strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Where’s the orchestra?

15 commenti

Prendo lo spunto da un commento lasciato ieri su un blog qui vicino.
Ma forse conviene cominciare un po’ prima.

They say he is already in the Forest of Arden, and a many merry men with him; and there they live like the old Robin Hood of England: they say many young gentlemen flock to him every day, and fleet the time carelessly, as they did in the golden world.

Nel 1985, quando la direzione del mio liceo chiese agli studenti di proporre iniziative che potessero arricchire l’esperienza di insegnamento, con un’amica affrontammo la Padrona (la nostra era una scuola privata) con l’idea di mettere in scena As You Like It, del solito Bill Shakes (sì, proprio la commedia che un giudice yankee aveva bloccato perchè “ovviamente sconcia”)(*).
L’idea in particolare era di farne una versione in abiti moderni, da ambientare dopo il crash del ’29 (ripensate alla trama e vedrete che ci sta).
Sì, noi negli anni della Milano da Bere avremmo voluto fare una versione proto-dieselpunk (echi di R.U.R.!) di Bill Shakespeare, una storia di imprenditori in bancarotta e accampati fra i ruderi di un’industria abbandonata.(**)

Vai poi a parlare di preveggenza, eh?
Come in retrospettiva era ovvio attendersi, la Padrona rise di noi e ci scacciò dal suo cospetto, un po’ come avrebbe fatto Crom se non fossimo stati pronti a dirgli qual’era il segreto dell’acciaio (anche se con Crom sarebbe stato meno umiliante).
Così muoiono le buone idee.
Il nostro liceo venne così arricchito da un giornale scolastico – che chiuse al primo numero, probabilmente a causa di un mio articolo che venne frainteso… (ma di questo, casomai, parleremo un’altra volta).

La prima edizione aveva una copertina splendida - tu che te la sei tenuta, sappilo, e pentiti!

Ma evidentemente non mi era passata (***).
Nel 1990 mi procurai la mia prima copia (poi perduta, e riacquistata) di Stagecraft, il meraviglioso volume della Phaidon progettato come manuale minimo per le filodrammatiche amatoriali – una vera miniera d’oro su tutto quello che avviene dietro le quinte e fra le quinte.
Una fonte inesauribile di informazioni ed idee.
Ma la lettura di quell’eccellente volume ( e di Theatre, della Oxford, e di un paio di altri volumi) segnò la fine della mia mai realmente esistita carriera teatrale.

Eppure ieri in quel commento, esternavo la mia autentica invidia per chi riesce a vedere i prorpi lavori rappresentati sulla scena.
Riprendo qui l’idea.

Come scribacchino, la maggior parte dell’azione e del dialogo nelle mie storie mi scorre nel cervelletto come un film – io sono seduto in disparte eprendo appunti, e poi li metto sulla pagina.
E confesso di avere una grande curiosità per cosa vedrà poi nel suo cervelletto il mio eventuale lettore – perché esiste naturalmente un contributo di chi legge, che visualizza, immagina i toni di voce, dà un volto ai personaggi.
Io scrivendo ho in mente un certo tipo di lettore, per cui posso usare certi trucchi per stimolare certe reazioni o certe visualizzazioni, ma il resto è affar suo… ed io non lo vedrò mai.
E mi incuriosisce.

In fondo, l’unica sbirciata che io posso dare nel cervelletto dei miei lettori è atraverso il feedback – spesso assente – o quando loro postano sul proprio blog che la mia storia è noiosa ed io sono un pomposo pallone gonfiato (dal che si può dedurre che loro non hanno visualizzato ciò che visualizzavo io, credo).

Ci sono un sacco di leve che posso tirare, bottoni che posso premere al momento giusto, trucchi che posso usare – ma non ne vedrò mai il reale effetto, ne vedrò sempre solo una reazione a distanza.

Per noi scribacchini tutto resta nella testa... o nelle immediate vicinanze.

Col teatro è tutta un’altra faccenda.
Ci sono delle persone, là sul palco, che interpretano i miei personaggi, danno loro un volto ed una voce e dei manierismi.
C’è un regista che ha deciso di usare certe soluzioni.
C’è la musica!
E c’è un pubblico in sala (io mi siederei fra il pubblico in incognito, per sentire se ridono quando io avevo previsto una risata, e se sospirano quando avevo previsto un sospiro), con le sue reazioni, i commenti a mezza voce, i colpi di tosse, il suono di caramelle alla menta sbriciolate fra i molari.
Dev’essere grande.

Probabilmente più grande che starsene su un palco, vestito da barbone, a recitare il monologo di Jacques (certo che avevo riservato per me quella parte!)
Probabilmente diverso dal sapere che venti, o ventimila persone stanno leggendo il tuo racconto.
Più grande di leggere in pubblico i propri lavori, come fa Baricco, che oltretutto ci si impegna come se ci credesse.

Immagino anche che si provi qualcosa di simile nel vedere il proprio lavoro trasformato in un fumetto (ne riparleremo) o in un film… anche se di solito se ne fanno un film buttano quel 60% che noi consideravamo fondamentale (ed era pure venuto bene!) per concentrarsi sulla ragazza, l’automobile e il mostro.

Con questo non intendo dire che scriverò un pezzo per il teatro (non saprei da che parte cominciare… o magari sì, ma volete mettere le complicazioni?), né che sceneggerò un fumetto (l’unica volta che l’ho fatto l’artista si è dato irreperibile per un anno, e poi ha cambiato lavoro).
Quanto alle probabilità che facciano un film da una mia storia… c’è una similitudine ardita, in inglese, che equipara la probabilità di una simile eventualità a quella relativa alla fuoriuscita di volatili di natura diversa (gabbiani, spesso, o secondo altre fonti cormorani) da certi orifizi adibiti ad altre funzioni.
Niente di tutto ciò.
Intendo semplicemente dire che c’è nella scrittura qualcosa che io trovo… no, non limitante, ma certo non completamente soddisfacente.
E forse è giusto che sia così.
Invidio chi scrive per il teatro.
Mi lascia un po’ intimidito… un po’ così…

———————————————-

(*) L’idea di fare Il Grande Tempo di Fritz Leiber, che è una piece teatrale, ci aveva sfiorati ed era stata cassata come irrealistica – meglio buttarci sui classici, ci si era detti.
(**) C’era probabilmente sotto anche lo zampino del mio amico Lyon Sprague de Camp, con le sue storie su un gruppo di robot barboni nella periferia di una dopo-crisi futura.
(***) È molto probabile che una scheggia di quello stage-strike di tanti anni or sono sopravviva nel divertimento col quale tengo conferenze e corsi.

Come diceva il poeta

And when you’re up on the stage
Its so unbelievable, so unforgettable
How they adore you.

(e cinquanta punti a chi riconosce la citazione)

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

15 thoughts on “Where’s the orchestra?

  1. troppo facile: http://bit.ly/w0cpxE
    complimenti per il blog 🙂

  2. Dovevo per forza commentare, mi sento chiamato in causa! 😀
    Faccio teatro da praticamente dieci anni, e ormai da cinque vedo rappresentate sulla scena cose che scrivo io.
    E’ innegabile, è assolutamente una figata.
    Certo, tra noi “teatranti” si dice che il drammaturgo, una volta scritta la parola “sipario” (o “buio”, o “fine”), ha concluso il suo lavoro. Il resto è roba del regista e, ancora di più, degli attori. Spesso ci si accorge (almeno, io me ne accorgo) di come certe battute siano poco “dicibili”, e quindi si cambiano in corso d’opera. Spesso gli attori (se poi sono persone con cui lavori fianco a fianco, tutti i giorni, la sensazione è impareggiabile) pongono l’accento su parole, su passaggi emotivi che tu non avevi neanche considerato.
    Certe volte, la “cosa” che prende forma in scena sembra proprio altro, rispetto a quello che avevi scritto tu. E l’emozione che sa trasmettere un attore che quelle cose le vive “veramente”, sul palco, è una cosa che, secondo me, non si raggiunge con la parola scritta. Certo, il romanzo (o il racconto) crea mondi interi, galassie, universi persino, mentre in teatro succede tutto in sedici metri quadri. Questo può essere un limite. Eppure secondo me il gioco vale la candela, assolutamente…

    Mi incuriosirebbe vedere una tua conferenza! ^_^ Ci sono riprese video in giro?

  3. Il liceo è il cesso delle buone idee.

  4. Ma non solo il liceo, e la colpa è dei docenti i quali (non tutti, certo, ma la maggior parte) non vedono più in là del loro naso.

  5. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  6. Sullo stato dello scuola italiana e delle suo colpe (dall’alto e dal basso) ci sarebbe da scrivere fiumi di inchiostro, quello che m’interessa a me è invece il rapporto che si crea tra attore-scrittore e parola scritta-recitata.
    Avendo fatto l’attore in piccole recite so che è una cosa indescrivibile, una creazione che è diversa da sera a sera, da parresentazione a rappresentazione.

  7. Ma the Big Time è mai stato rappresentato a teatro? Intendo all’estero ovviamente…

  8. @Gherardo
    Non ci sono filmati delle mie conferenze, solo testimoni oculari 😀
    Ti invidio comunque i cinque anni di attività teatrale – e confesso di restare sempre sorpreso quando scopro che si possono vendere e vedere rappresentate nuove opere teatrali originali in Italia (paese che immaginavo ancorato al repertorio).

    @Squirek
    Sì, venne rappresentato alla fine degli anni ’70, in un teatro di New York.
    Non credo ne rimangano tracce, anche se una volta ho visto una foto del copione 🙂

  9. @Davide
    Il Paese è mostruosamente ancorato al repertorio, al vecchiume e al concetto di “mostro sacro”. Nei teatri Albertazzi porta in scena le Memorie di Adriano da vent’anni. Per fortuna il mondo teatrale italiano scorre rapido e mutevole sotto la crosta ghiacciata che sono i teatri stabili. Teatro Off, associazioni culturali, festival di teatro sperimentale, e chi più ne ha più ne metta. Io, personalmente (e con me il mio gruppo teatrale), sono fiero di dedicarmi all’attività teatrale rivolta ai giovani: in particolare spettacoli e “lezioni-spettacolo” (format interessantissimo che abbiamo praticamente inventato dal nulla, prima o poi dovrò scrivere qualcosa in merito, sul blog) dedicate ai ragazzi delle scuole medie e superiori. In questi casi le reazioni del pubblico sono veramente appaganti.

    Poi vabbè, sul tentativo di cambiare la realtà teatrale “ufficiale” se ne potrebbero dire di tutti i colori… Diciamo che noi, così come molti altri colleghi, facciamo del nostro meglio. Ma non è facile scardinare dalla testa delle persone l’idea che il “grande evento” in cui va in scena ______ (nome a piacere di attore/musicista/regista famoso) di una settimana sia meglio di un anno di attività teatrale costante e diffusa anche nelle periferie. Lavoro lungo e difficile… Ci vediamo tra vent’anni! 😀

  10. La cosa più vicina al teatro di cui mi sono mai occupato è il gioco di ruolo.
    Il pubblico – pur limitato – c’era, così come una forma di scrittura diversa da quella canonica. Ogni tanto c’era anche la musica e l’interpretazione era spesso sopra le righe (o per meglio dire teatrale).

  11. Diavolo d’un Mcnab!
    È vero, il gioco di ruolo!
    Anche se un mio amico attore diceva che con la recitazione non c’entra nulla, è sempre comunque una specie di radiodramma recitato a soggetto.
    Mi sento un po’ meno invidioso dei teatranti – anche perché come Master sono autore, regista, interprete di gran parte del cast, voce fuori campo…

  12. Ecco, appunto 😉
    Noi giocoruolisti siamo stati tutti un po’ attori e un po’ registi… ce lo dicevamo spesso, nel nostro gruppetto 😉
    In effetti è stata un’ottima scuola anche per imparare a interpretare ruoli diversi anche nella (presunta) vita reale…

  13. Qui ad Ostia avevamo un teatro “aperto”, dove si potevano mettere in scena anche opere di giovani autori senza soldi. Come è finita? L’hanno chiuso. Non arrendetevi. A costo di recitare in parrocchia(!) o solo per gli amici, As you like it, non deve morire. C’è anche You Tube. In tal caso, potremmo diventare pubblico.

  14. Anch’io mi sento chiamata in causa!
    Lavoro con due compagnie diverse, in situazione diversissime. Una regista mi vuole alle prove, mi consulta su particolari e intenzioni, discute modifiche in corso d’opera e in un paio di emergenze mi ha persino fatto coprire buchi nel cast (terrore!). L’altra mi ha detto fin dall’inizio che non voleva autori tra i piedi e così è stato. Nel primo caso ho visto lo spettacolo crescere passo per passo, strato su strato, sfuriata dopo sfuriata – come… non vado pazza per l’immagine, ma come quei crystal gardens in cui si bagna un paesaggino di cartone e poi lo si guarda “fiorire” lentamente. Nel secondo sono arrivata alla prima e… bang! Le mie parole erano lì, già diventate gente, spazio, atmosfera, elettricità… Qualche volta è come lo immaginavo, qualche volta no; qualche volta è meglio di come lo immaginavo, qualche volta… oh, dear.
    E poi c’è il lato del pubblico. Sedersi in platea senza parere e dare un’occhiatina attorno è un’esperienza piena di soprese, tra il verificarsi o meno delle reazioni che hai calcolato e predisposto, e le reazioni del tutto inattese… Ma il fatto è che, come i lettori di un romanzo, no two theatre-goers portano a casa esattamente le stesse imperessioni e – a differenza dei lettori, li hai lì, ordinatamente schierati in file, e in silenzio (più o meno) – osservabili.

  15. @Clarina
    … ed io che avevo rimosso la nozione dell’esistenza dei crystal gardens! 🙂
    Grazie per la testimonianza – in effetti, visto così il rapporto col regista ricorda per certi versi il rapporto con l’editor.
    E d’altra parte, quando la rappresentazione non si conforma alle aspettative, io sono curioso di vedere in cosa la mia idea, il mio film mentale, diverge da quello interpretato da regista/attori/lettori.
    Che è poi il motivo per cui il feedback dei lettori, per gli scribacchini, è essenziale e interessante.

    Quanto al pubblico… ah,il pubblico…
    Forse quando mantiene il silenzio è meglio di quando parla.

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