strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Questioni di stile

16 commenti

Non si pronunciano làim.

Si parlave di lime, nel weekend, con alcuni amici.
Non il frutto che si spreme nei cocktail e si pronuncia làim, proprio gl’arnesi dei carpentieri.
E non nel senso che abbiamo abbandonato la letteratura per la falegnameria – anche se, coi tempi che corrono, potrebbe essere una buona strategia evolutiva – ma nel senso di quell’infinito lavoro di ripulitura al quale vengono sottoposti talvolta i racconti, i romanzi, e anche gli articoli.
E la parola chiave, qui, è infinito.
Ho visto straordinari lavori accademici relegati per l’eternità su di un hard disc polveroso mentre l’autore li ripuliva e limava all’infinito, alla ricerca di una perfezione che non è una cosa di questo mondo, né lo potrebbe essere.
Anche se naturalmente, alla fine, è un alibi – meglio continuare a limare che affrontare la possibile l’ostilità – reale o presunta – del pubblico.

Ci vuole un po’ di coraggio.
Bisogna capire quando ogni ulteriore limatura non incrementerà l’efficacia del testo.
Un bel respiro, e lo si pubblica.
E poi succeda quel che deve succedere (anche se a volte è molto spiacevole).

Ma, e gli errori, e le imprecisioni?
E non parliamo di refusi, parliamo di disattenzione verso le Buone Regole…

OK, io di quando in quando bazzico fumettisti.
Strana gente, ma simpatica.
A parte l’avere una sorta di vita sociale, in questo mondo faccio una specie di cross training.
Perciò, perché non discutere di letteratura con chi di solito dipinge, o disegna?
Può essere divertente.
Si trovano cose interessanti.

Avere stile è meglio che essere belli

Ad esempio, ho trovato due interessanti (e utili) definizioni di stile, applicate alle arti figurative ed alle arti grafiche in particolare, che mi hanno dato da pensare.

La prima fa più o meno così…

lo stile è tutto ciò che l’artista fa in modo sbagliato. Se l’artista facesse tutto giusto, il suo lavoro sembrerebbe una fotografia. Perciò qualsiasi cosa un artista faccia per adattare la realtà, a proprio modo, diventa parte del suo stile.

L’altra invece fa più o meno così…

lo stile è semplicemente una collezione di procedure e trucchi e piccoli peccati che gli artisti inseriscono deliberatamente nel loro lavoro per renderlo vendibile.

Ora, la seconda è quella che io vedrei abbastanza bene come definizione di genere, più che di stile.
Il genere è quell’insieme di elementi che soddisfano un certo set di aspettative in una parte del pubblico.
E il parallelo fra narrativa ed arti figurative ci sta tutto, fatte le debite proporzioni.

Scrivere è mantenersi in movimento, lasciando che la tecnica faccia il resto. Se ti fermi a pensarci, sei morto.

La prima però, l’avrete immaginato, è quella che mi acchiappa di più, perché bene o male coincide con il mio modo di vederla.
E mette in tutt’altra prospettiva l’annosa questione delle Regole, del giusto e dello sbagliato.
Perché se accettiamo la prima definizione, allora le mie personali infrazioni alle Regole non sono necessariamente una dimostrazione della mia pochezza, quanto piuttosto un marchio del mio stile.
Aha, chi ride adesso?

Però potrebbe essere una facile scappatoia, vero?
Toppo selvaggiamente, e se qualcuno me lo fa rimarcare, sciocco, gli dico, non hai capito che quelli che per la tua miope percezione della narrativa sono errori, sono in realtà parte integrante del mio personalissimo stile.
Bifolco!
Aha, chi ride adesso?

L'infrazione alle Regole rende tutto più divertente.

Ma le soluzioni semplici non esistono, e le scappatoie non servono a granchè…

Hot licks and rhetoric
Don’t count much for nothing
Be glad if you can use what you borrow

… come diceva il poeta.

Quindi mettiamola in un altro modo – se accettiamo la prima definizione, allora le mie personali e consapevoli infrazioni alle Regole non sono una dimostrazione della mia pochezza, quanto piuttosto un marchio del mio stile.
Aha, chi ride adesso?

Perché una cosa è infrangere le Regole perché non so cosa sto facendo…(*)
Una cosa ben diversa è infrangere determinate Regole in determinati momenti, proprio perché so cosa sto facendo!(**)

Un buon esempio, che mi viene in mente al volo, è l’uso dei paragrafi espositivi ad opera di Jack vance, ad esempio nelle storie dell’Oikumene (ma anche nel ciclo di Lyonesse) – in ciascun romanzo Vance stramazza il lettore di pagine e pagine di lunghissime descrizioni, arricchite da dotte note a pié pagina e citazioni da testi che non esistono.
Tutto questo spezza l’azione, e spesso si allarga in divagazioni che con la storia che stiamo leggendo non c’entrano assolutamente nulla.
Ma solo una persona molto molto triste (e fondamentalmente sciocca) potrebbe adombrarsi per questa pratica – perché questo è Vance, quello è il suo stile, e la narrazione risulta arricchita da una simile debordante quantità di informazione spuria.

È triste ammetterlo, ma alcuni nostri lettori si credono molto più in gamba di quanto non siano...

E mi auguro che nessuno confonda in questo caso consapevolezza con premeditazione
La scrittura è uno stato di flusso, i piani si modificano in corsa, ciò che deve succedere succede mentre si scrive.

E qui potrei dedicare il resto di questo mio post a smontare con delicatezza e precisione gli argomenti dei sostenitori del primato delle Regole sulla Narrativa, affermando che l’ossessione per le Regole è in fondo un tentativo un po’ patetico da parte del lettore di esautorare l’autore, sospenderne l’autorità, rimpiazzarlo, prendere il controllo (o per lo meno provarci).
Perché – resta innegabile – la bilancia del potere non è equilibrata: l’autore può fare quel che vuole, il lettore può solo limitarsi a leggere o a non leggere.
Che è un potere enorme, ma non troppo spettacolare.
La creazione è molto più spettacolare.
E allora, in alcuni casi, il lettore cerca di rifarsi rinfacciando l’errore all’autore.
È storia vecchia, l’aveva già detto Carlo il Saggio:

se fossi stato presente il giorno della creazione, avrei potuto dare a Dio qualche buon consiglio

Potrei dedicarmi a quest’aspetto della questione…
[ed in effetti l’avevo fatto, ma poi ho cancellato quei sei o sette paragrafi]

Mi interessa di più, tuttavia, l’affermazione – raccolta anch’essa durante il weekend (sì, ho dei weekend intellettualmente molto intensi) – secondo la quale i nostri mainstreamer, i popolari autori italiani di riferimento e non necessariamente di genere, ci andrebbero giù un po’ pesanti, con la faccenda dello stile, arrivando ad anteporre lo stile al contenuto.
Da cui l’accusa di essere in fondo vuoti e presuntuosi creatori di meringhe narrative fatte di molta aria e poca, pochissima sostanza.

Quest’affermazione mi porta a notare che esiste una ulteriore distinzione, da fare, tra stile e forma.

Il punto non è la forma, ma ciò che facciamo, con la forma.

Lo stile e la forma sono due cose diverse, per lo meno nel mio modo di intendere la cosa.
La forma è più strettamente legata alle Regole ed al rispetto delle medesime.
E non avendo altro modo di spiegarlo, mi rifaccio all’esempio secondo il quale

la forma è la giacca, lo stile è il modo in cui la si indossa

Ed io direi che molti autori popolari e mainstream nazionali tendono a privilegiare la forma rispetto ai contenuti.

In quale modo questa tendenza al formalismo si innesti sullo stile – che è ciò che conferisce a ciascun autore una voce personale e riconoscibile – mi rimane un po’ difficile da capire.
In linea di massima, se ci sforziamo troppo di avere stile, è perché stile non ne abbiamo.
E se abbiamo stile, la forma ha poca importanza.

Il che ci riporta, io credo, dov’eravamo partiti – alla distinzione fra consapevolezza e premeditazione.
Al fatto che la narrativa è flusso (molto taoista, come idea).
Ed al fatto che non necessariamente le infrazioni alle Regole sono peccati mortali.

 

(*) Anche se possiamo ammettere l’esistenza di autori per i quali la narrazione è talmente naturale che inconsapevolmente applicano le regole giuste quando serve e se ne infischiano quando opportuno, pur senza aver mai letto un manuale.
È uno strano universo.
(**) Con la speranza che i lettori siano abbastanza sensibili da capire ciò che stiamo facendo, invece di buttarsi subito sul manuale per vedere quale regola abbiamo infranto nello specifico.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

16 thoughts on “Questioni di stile

  1. Se ad orecchio suona bene, vuol dire che è giusto.
    E chi se ne sbatte delle regole…

  2. Cristiano, concordo in pieno.
    Peccato che sui manuali, dell’orecchio e di come deve “suonare” il testo non ne parli nessuno 😀

  3. Perché certe parole o frasi ti si piantino nel cervello per tutta la vita, non c’è manuale che lo sappia spiegare.

  4. Grandissimo post, Davide. Complimenti! 🙂

    Mi trovo d’accordo praticamente su tutto quello che dici. Sulla questione stile vs. forma, che molti non riescono a capire la differenza, e sul fatto che non si deve incatenare un testo con le regole.

    L’autore quando sta scrivendo “sente” come la storia deve essere scritta e l’unico modo per rendere una storia bella da leggere è scriverla come si avverte che deve essere scritta. Se devo usare una regola la uso, se non la devo usare non la uso. Se mi capita che devo fare qualcosa di poco ortodosso, lo faccio, se la storia, i personaggi, la scena lo richiedono.

    Ciao,
    Gianluca

  5. Sai come la penso, non ti ripeto le cose che ci siam detti molte volte. Però sposto solo di poco l’attenzione, cercando di non andare fuori tema: perché chi ci corregge sempre sullo stille, sulle Buone Regole (etc etc) ha la pretesa di farci spendere ore a discutere sulle loro teorie?

    Il musicista si mette a spiegare la sua musica, o lascia semplicemente che la sia ascolti (poi può anche non piacere, è sacrosanto).
    Il cineasta affronta il suo pubblico prendendo appunti su cosa correggere, per poi rimontare il film secondo i consigli – magari ottimi – degli spettatori?
    Il pittore che infrange “le regole”, perde metà della sua vita a difendere le sue ragioni?

    E infine, a cosa porterebbe mai l’uniformazione dello stile, la stesura di un imprescindibile manuale delle arti? A lavori impeccabili, tutti uguali? Che poi, sai quanti blogger si troverebbero disoccupati…

  6. Ah, non è un andare fuori tema.
    Il punto è proprio quello del controllo.
    Io SO che dovresti scrivere in un certo modo, e poiché non lo hai fatto ora mi devi delle spiegazioni.
    Vedi come si sposta la questione del potere, passando tutto dalla parte del lettore?
    E guai ad affermare che chi scrive non deve spiegazioni a chi legge!

    È una stupida questione di potere.
    Un tentativo di golpe 😉

  7. Da me i golpe vengono repressi coi tank.
    Coi panzer, se preferisci la dicitura teutonica 🙂
    Non è violenza. Io parlo volentieri delle mie storie con chi ha la pazienza di leggere. Però lo faccio se ci si sofferma sulla trama, non sui punti-e-virgola. Diamine, io invento racconti di fantasia, non puoi ridurmi tutto a una questione di show don’t tell. Mi ammazzi subito l’entusiasmo. E io non voglio che accada.

  8. Io credo che a chiunque scriva piaccia parlare di ciò che scrive.
    In fondo, è per comunicare che scriviamo, no? 😉

    Però sarebbe bello se potessimo chiacchierare e non prenderci solo calci nelle gengive.
    Perché non è vero che alla lunga ci si abitua.

  9. “Anche se possiamo ammettere l’esistenza di autori per i quali la narrazione è talmente naturale che inconsapevolmente applicano le regole giuste quando serve e se ne infischiano quando opportuno, pur senza aver mai letto un manuale.”

    Ecco, sono perfettamente d’accordo! Mi espongo di più dicendo che le *regole* uno scrittore le apprende leggendo altri scrittori, facendole sue, modificandole o ignorandole nel modo in cui possono essere utile alla sua più intima voce; se poi non si ha nulla da dire una pila di manuali temo non serva a nulla.
    Però, accidenti, questo post è troppo difficoltoso da seguire, le immagini mi distraggono!

  10. Veramente molto interessante. Penso che qualunque manuale non consideri questo aspetto un po’ come a scuola vengono insegnate certe regole che nella realtà non sono poi così restrittive. In effetti, se uno non ha la sottigliezza di cogliere la differenza fra la prima definizione di stile che hai dato e l’anarchia grammaticale, può dare adito a esiti “pericolosi”. Inoltre, in letteratura c’è sempre un editor in agguato!

  11. Ma finché me lo pago, l’editor mi può anche star bene.
    È un servizio necessario.
    Sono gli editor spontanei (come certi toreri) che mi inquietano.

  12. L’idea che mi sono fatta io è che la mania per le regole sia un po’ figlia di un approccio industriale del libro.

    Molte regole che ho letto onestamente mi hanno aperto gli occhi e mi hanno fatto davvero migliorare, sapere perchè qualcosa funziona e qualcosa non funziona, specie in ciò che scrivo in particolar modo all’inizio mi ha aiutato molto.

    Però poi serpeggia l’illusione che seguendo le regole si possa piacere a più persone possibile. Successo di pubblico assicurato perchè il lettore vuole A, B, C.
    Taglia il tuo prodotto sui gusti del lettore. Dagli A, B, C e hai risolto.

    Però l’essere umano non funziona in modo così semplice.
    Prendiamo ad esempio gli studi su cosa ci attira di un volto umano.
    E’ stato visto che un bel volto regolare reso perfettamente simmetrico con il computer viene giudicato inespressivo, con lo sguardo vuoto.
    E’ proprio la leggera asimmetria, quella imperfezione a renderlo interessante.

    Ecco anche per i libri secondo me è così.
    Ora è vero che il lettore delle cose le vuole per divertirsi, ma non è detto che se metto in piedi una specie di macchina perfetta che rispetta tutte le richieste io avrò un prodotto indimenticabile o di gran successo.
    Uno perchè i gusti del mio lettore cambiano, due perchè è proprio quel deragliamento seppur minimo dalle Regole che rende qualcosa interessante.

    Ovviamente se cerchi il tuo stile probabilmente non piacerai a tutti, ma certamente quelli che catturerai li prenderai fino in fondo.

    Altrimenti, come in Matrix, tutto alla fine sa di pollo!

    Cily

  13. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  14. Sulle Regole con la maiuscola ho da tempo qualche dubbio. Da programmatore penso a un kernel che deve esistere per far funzionare il resto del sistema (grammatica e sintassi) e a un livello superiore che è composto dal plot (sensato!) e dal lavoro sui personaggi (vi prego, almeno bidimensionali). Il resto fa parte della versione del vostro sistema, dove ‘vostro’ identifica un sistema diverso per ogni scrittore.
    Linux docet, è il kernel che conta.

  15. Ah, consiglio a questo punto il classico (?) Syntax as Style, di Virginia Tufte.
    Anche se io, per la programmazione, sono più un tipo da SmallTalk…

    No component in a complex system should depend on the internal details of any other component.

    😉

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