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C’è molta crisi – una Top Five

8 commenti

L’altro giorno, RaiNews, nel mostrarci le immagini del prossimo giubileo della regina Elisabetta, c’ha messo sotto All You Need is Love, dei Beatles.
Che c’entra un po’ poco, con la regina e con il giubileo.
Capisco God Save the Queen fatta dai Pistols.
O Victoria fatta dai Kinks.
Ma All You Need is Love?

Non che RaiNews dedichi molto spazio al giubileo della regina d’inghilterra, naturalmente.
Dedica inveca un sacco di spazio alla crisi.
Senza metterci sotto alcuna colonna sonora pop.
E sì che i Fab Four fecero Taxman, che cascherebbe a fagiolo.

E così sono sceso nel sottoscala dove tengo i vinili, ed ho tirato fuori cinque dischi fatti apposta per la crisi.
Perché se dobbiamo andare all’inferno in un secchio, tanto vale che ci godiamo la corsa, come dicevano i Grateful Dead.

Vediamo…

Disco: Crisis? What Crisis?
Artista: Supertramp
Anno: 1975
Tipo di crisi: artistica, ed economica

Non il migliore album dei Supertramp, ed uno che mi gettò in una certa depressione la prima volta che mi capitò di ascoltarlo, in un autunno ventoso ed orribile di metà anni ’80. Ma il lavoro di tastiere (Rick Davies) e sax (John Hellywell) è ottimo, Roger Hodgson ha il misticismo (relativamente) sotto controllo, i testi sono strambi e la copertina rimane imprescindibile – e ben simboleggia l’atteggiamento di una generazione nei confronti dell’avanzata della crisi.
Avete detto crisi?

Disco: Stormwatch
Artista: Jethro Tull
Anno: 1979
Tipo di crisi: climatica ed energetica

Terzo album dell’ipotetica trilogia di fine anni ’70 (con Songs from the Wood e Heavy Horses), Stormwatch è il meno folk/elisabettiano dei tre ed il più duro.
Ultima uscita dei Tull “storici” prima della grande riorganizzazione degli anni ’80.
I ghiacci tornano a ricoprire l’Europa, spettri sopiti da secoli tornano ad infestare i megaliti, e la corsa al petrolio del mare del nord potrebbe non servire a nulla. È un medioevo prossimo venturo piuttosto cupo, ma in sintonia con le vibrazioni dell’epoca.

Disco: Low Budget
Artista: The Kinks
Anno: 1979
Tipo di crisi: economica, energetica e sociale

Un’istantanea dell’america nel 1979, fra crisi economica, scarsità di carburante, e disorientamento generale. Niente di troppo sottile (ma, trattandosi di Ray Davies, la sottiglezza è comunque oltre la media) ma con un buon sound, un paio di pezzi memorabili, e la constatazione che siamo tutti a budget ridotto.
Incidentalmente, il segnale che i Kinks, passata il disorientamento degli anni ’70, stavano preparandosi ad assaltare gli anni ’80.
Anche qui l’immagine di copertina vale un milione di parole su come una nazione sia andata a finire…

Disco: The Nylon Curtain
Artista: Billy Joel
Anno: 1982
Tipo di crisi: economica e sociale

Disoccupazione, reduci, crollo delle aspettative… la generazione del boom americano e tutte le sue delusioni in un album che usa i Beatles come template per scrivere alcune ottime canzoni.
Piacque molto ai sovietici, quando qualche anno dopo Joel ne eseguì parecchi pezzi a Mosca, Leningrado e Tblisi.
Difficile ascoltare Allentown nel 1982 a Torino e non vedere dei paralleli con la storia recentissima…
“And the Union people crawled away”

Disco: Raintown
Artista: Deacon Blue
Anno: 1987
Tipo di crisi: economica e sociale

Pietra miliare dell’effimero (ma poi neanche tanto) Northern Blues, questo è un disco ossessionato dai soldi – e dalla loro assenza – dal lavoro – e dalla sua irreperibilità.
Comincia con un temporale e si chiude con uno sberleffo alla sfortuna, o forse un funerale per i sogni di gloria.
Il profilo di Glasgow – con la vittoriana gru di Brunel in bella vista – sulla copertina è suggestivo al punto giusto.

Fuori concorso

Disco: 11 Tracks of Whack
Artista: Walter Becker
Anno: 1994
Tipo di crisi: ogni dannato tipo di crisi che riusciate a immaginare (ed un paio che non immaginereste mai)

Metà degli Steely Dan all’opera sulla nostra psiche.
Un disco sulla dislocazione, sull’essere nel posto sbagliato al momento sbagliato, su morti accidentali, dipendenze da sostanze, cose e persone, di come si stia quando si è toccato il fondo, il fallimento e il riconoscimento del proprio status di perdente, sì, ma bastardo.
Musicalmente impeccabile, intellettualmente devastante.
A noi piace così.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

8 thoughts on “C’è molta crisi – una Top Five

  1. Questo è uno di quei post che mostrano la differenza tra chi ha una cultura musicale (tu) e chi non ce l’ha (io, per esempio). So much for the crisis.

  2. mi chiedo se i tuoi post “top 5”, che molto apprezzo, abbiamo qualcosa a che vedere con il film “Alta fedeltà”, che ho rivisto di recente.

  3. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  4. M’inchino alla tua conoscenza. Sei riuscito a parlare delle crisi parlano di musica. Oltretutto consigliandomi alcuni ottimi dischi.
    Grazie.

  5. @Angelo
    La mia cultura musicale è quantomai discutibile.

    @Eugenio
    Alta Fedeltà è un gran film (ed un eccellente romanzo).
    Non so quanto io ne sia stato influenzato – ma sì, l’influenza, magari di terza o quarta mano, dev’esserci.

  6. Mi unisco a chi ha dichiarato di non avere cultura musicale.
    In questo senso io sono molto pop-commerciale, fin dai miei trascorsi da ragazzino a tutt’oggi.

  7. Ah, ma la mia top five del giorno è pop commerciale… o lo era quando io scoprii questi dischi.
    Forse il più difficile da avvicinare è quello di Becker… che però è splendido.

  8. Aggiungi Peter Gabriel II e il quadro è completo

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