività violenta, o traumatica.
Primo, perché come dicevo, non ho alcuna affinità per questo tipo di associazione.
E secondariamente perché ci sono già abbastanza persone traumatizzate nella realtà, ed abbastanza individui deviati che traggono piacere dal traumatizzare il prossimo, per dar loro spazio anche sulla pagina.

E la risposta sarebbe allora, semplicemente, e tu non scriverlo, no?
Ma non è così semplice.
Sarebbe uno stop nel processo di apprendimento.
Riuscire a scrivere ciò che ci mette a disagio, lo ripeto, è importante.
E riuscire a conciliare il tema della proposta con il mio rifiuto della violenza gratuita come parte del rapporto relazionale fra persone, è una bella sfida, è un’occasione per provare a vedere se certe aspettative si possono soddisfare (scrivere una storia rovente!) cortocircuitando certi elementi deteriori (dimostrare che la violenza  ci può essere, ma non serve).

Alla fine, credo userò il sistema suggerito da Glen Cook.

Togli tutto quello che è falso, e ciò che rimane è la storia.

Perché scrivere ciò per cui non abbiamo affinità non significa, comunque, rinunciare ai propri principi.

Ci sarà da ridere.
E forse qualche livido.

Intanto mi ascolto Love Life dei Berlin, in cerca di una scintilla per la trama, dell’eventuale storia.
Perché ci vuole anche una trama.
E un giorno dovremo parlare, anche, di questa faccenda di usare la musica come supporto per la scrittura.

(*) … e credetemi, quel titolo farà un sacco di hit!

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

7 thoughts on “Sesso & Violenza

  1. Mettersi alla prova vale sempre la pena, anche se dovesse risolversi in un fallimento. La coppia sesso-violenza non mi piace (no, non sono cattolico) ma capisco la possibilità, difficile, di esplorarla narrativamente per trovare un guizzo, una genialata in grado di far alzare il sopracciglio al lettore.
    Il bello è che sull’argomento sesso c’è sempre qualcosa da dire, anche dopo millenni di parole e idiozie in libertà. Il brutto è che qualcuno comunque dirà che lo avrebbe scritto meglio, se solo avesse avuto tempo e una pila di manuali.

  2. Ah, ma quelli che l’avrebbero fatto meglio ci sono sempre e comunque, ed alla lunga è un loro diritto crederci, anche se sarebbe bello vederli provare.
    In questo senso sesso e violenza sono affini, poiché capita spesso che ad enfatizzarli entrambi siano persone che hanno una scarsissima dimestichezza e con l’uno e con l’altro.
    Ma un sacco di manuali.

    Sul fatto che sia possibile sempre trovare qualcosa, credo dipenda dal fatto che il sesso è sempre solo metà dell’equazione – per scriverne, bisogna associarlo a qualcos’altro, e le permutazioni sono infinite.

  3. Caspita Davide che post ricco di spunti!
    Diciamo che mi piace scrivere per divertire il lettore, non tanto per inquietarlo o per turbarlo.
    Mi piacerebbe che si divertisse e che ricordasse quello che scrivo per la situazione a volte insolita, a volte avventurosa in cui lo ho immerso.

    Però anche a me piace misurarmi con generi che non mi appartengono, spesso i concorsi mi offrono questo tipo di opportunità. Il problema è che tutte le volte mi devo un po’ documentare, leggere, studiare per capire il genere. Questo mi porta via tanto di quel tempo (piacevole devo dire perchè sono sempre molto curiosa!) che spesso arrivo a ridosso della data di consegna con il racconto che ancora ha bisogno di molto editing e riesco a partecipare solo se magari la data di scadenza viene prorogata.
    Eppoi fondamentale è ricordarmi sempre che ho scritto qualcosa che non era istintivamente nelle mie corde, altrimenti ci rimango male quando becco delle critiche (pure giuste) dagli amanti del genere.

    Condivido appieno il tuo manuale “Meglio una bella risata che un livido”.
    Mi piace l’avventura, la scoperta, l’ironia, i colpi di scena ben costruiti e le visioni di altri mondi possibili. La violenza di solito non sono capace di inserirla nelle mie storie. La si intuisce ma insomma non mi riesce di essere davvero aggressiva e rampante in questo genere.
    Tra le cose che mi spaventano e che mi mettono a disagio ma che mi sfido a scrivere ci sono le nevrosi, la crudeltà pura (che non è detto che si esplichi per forza in violenza), la vendetta. Ma tutto in modo sempre freddo. Non so se riesco a spiegarmi.
    Nel mio caso l’arma preferita per uccidere è il veleno.
    Violenza indiretta direi.

    Aspetto il post sulla relazione scrittura e musica. Sono certa che sarà molto interessante anche quello!
    Buon lavoro per quello che hai intenzione di scrivere…

    Cily

  4. Io in genere giro al largo dai concorsi proprio per via di scadenze e rituali di iscrizione e partecipazione.
    Però scrivere entro paletti e limiti ben definiti – di genere, di tema, di lunghezza – può essere molto divertente.
    Ed istruttivo.

  5. Lo stesso mio problema per il medesimo progetto. Recuperato il materiale che mi serviva, credo di aver trovato una possibile soluzione e se il risultato sara’ soddisfacente (almeno dal mio punto di vista) allora consegnero’ la storia. La violenza non e’ il mio genere, ma mi piace molto la sfida.

  6. Io continuo a mettere in archivio scene e paragrafi di una oscenità inenarrabile, ma inutili ai fini pratici… chissà, un giorno o l’altro…

  7. Pingback: Titillami* « strategie evolutive

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