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Il Mio Capodanno con Lady Barbara Worth

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Kathy aveva bisogno di un hobby, e se ne trovò uno…

Film di capodanno.
La campagna è sonnolenta.
Io non sono il tipo da veglioni a base di liscio o musica anni ’80.
Ristoranti e altri divertodromi sono affollati.
Meglio una cena leggera e sostanziosa, un brindisi a mezzanotte e un film.
Un vecchio film.

La scelta è legata ad una mia vecchia ossessione ed un mio recente post.
La vecchia ossessione, ne abbiamo parlato, è per le vicende di Lady Katherine Ferrers, simpatica psicopatica anglosassone tardo-seicentesca che per sfuggire alla noia dava fuoco ai fienili, sparava alle vacche e rapinava le diligenze.
Il recente post è quello sulla pirateria, nel quale ho ripescato una vecchia fotografia di Margaret Lockwood a scopo meramente illustrativo.
Strani meccanismi si sono messi in moto…

Perciò, apriamo questo anno 2012 con The Wicked Lady, pellicola diretta da Leslie Arliss nel 1945, e interpretata da Margaret Lockwood, James Mason, Michael Rennie e Patricia Roc.
Roba tosta.

Ma procediamo con ordine… (preparatevi – sarà un post lungo, ma divertente)

Tra il 1924 ed il 1951, gli studi della Gainsborough Pictures di Shoreditch svilupparono una loro personale versione dello studio siystem americano incrociata con modelli mutuati dalla cinematografia tedesca ed europea – un solido parco attori, un pool di registi e sceneggiatori collaudati, ed una specializzazione in film dichiaratamente “popolari” e melodrammatici.
Il trucco consisteva nel giostrare gli attori e lo staff tecnico in modo che le diverse combinazioni garantissero una grande varietà a fronte di investimenti spesso modesti.
Un occhio alle esportazioni non guastava – vendere le pellicole agli americani significava ripianare le spese.
A partire dai tardi anni ’30, la Rank – colosso della cinematografia britannica – si inserì nel sistema, utilizzando gli studi della Gainsborough per produrre pellicole popolari – fra le quali il classico The Lady Vanishes, di Alfred Hitchcock.
Nel 1951, l’avventura della Gainsborough terminò, e nel 1959 gli stabilimenti storici della casa produttrice vennero smantellati.

Patricia Roc è Caroline… troppo per bene per avere una speranza all’inferno…

Nel suo momento di massima popolarità, negli anni ’40, la Gainsborough poteva contare su un cast stabile assolutamente impressionante – James Mason, e Stewart Granger come interpreti maschili principali, Michael “Klaatu” Rennie come attor giovane, e Margaret Lockwood e Patricia Roc come prime donne.

Una caratteristica essenziale della Lockwood e della Roc era, naturalmente, che oltre ad essere ottime attrici, erano anche donne splendide.
No, così, solo per puntualizzarlo qualora non ve ne foste accorti…
Ammetto di avere una venerazione che sconfina nel feticismo per Margaret Lockwood… fatemi causa.

Il che ci porta al mio film di capodanno.
Prodotto nel 1945, a guerra appena conclusa, The Wicked Lady, basato su un popolare romanzo a sua volta ispirato alla storia di Kat Ferrers, è quanto di più vicino ad un colossal la Gainsbourgh potesse permettersi di produrre.
Ebbe un successo colossale, come vedremo, e resta una visione imprescindibile.

La storia è nota… ma vale la pena riassumerla brevemente…

Margaret Lockwood è Barbara. Noi facciamo il tifo per lei.

Siamo nella seconda metà del 17° secolo, in piena Restaurazione.
Lady Barbara Worth (la Lockwood) è una giovane donna capricciosa e “inquieta”, direbbero i critici seri, rosa dall’ambizione e ostile alle convenzioni sociali. Invitata al matrimonio della sua migliore amica Caroline (Patricia Roc), non esita a sedurne il fidanzato, deragliando la cerimonia e sposandoselo, l’amica ridotta a damigella d’onore.
Annoiata tuttavia per le scarse attrattive della vita in campagna, e oltretutto innamorata di un altro, Barbara si abbandona al vizio in generale ed al gioco d’azzardo in particolare; e quando in una partita a carte la cognata (odiosissima!) le vince fino all’ultimo centesimo e tutti i gioielli, Barbara non esita a indossare abiti maschili, rapinare la carrozza dei congiunti sulla strada di casa, e riprendersi la posta con gli interessi.
Scoprendo così, incidentalmente, una cura particolarmente efficacie per la propria noia – la rapina a mano armata sulla pubblica via.
L’assalto alla diligenza come hobby.
Proprio durante una rapina, Barbara conosce il “collega” Capitano Jackson (JamesMason) – ed i due diventano complici e amanti.
Da qui si spalanca (ovviamente) un abisso di crimine, sesso sfrenato e violento, omicidi, corruzione e depravazione assortita, e la storia non potrà che finire, naturalmente, malissimo per i due amanti diabolici.

Questi costumi ci daranno dei problemi…

I motivi per cui una storia tanto spudoratamente sensazionalistica funziona sono molteplici.
In primo luogo, una sceneggiatura abbastanza asciutta (opera dello stesso regista) nonostante le premesse fin troppo melodrammatiche, e basata su un romanzo (The Life and Death of the Wicked Lady Skelton by Magdalen King-Hall, se ne trovano in vendita a prezzi stravaganti copie datate 1946) in fondo solido.
Poi, le interpretazioni ben al di sopra della media di alcun dei migliori attori e caratteristi della storia cinematografica britannica, a cui si aggiungono dei production values e una cinematografia eccellenti (ne riparleremo).
A tutto questo si aggiunge l’allegra ed entusiastica aderenza all’idea che una vita di stravizzi, violenza e rapine, con l’aggravante dei futili motivi, per quanto meritevole di ogni possibile esecrazione, non sia poi così male.
Il “messaggio” (ammesso che uno cerchi certe cose) della pellicola è a tal punto discutibile, che il film venne etichettato dalla commissione censura inglese come “moralmente ambiguo”, cosa che certo contribuì al suo successo – oggi, nella storia del cinema britannico, questo film del 1945 (!) è ancora al nono posto per numero di biglietti venduti (poco più che 18 milioni di spettatori).
Sì, ha venduto più biglietti di Rambo, più biglietti di Harry Potter.

Il trailer ci lascia pochi dubbi su tema e svolgimento…


E sì, James Mason oltre che bandito e cialtrone, è anche uno stupratore (consoliamoci, finirà sulla forca).

Converrebbe uno scialle per le sere umide.

Ma i “cattivi” hanno le scene migliori ed il dialogo più divertente, e la sola scena dell’omicidio del vecchio servitore infingardo e santimonioso è da standing ovation per la sua natura liberatoria – beccati questo, cornacchia dannata!
Ed è frequente il dubbio che la sceneggiatura si stia facendo beffe della virtù, in maniera sottile, certo, ma inequivocabile.
Questo, insomma, potrebbe non essere un film “per bene”.

E poi ci sono i costumi – impeccabili repliche di abiti seicenteschi, orgoglio dei costumisti e voce pesante nel bilancio della produzione, che danno ai gentiluomini un tocco di stile e di aria furfantesca, ed espongono abbondantemente le grazie delle signore, sulle quali la cinepresa indugia volentieri.
Questa è, dopotutto, una produzione inglese, e gli inglesi non sanno cosa farsene del Codice Hays.

Inquadratura inadatta al pubblico americano.

Al punto che, quando la pellicola venne proposta a distributori americani, quelli andarono in fibrillazione.
Certo, il film era garantito per sbancare i botteghini, ma tutti quei seni floridi e quelle scollature proprio non andavano.
OK gli omicidi, gli stupri, la violenza, il gioco d’azzardo e la corruzione morale abbracciata con gusto ed entusiasmo, ma mostrare certi dettagli, eh, no, quello proprio no.
Fu perciò necessario girare ex novo tutte le scene “inadatte al pubblico americano”, affrontando costi stravaganti e modificando i costumi in modo da sistemare tasselli di tulle, scialli ed altri espedienti sartoriali fra la lente e le forme delle due protagoniste.

Quello sguardo dice tutto: Barbara non è impressionata dal Codice Hays (… ma è certamente vero anche il contrario)

Attenzione, non confondiamoci – non stiamo parlando di nudismo rampante o di soft-core d’antan, ma semplicemente di scollature molto abbondanti (e ripetiamolo, storicamente corrette), indossate con estrema eleganza (ed un ovvio divertimento) da donne estremamente attraenti.
Le sconcezze avvengono tutte fuori scena, la violenza è accennata e minima,  e le situazioni innominabili vengono sapientemente aggirate dal dialogo, sofisticato e brillante.
Ma il Codice Hays, è noto, era inflessibile (e piuttosto ridicolo).

Della pellicola esistono quindi due versioni – quella inglese, coi costumi storicamente corretti e tutte le cosine al loro posto, e la versione americana, con i costumi rimaneggiati per preservare l’innocenza del pubblico e qualche altra minima modifica allo sviluppo della trama (una decina di minuti in meno, in altre parole).

C’è più gusto ad essere cattivi?

Oggi The Wicked Lady (versione inglese restaurata, perché noi valiamo) si trova in una bella edizione su DVD per una cifra variabile tra i tre ed i sei euro.
È pressoche privo di contenuti speciali, a parte il trailer già visto qui sopra; è un bianco e nero vecchio di quasi settant’anni eppure non ha perduto né il suo impatto visivo, né la sua carica sovversiva ed il suo fascino.
È scollacciato e divertente, moralmente discutibile e inadatto al pubblico americano di allora e di oggi, pieno di palpiti ed amori impossibili, ed è inutile sottolineare che fin dalle prime scene, a meno di non essere proprio strani, facciamo tutti il tifo per lady Barbara Worth, bella e scapestrata – ed anche il suo nome, dopotutto, è significativo dell’ambiguità del film nei confronti della sua protagonista e delle sue scelte.
Lo stesso finale, col male punito ed il trionfo della virtù, non riesce a scacciare l’idea che in fondo, per male che sia andata, per Lady Barbara comunque sia valsa la pena.

I tirchi o i diffidenti possono inserire il titolo nel motore di ricerca di YouTube e goderselo in streaming – la qualità è quel che è, ma per quel che vi costa… (ma attenzione – pare manchino cinque minuti di girato).

Eh, no, non c’è proprio paragone…

Inutile ricordare che il remake del 1983 con Faye Dunaway (che vinse per questa pellicola un Razzle come peggior attrice) ha la qualità di un miserrimo TV movie e sembra una triste parodia (ed è molto meno risqué).
La colonna sonora di Tony Banks dei Genesis non aiuta – il fatto che sia suonata al clavicembalo nel film ma al synth sul disco della colonna sonora una scelta infelice che aggiunge il danno alla beffa..

Quanto al tematicamente affine e recente Plunkett & McLane, per tutta la sua colonna sonora tecno ed il montaggio da spot pubblicitario, nel confronto scompare senza lasciar traccia, dimostrandosi in fondo infinitamente meno coraggioso.

Esiste infine un adattamento teatrale del romanzo del ’46… potrebbe essere interessante dargli un’occhiata.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

13 thoughts on “Il Mio Capodanno con Lady Barbara Worth

  1. Questo è il mio film!!!😀
    Storia intrigante. Sia quella narrata dal film sia proprio la storia della pellicola…e tanto basterebbe!
    Inoltre adoro i film in bianco e nero con i costumi ben fatti e i dialoghi brillanti!
    Grazie mille per questa segnalazione credo che mi procurerò il DVD, quando il bianco e nero e la fotografia sono ben fatti secondo me meritano di più che un giro su youtube.
    Ma io sono appassionata di fotografia in bianco e nero oltre che di vecchio cinema quindi non faccio testo.
    Poi ti dirò!🙂

    Grazie ancora!

    Cily

  2. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  3. Buona visione, Cily!
    Fammi sapere poi cosa te ne pare.
    Confronteremo le nostre opinioni, naturalmente, con quelle dei cittadini prima di tutto😉

  4. Fantastico, me lo procuro subito.
    Da certamente da pensare che per la censura americana due tette a davanzale fossero più pericolose moralmente della violenza suggerita o dell’idea di uno strupro.
    Le donne fanno sempre più paura…

  5. Sembra un film molto interessante, grazie per la segnalazione.
    Secondo me il codice Hays non è completamente negativo, anzi, ha obbligato una generazione di registi americani ad inventare altri modi per mostrare la violenza e la lussuria, dopotutto cosa c’è di più moralmente ambiguo del cinema degli anni 30′ e 40′ con le sue storie di donne fatali e criminali senza scupoli? Per tacere di quel film terribile che è I diabolici (quello del 55′ ovviamente, non il remake!).

  6. Concordo sul fatto che la censura obblighi quelli in gamba ad inventarsi sistemi intelligenti per aggirare le regole, spesso con risultati eccellenti.
    Ma ci sono casi in cui si scade semplicemente nel ridicolo assoluto.

  7. Come in tutte le cose ci vuole misura, almeno secondo me🙂

  8. Indubbiamente.
    Ma non sempre misura e buon gusto sono disponibili – specie in certi ambiti.

    C’è un bel racconto di Kim Newman (critico cinematografico, oltre che narratore), che descrive una Hollywood senza Codice, che sforna film orrendi e trasforma grandi attori e registi in guitti orribili.
    Si trova – se ben ricordo – nella collezione Famous Monsters.
    Quindi a pensarla in questo modo siamo in parecchi…😀

  9. Grazie della segnalazione🙂 non è disponibile tradotto immagino…

  10. Temo di no, a meno che non sia finito in chissà quale antologia…

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