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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Come scrivo (Norvell Page, 1935 – 1)

16 commenti

Come promesso (minacciato?) ecco il pezzo scritto nel ’35 da Norvell Page, alias Grant Stockbridge, per illustrare ai lettori quali fossero i suoi metodi di lavoro.
Questa è la prima parte.
La seconda e la terza verranno postate nei prossimi giorni.

*     *     *     *     *

Come Scrivo 

La gente che parla di “arte per amore dell’arte” mi infastidisce.
Una volta lo facevo anch’io, poi ho imparato. Ora scrivo per due ragioni principali: perché mi piace, e perché mi guadagno da vivere meglio scrivendo narrativa per gli editor delle riviste rispetto a quando lo facevo per gli editor dei quotidiani.

Comincio così per evitare incomprensioni. Questo è un articolo su come un autore-a-pagamento produce manoscritti che vendono.

Produco da 100,000 a 120,000 parole al mese per le riviste “pulp” (chiamate così perchè sono stampate su carta pulp, carta fatta con pasta di legno). Queste parole – l’autore pulp parla sempre di parole, perché viene pagato sulla base del numero di parole – vengono scritte al meglio delle mie capacità di scriverle. Provo sempre ad aumentare la qualità, la forza e la sottigliezza nell’interpretare i personaggi delle mie storie. Impiego a riscrivere il doppio del tempo che impiego a scrivere.

Per me, queste cose e l’orgoglio per il mio lavoro sono tutta l’arte che mi serve…

Ma andiamo avanti con l’articolo.

Quando l’editor mi ha chiesto tre o quattromila parole su “Come scrivo”, ho sorriso. “Io non lo so come scrivo,” gli ho detto, “sono stato troppo impegnato a scrivere per poter analizzare i miei metodi.”

L’editor mi ha spinto fino al mio archivio, ha dato un’occhiata alle storie che ho scritto, e ne ha scelta una.

“Dimmi come hai scritto questa,” ha detto.

Ho dato un’occhiata alla copia carbone della storia – archivio una copia carbone di ogni storia finché non posso ritagliare la storia stampata dalle pagine della rivista, poi le confronto per vedere come l’editor abbia editato il mio lavoro. Beh, qui c’era la copia carbone, e io spostai lo sguardo da quella alla parete del mio ufficio, dove erano appese le copertine delle riviste che illustrano le storie che ho scritto. Era là, l’illustrazione che faceva il paio con questa storia.

Mostra un uomo appeso ad una corda su una pozza in cui galleggia uno scheletro. A sinistra, un uomo incappucciato vestito di nero trattiene una ragazza dai capelli rossi vestita solo da un corto abitino di seta gialla. L’incappucciato sta cercando di obbligare la rossa a tagliare la fune per far cascare l’uomo nella pozza insanguinata. Capite subito che se dovesse succedere, sarebbe fatale.

Rivolsi un sogghigno all’editor. “Okay, se è quello che vuoi, lo avrai.”

Quella storia si intitola “Dance of the Skeletons” ed è il tipo di pulp chiamato “Mystery-Horror”; vale a dire, riguarda atti orribili tali da raggelare il sangue del lettore ma lascindogli il dubbio di chi sia a commetterli.

La storia di questo particolare racconto cominciò una sera quando salii tre ripide rampe di scale fino ad una soffitta di Greenwich Village ed invitai un mio amico scrittore a visitare con me un nuovo locale clandestino.

Il mio amico era depresso. Stava seduto davanti ad un tavolo su cui erano sparsi fogli di manoscritto.

“L’editor vuole che io tagli la mia storia di sessantamila parole a trentaseimila,” disse amaramente, “e che la consegni per lunedì. Ne ho solo scritte diecimila e la trama mi piace com’è.”

Il mio amico decise che non avrebe tagliato la propria storia, e che non poteva delinearne un’altra e sciverla in sette giorni.

“Ti scoccia se ci provo io?” Gli chiesi. “Non ho mai scritto per quell’editor, ma posso dargli trentacinquemila parole in una settimana, se è quello che vuole.”

Il mio amico disse imbronciato “Vai avanti,” e mi lasciò da pagare i drink.

C’è un modo di dire: se vuoi trota a colazione, prima acchiappa la trota. O forse è un orso. La stessa cosa si applica alla scrittura. Quando cominciai a scrivere, non credevo in certe cose. Vedevo un annuncio su una rivista per scrittori, che una rivista acquistava storie western (o poliziesche o di quel che vi pare) di una certa lunghezza, e mi mettevo seduto a scrivere una storia che secondo me soddisfaceva la richiesta, e poi la spedivo. Non leggevo prima la rivista – perché avrei dovuto, se la mia storia doveva essere originale? – ma a quei tempi non vendevo nulla.

Ora, quando voglio vendere ad una rivista nuova, dò un’occhiata al mercato, poi compro quella rivista e la leggo da copertina a copertina, con speciale attenzione alla storia principale e ai cappelli – quelle più o meno venti parole che l’editor scrive in testa al racconto per venderlo al lettore.

Quando vedete un cappello così:

“Attraverso il grigiore soffocato dalla nebbia vagavano questi orrori. I loro volti erano palidi come la nebbia stessa e neanche un coltello poteva cavare sangue da uno di loro. Eppure era sangue che bramavano, sangue che succhiavano dai corpi decapitati delle loro vittime. . .”

Beh, vi fate in fretta l’idea che ciò che l’editor cerca è la paaaa-uu-raaa.

Non è così semplice, naturalmente. Spulci la rivista e scopri che l’editor usa un po’ di roba in prima persona, che vuole un interesse sentimentale in ogni storia, magari un po’ di sesso, che la ragazza nelal storia dev’essere in pericolo a causa della principale minaccia della storia – questo è ciò che si chiama “linea” o “formula”. In effetti è ciò che piace all’editor, o ciò che l’editor pensa che piacerà ai lettori. Quando una storia ce l’ha, lui la compra. Quando non ce l’ha, la rimanda all’autore.

Avendo scoperto la formula per questa rivista, passai a cercare un’idea per una storia. L’idea per una storia è la cosa più elusiva che esista al mondo, eppure ottenerla può essere semplice. Io credo sia una questione di abitudine, di allenare la nostra mente a pensare lungo certi canali.

Dubito che due autori siano mai arrivati alle rispettive idee nello stesso modo. Un mio amico vide un corollario fra la canzone “Smoke Gets In Your Eyes” e il fatto che un gangster possa usare un’espressione come “affumicare” un avversario per eliminarlo. Un altro autore andò a fare una passeggiata e notò le ombre delle persone che gli passavano accanto, che scivolavano sul pavimento. Ne cavò una storia da quell’idea. Io una volta guardai fuori dalla finestra e notai l’inconcepibile numero di cani che affollano i parchi di New York. Ero alla ricerca di una storia horror con una minaccia opprimente. Mi dissi, “Pensa se tutti quei cani avessessero l’idrofobia . . .”

Ma questi sono metodi troppo aleatori. Ci sono pochi scrittori, io credo, che riescano a tirar fuori una storia dal proprio cervello fissando una parete bianca. La maggior parte degli autori hanno dei sistemi per buttar giù delle idee. Io ho una cartellina in cui butto ritagli di giornale, e cartoncini sui quali ho scarabocchiato le idee che di quando in quando mi saltano in mente, e che sul momento non mi erano particolarmente utili.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

16 thoughts on “Come scrivo (Norvell Page, 1935 – 1)

  1. Anni ’30, pulp magazine e sembra ieri.

  2. Mi piace molto la parte in cui racconta come affrontava un editor nuovo.
    Trovo che abbia ragione. Una rivista ha una sua linea e al di là del racconto stratosferico e del genio incompreso che lo invia.
    E’ molto importante porsi il problema del target della storia.
    Molti trovano questo avvilente(una storia bella è una storia bella!ti dicono) e magari arido ma secondo me è invece segno di professionalità.
    E del resto se non ho idee valide per quel genere di storia, passo oltre. Punto.

    Diciamo che il succo è che se da una parte si scrive perchè ci diverte e ci piace farlo, dall’altra mentre lo faccio non posso prescindere dal lettore.

    King dice: “Quando scrivo la prima stesura la scrivo con la porta chiusa”, cioè per me.
    “Quando faccio la riscrittura la faccio con la porta aperta”, cioè pensando al lettore.
    In fondo scrivo per essere letto.
    Altrimenti sto giocando a battimuro, direbbe Baricco che odio e che però ha fatto la sua fortuna “dando al lettore quello che vuole”( parole sue!).

    Diciamo che ho citato due scrittori molto gettonati. Non tra i miei idoli, ma che hanno fatto successo in campi diversi e tutti e due alla fine convergono sulla stessa idea.

    Cily

  3. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  4. Se uno applicasse questo ragionamento agli editori nostrani, però, dovrebbe scrivere della merda…

  5. Un articolo che sembra scritto ieri. Tra l’altro espone una visione della scrittura che sposo in buona parte, soprattutto nell’esposizione iniziale, e nella metafora della parete bianca.
    Forse il più grande difetto di noi italiani è proprio quello di scrivere per elevarsi o per avere successo (ah ah ah), raramente per piacere.
    Insomma, grandi verità esposte in parole semplici. Come dovrebbe sempre essere, almeno a parer mio.

  6. L’altro giorno in libreria ho contanto sugli scaffali delle “novità” 11 diversi libri (di autori diversi) con nel titolo la parola “Vampiro” (o un accenno esplicito), copertina nera e immagine floreale/di giovane donna discinta.

    Funziona ancora così.

  7. Mi piace come scriveva questo Page, ad esempio. Tanto. Aspetto le altre due parti. Nel frattempo condivido. 😉

  8. Condivido in pieno, in specie la parte di scrivere per piacere, anche se non solo per quello 😀

  9. Grazie a tutti per i commenti.
    E concordo – si tratat di un articolo attuale perché alcune regole minime sono sempre le stesse.
    Se non proprio quella di compiacere l’editor (che poi escon ciofeche, come fa notare Jonnie) per lo meno conoscere il mercato.
    Ma credo che le prossime due puntate vi piaceranno ancora di più.

  10. Pingback: Norvell W. Page – The Spider: Robot Titans of Gotham (2007) « angelobenuzzi

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