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Un milione di parole all’anno (come minimo)

14 commenti

Un individuo tutt’altro che eccentrico

Nei prossimi giorni… credo a partire da lunedì… posterò in due o tre blocchi la traduzione (mia) di un breve articolo pubblicato nel 1935 da Norvell Page, ed intitolato “Come Scrivo”.
Così, perché l’ho letto e mi è piaciuto ed ho voglia di farlo leggere al maggior numero di persone possibile.

Prima di scaricarvi addosso l’articolo di Page, però, credo sia meglio spiegarvi di chi si tratta.
Tanto per stimolare l’interesse…

La crisi del ’29, in America, colò a picco una quantità di attività industriali, fortune familiari e carriere promettenti.
Nato nel 1906 da una buonissima famiglia (un nonno vicegovernatore, il padre un pezzo grosso della Wurlitzer, quella degli organi e dei juke box), Norvell W. Page (la W sta per Woden, come la divinità scandinava), nel ’29 faceva il cronista di nera per alcuni quotidiani di New York.
Il crash di Wall Street ridusse la sua famiglia sul lastrico, ed obbligò i giornali a ridurre il personale – cominciando coi giovani reporter.
Trovandosi a dover tirare a campare, Page cominciò a scrivere narrativa per le riviste – uno dei pochi settori che non aveva risentito della crisi.

In tre anni vendette 24 racconti – che insieme coi sempre meno articoli di cronaca piazzati qua e là su varie testate, gli permisero di sbarcare miserrimamente il lunario.
Poi, nel 1933, Page decise di fare il salto, si trovò un agente e l’agente (un tipo dall’improbabile nome di Lurton Blassingame) gli fece piazzare alcune storie (*) di investigazione del sovrannaturale su una rivista molto popolare.
Più lettori, più soldi.
Quelle storie – e il lavoro che immaginiamo indefesso di Blassingame – portarono Page all’attenzione di Harry Steeger, editor della Popular Press.
La Populart Press aveva un problema – la rivale Street & Smith (quelli di Weird Tales) faceva un sacco di soldi con una serie di romanzi bisettimanali dedicati ad un personaggio che si chiamava The Shadow, un vendicatore mascherato.
A Page, Steeger offrì l’opportunità di metter mano ad una serie di romanzi dedicati ad un diretto rivale di The Shadow.
E Page, che teneva famiglia, accettò e diventò Grant Stockbridge, e nei dieci anni seguenti scrisse un centinaio di romanzi dedicati ad un vendicatore mascherato chiamato The Spider, definito – per motivi che non sarebbero MAI stati spiegati – “Master of Men!”.

In quell’epoca in cui gli scrittori venivano pagati un tanto a parola, Norvell Page/Grant Stockbridge, fra il 1934 ed il 1943, pubblicò non meno di un milione di parole all’anno.
Che farebbe 2500 pagine all’anno.
Duecento e rotte pagine al mese – un romanzo.
Sempre mantenendo un livello di scrittura e di intrattenimento sopra la media.

The Spider tenne testa a The Shadow, ed entrambi ebbero sempre del filo da torcere da Doc Savage.
Norvell Page, Lester Dent e Walter Gibson erano amici, nonostante i caratteri e le filosofie contrastanti – loro, e dei loro personaggi.
Se Doc Savage è l’incarnazione di tutti gli ideali americani e The Shadow è il vendicatore dei torti senza alcuna pietà per i malvagi, the Spider resta il più psicotico e granguignolesco della comitiva – The Spider, per metodi ed atteggiamento, darebbe i sudori freddi all’ultimo Batman.

Eppure, nonostante il suo carattere eccessivo (è in The Spider la frase che amo ricordare “l’importanza del cuore per la sopravvivenza dell’individuo è stata a lungo sopravvalutata” – anche pugnalato al cuore The Spider reagisce e abbatte il nemico), The Spider rimane protagonista per lo meno di un autentico capolavoro del pulp, quella Trilogia dell’Empire State in cui Page immagina un golpe nazista a New York… nel 1938.
Una serie di tre romanzi che mostrano – insieme con l’azione furiosa – una più che discreta sofisticazione politica.

Poi, nel 1943, sua moglie morì, e Page abbandonò la narrativa.
Prima fece il corrispondente di guerra.
Poi si trasferì a Washington, dove divenne un compilatore di report per le commissioni scientifiche e sanitarie governative.
Si occupò di energia nucleare per conto della presidenza Hoover.
Si risposò, e fu moderatamente felice.
Poi, nel 1963, mentre ispezionava il terreno sul quale doveva sorgere la sua nuova casa, venne stroncato da un infarto.

Si sarà capito che mi è simpatico, Norvell Page (mi sono simpatici tutti e tre, i Moschettieri del Pulp).
Nei prossimi giorni, vedremo come l’uomo da un milione di parole affrontasse la scrittura.
Sarà roba di classe.

Nota Perduta:
(*) Era questa l’epoca gloriosa in cui gli agenti si preoccupavano di procurare un editore agli autori, e non si limitavano ad offrirgli un editing a pagamento e un caloroso augurio di buona fortuna.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

14 thoughts on “Un milione di parole all’anno (come minimo)

  1. Osservazione estemporanea (posto che conosco The Shadow ma non conoscevo The Spider): ma il nasone aquilino chi se l’è inventato? Curioso dettaglio da aggiungere a due personaggi tanto simili (mi pare che per The Shadow il naso si sia “trasformato” nei fumetti del ’40, quindi c’è il rischio che il plagiato abbia reso il favore…).

  2. Non conoscevo questo autore e sono moto curioso di leggere l’articolo di cui parli.
    Certo che scriveva parecchio, eh? 🙂

  3. Non vedo l’ora di leggere l’articolo e ti ringrazio fin da ora per la traduzione che ne farai.
    Un conto è tradurre per sè e un conto è tradurre per gli altri.
    Quando lo ho fatto lo ho trovato un lavoro faticoso, a volte noioso e a volte complicato.

    Adoro leggere il punto di vista di certi scrittori così in gamba!Eppoi certamente l’articolo vale la pena. 🙂

    Certo che a scrittori così prolifici il plagio faceva un baffo…non facevi a tempo a plagiarli che già avevano sfornato un altro racconto bellissimo o un altro romanzo.
    Caspita!Questo sì che è andare per la propria strada! 🙂

    Infine un’ultima considerazione…chissà che cosa è successo con la morte della prima moglie per allontanarlo così di netto dalla narrativa.
    Non posso fare a meno di chiedermi che genere di influenza avesse lei su di lui se quando è venuta a mancare lui ha fatto una svolta così radicale!

    Grazie fin da ora! 😀

    Cily

  4. Anche Clark Aston Smith smise di scrivere più o meno in quegli anni dopo la morte dei genitori e dei suoi colleghi (Howard e Lovecraft).

    A proposito di The Spider: credo meriti almeno una citazione John Newton Howitt, l’autore delle copertine e maestro indicusso della “weird menace”. Per me riesce difficile separare scrittori e diesegnatori delle copertine e delle illustrazioni interne: le loro opere si rafforzano a vicenda e sono entrambi fondamentali per apprezzare il periodo pulp.

  5. Spider si maschera con una serie di ammennicoli che gli cambiano la voce e gli zigomi oltre a conferirgli un volto pauroso. Non sempre le copertine ne tengono conto. Comunque Shadow è precedente.

  6. Come dice Andrea, the Shadow è precedente, e l’iconografia col nasone alla Adrien Brody deriva interamente dalle copertine delle riviste e dai fumetti (The Shadow era originariamente un personaggio radiofonico con la voce di Orson Welles).
    Gibson dice semplicemente che, col suo potere di annebbiare le menti dei nemici, Lamont Cranston proietta su di se un profilo aquilino; che mi permetto di presumere avesse degli antenati in Baker Street.

    The Spider è molto più estremo – il suo aspetto “ufficiale” è quello della copertina a sinistra: una figura gobba, con lunghi capelli grigi, lineamenti grotteschi e zanne da vampiro.
    Il tutto, naturalmente, oltre che per occultare la sua vera identità, per incutere terrore nei malvagi.
    E per innervosire i lettori – per cui spesso gli illustratori venivano invitati a ingentilire la figura del vendicatore per non spaventare i potenziali acquirenti.

  7. Non vedo l’ora. Le anticipazioni sono succulente, il periodo storico delizioso, il materiale abbondante.
    Mi siedo e aspetto…

  8. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  9. Io mi accontenterei anche di cento pagine, scritte per bene, ogni tre mesi.
    Ma “che me te lo dico a fare”… inutile fare lo snob, perché alla fine invidio gli scrittori così prolifici e soprattutto metodici.
    A questo proposito, ho pensato subito a John Creasey… che ha scritto circa 600 libri, tra giallo, mistery e scifi, con una ventina o forse più pseudonimi.
    Io ho letto solo Gideon’s day e non penso finirò mai la sua bibliografia.
    Attendo la “sfornata” di lunedì.

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