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Sul Confine con MacDonald Fraser

9 commenti

Tre libri in un solo post.
Magari quattro.
O cinque.

George MacDonald Fraser è stato un autore di romanzi storici di razza, con una sorprendente e variegata formazione.
Studente di medicina come voleva la tradizione di famiglia, sottufficiale dell’esercito britannico in Birmania, poi giornalista e sceneggiatore.
Nel 1969, seduto al tavolo della cucina, scrisse in un mese il primo romanzo della serie dedicata a Sir Harry Flashman (del quale ho parlato fin troppo estesamente), diventando autore di successo.

La passione per la storia che informa tutta la narrativa di Fraser ebbe anche due uscite nell’ambito della saggistica.
Uno dei due volumi è l’eccellente The Hollywood History of the World, curiosa collezione di titoli di film che si concentra su quelle pellicole che hanno rispettato, per sceneggiatura e casting, la realtà storica.
Un caso unico, fra tanti volumi che si concentrano sugli svarioni e le brutture.
Il volume è anche giustamente famoso per il tranciante giudizio dell’autore su Rambo “troppo volatile per essere un buon soldato e poi, uno che gira per la giungla senza camicia è uno che i guai se li vuole cercare.”

Ma nel 1971, fresco del successo di Flashman, e in parallelo con Flash for Freedom!, MacDonald Fraser pubblicò la prima edizione di The Steel Bonnets, ponderoso ma godibilissimo saggio sui Border Reavers (o Reivers, a seconda delle grafie) e sulle loro attività fra 1300 e 1700 – alcuni secoli di guerriglia, faide e razzie a cavallo del confine Anglo-Scozzese.
Documentatissimo, spesso molto divertente, ricco di riferimenti letterari, The Steel Bonnets (poi ampliato negli anni ’90) è uno dei pochi testi che si occupino di quello strano ibrido di brigantaggio, guerra fra clan e rivolta che caratterizzò i rapporti fra Highlanders e Lowlanders, fra scozzesi e inglesi…
Fra castellacci, bande armate e una ragnatela di odi familiari, matrimoni e rapimenti, e lealtà politiche incrociate, un bel campionario di efferatezze.

La colossale documentazione del saggio venne riciclata alcuni anni dopo (più o meno in parallelo con la revisione del testo per la ristampa) e Fraser pubblicò The Candlemass Road, un esile, bel romanzo storico e avventuroso ambientato nel 16° secolo proprio sullo Scottish Border.
La trama in due parole – Lady Margaret Dacre, esiliata in un castellaccio in Scozia dalla corte di Elisabetta, si ritrova schiacciata suo malgrado nelle faide dei clan locali; sola, senza risorse e minacciata, deve affidarsi all’aiuto di un losco avventuriero locale.

A detta di J.G. Ballard, questo è il miglior romanzo di MacDonald Fraser (opinione condivisibile, nonostante l’assoluto partigianismo per Flashman di questo blogger), ed è sostanzialmente Shane (alias Il cavaliere della Valle Solitaria) filtrato da Scott e Stevenson.
Però bene.
Candlemass Road è piccolo, un eccellente esempio di economia narrativa – il testo è asciutto, non soccombe alla tentazione di fare divulgazione storica dove invece è il caso di concentrarsi sull’azione e sulla psicologia dei personaggi.
L’azione è concentrata in poche ore, il testo si limita a meno di 200 pagine.
Nulla di superfluo.

Molti anni dopo, e pochi mesi prima della propria morte, MacDonald Fraser tornò allo Scottish Border ed ai Reavers, pubblicando un secondo, esile romanzo intitolato, appunto, The Reavers.
La trama in due parole – la popputa Lady Godiva Dacre, esiliata in un castellaccio in Scozia dalla corte di Elisabetta, si ritrova schiacciata suo malgrado nelle faide dei clan locali; sola, senza risorse e minacciata, deve affidarsi all’aiuto di un losco avventuriero locale che pensa di essere Erroll Flynn.

Sì, lo stesso romanzo, la stessa storia, ma questa volta virati completamente alla farsa.
E forse è anche meglio di così.

The Reavers è – come il precedente, inarrivabile The Pyrates – non tanto un romanzo quanto una personale vendetta di un romanziere storico nei confronti della narrativa storica popolare e “di cassetta”.
Fitto di riferimenti Hollywoodiani, di buzzurri scozzesi etilici che paiono hooligan, di stregoni dal cappello a punta che sbeffeggiano popolari maghetti mediatici, fantesche scollacciate, spioni spagnoli bigottissimi, doppiogiochisti striscianti e persino un taxista con l’accento di Glasgow, The Reaver è quasi una monodose di un farmaco disintossicante.
I romanzi storici, ci ribadisce Fraser (come già aveva fatto proprio con il metatesto di The Pyrates), sono finzioni edulcorate e ingannevoli, la realtà storica è infinitamente più strana e demente di quanto possano immaginarsi gli autori e sì, tutte le parti incredibili del romanzo sono assolutamente verificate storicamente. Le parti plausibili sono inventate.

Graham Greene divideva i propri lavori in romanzi e “intrattenimenti” – e The Reavers è la versione intrattenimento (ma non solo) del romanzo The Candlemass Road. È anche, ci lascia intendere l’autore, come il romanzo “serio” sarebbe stato trattato da Hollywood – un ambiente col quale Fraser aveva una buona dimestichezza.

Non esattamente il testamento che i fan di Flashman desideravano, ma certamente un mucchio di risate straordinariamente sciocche.
E ogni tanto ci vogliono anche quelle.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

9 thoughts on “Sul Confine con MacDonald Fraser

  1. Curioso che siano in pochi a ricordare ai lettori che: “I romanzi storici sono finzioni edulcorate e ingannevoli, la realtà storica è infinitamente più strana e demente di quanto possano immaginarsi gli autori”.
    Noto invece che alcuni scrittori di romanzi storici si prendono troppo sul serio, per non parlare degli wannabe. Cercano ricostruzioni oplologiche minuziose, salvo poi scivolare su svarioni nella costruzione caratteriale/psicologica dei personaggi.

  2. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  3. Ho scoperto questo lato di GMF leggendo i deliziosi gialli storici di P.F. Chisholm, in cui Sir Robert Carey, cugino della Grande Bess, si ritrova spedito a mettere ordine sul Border (e, potendosi, nella Debatable Land che ci sta accanto), con la bellezza di sette soldati sette ai suoi ordini. Fortunatamente, uno dei sette è il formidabile e lugubre sergente Dodd, che s’incarica di spiegare al suo nuovo e improbabile comandante, come funziona il mondo da quelle parti…
    L’autrice cita The Steel Bonnets tra le sue fonti predilette, e come esempio di quello che la divulgazione storica può essere nelle buone giornate. Adesso TSB è qui nella mia To Read Pile, insieme alla sua prole gemellare di narrativa e metanarrativa… Verrà il momento. Presto.

  4. @Mcnab
    Sì, i cittadini sono stati qui.

    @laClarina
    Non ho mai frequentato granché Miss Chisholm – ma darò un’occhiata meno diffidente ai suoi titoli (allegra lettura estiva?)
    La presenza del sergente Dodd e le sue spiegazioni della situazione generale tuttavia mi puzzano di infodump – e lo sappiamo benissimo (perché ce l’hanno ribadito alla nausea) che certe cose non si fanno, pena sofferenze inenarrabili (tipo gente che te lo ribadisce alla nausea) 😉

    E da che hai nominato la Chisholm mi sto ravanando il cervello alla ricerca dell’autore e del titolo esatto del primo romanzo di una ipotetica serie, letto eoni or sono, in cui Walter Scott si occupava di indagini su eventi misteriosi nelle lande scozzesi…
    Ma la memoria non mi assiste – non sul momento, per lo meno.

    Credo troverai The Steel Bonnets piuttosto divertente.
    Come d’altra parte ogni altra cosa scritta dal buon MacDonald Fraser.

  5. Uh, non diffidare di Dodd, perché non è un bieco espositore. E’ solo rassegnato all’idea di dover aprire gli occhi a questo cortigiano senza la più pallida idea di come funzioni la vita… non c’è traccia di infodump e tutto è fatto per mezzo di dialoghi scintillanti. In più, la documentazione di Miss. C. è ottima – il che non guasta.
    Scott, eh? Interessante. Mi documenterò. Intanto ho scoperto dei gialli di tale Nicola Upton, la cui sleuth è la giallista Josephine Tey. Inghilterra/Scozia Anni Venti e Trenta, I think. Mi sembra promettente, stiamo a vedere.
    Ma ripeto: give Dodd a chance. 🙂

  6. Manca.
    Non sono un grandissimo appassionato di cozies, però per gli anni 20/30 ho una (ennesima) passione, quindi mi annoto la Upton.
    E diciamo che darò un’occhiata a Dodd, prima o poi (ora come ora ho una pila alta così di libri da leggere – e uno da scrivere, e anche abbastanza alla svelta).

    Ma Scozia per Scozia, non posso che rilanciare col magistrale, assolutamente magistrale Five Red Herrings, di Dorothy L. Sayers (già traduttrice di Dante, e giallista formidabile), ambientato in una colonia di artisti sulla costa scozzese negli anni ’30… se si riesce a sopravvivere al dialetto scozzese usato con una certa liberalità, si tratta di un meccanismo poliziesco meraviglioso, e letterariamente molto molto soddisfacente – come tutti i romanzi che hanno per protagonista Lord Peter Death Bredon Whimsey…

  7. Avevo (oddìo… ho: è solo che non la sento da secoli) un’amica inglese appassionatissima della Dorothy e di Lord Peter. E credo di poter sopravvivere al dialetto – non può essere peggio di Kidnapped, vero?

  8. Hmmm… no, credo che se sei sopravvissuta a Kidnapped, potrai sopravvivere a qualunque cosa 😀

    Io ammetto di esserci rimasto un po’ traumatizzato – è l’unico romanzo della Sayers ad avere simili incontinenze dialettali, e considerando che il meccanismo poliziesco è molto complesso, si viene colti dal terrore di perdersi qualcosa per strada.

    Ma vale decisamente la pena.

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