strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

New Romancer

28 commenti

Lo trovai terribilmente noioso.
Popolato di personaggi spiacevoli.
Con un bel compendio di idee che avevo già visto.
Con uno stile che mi pareva vecchio di dieci anni almeno.
Eppure…

Doveva essere il 1992, e la gente parlava solo di cyberpunk.
Un tale, conosciuto per caso, mi spiegò in toni taglienti che

il cyberpunk è l’unica fantascienza che non faccia schifo

Capii che marcava male.
Però lo lessi, Neuromante.
Cosa me ne parve, ve l’ho già detto.
Eppure…

Cosa fu, in quella specifica congiuntura, a fare di Neuromante un mito, che non aveva fatto altrettanto dieci anni prima, con Shockwave Rider?
Eppure il romanzo di Brunner aveva tutto – il futuro distropico, l’eroe solitario che hackera i computer, i virus informatici che si autoreplicano, lo spazio virtuale…
E che dire di My Name is Legion, di Roger Zelazny? La società repressiva, il protagonista che si è cancellato da tutti i database ed ora lavora come freelance nelle ombre…

Probabilmente a Brunner e Zelazny mancò il senso di contemporaneità – nel 1975/1976, computer personali e reti informatiche erano ancora qualcosa che stava solo nella fantascienza. Gibson descrisse un mondo che si vedeva, o per lo meno si intuiva, nelle pubblicità sui giornali.
Proprio nei giorni in cui quel tale mi informava della vera natura del cyberpunk, seguii una noiosa lezone di un guru sudamericano del fantastico che spiegò a me e agli altri suoi prigionieri che il futuro della letteratura era il Clipper.
Impossibile immaginare di scrivere, nel ventunesimo secolo, senza conoscere il Clipper.

Ma dell’atmosfera di quegli anni ho già parlato in passato.

Il problema, naturalmente, fu che di Neuromante se ne accorsero anche gli intellettuali seri, quelli che non si sarebbero fatti trovare neanche morti con un romanzo di fantascienza in mano, e che se dicevi fantascienza rispondevano “Ah, sì, Asimov”, ma che sul lavoro di Gibson potevano sproloquiare incessantemente per ore ed ore, a cominciare dal suo fracked incipit.
Come risultato, Neuromante divenne un mito, fu oggetto di articoli di giornali e quant’altro, e devastò la fantascienza.
E se conosco un sacco di gente a cui Neuromante ha cambiato la vita, io francamente preferisco Burning Chrome, alias La Notte che Bruciammo Chrome, nel catalogo di Gibson (col quale ci vado piano, perché siamo entrambi fan degli Steely Dan).
Sui racconti il canadese ha meno cedimenti, è più focalizzato.
E annoia meno.

Ed ora, per il piano bar del fantastico, mi chiedono un po’ di cyberpunk alternativo.
E chi sono io per negarlo?
Accendiamo il vecchio Yamaha elettronico con interfaccia MIDI e One-Finger-System per le ritmiche…

Inutile menare il can per l’aia – il cyberpunk più venduto di tutti i tempi farebbe venire un colpo apoplettico a tutti i fini esteti che continuano a citarmi Neuromante.
Il cyberpunk più venduto di tutti i tempi è Hardwired, di Walter Jon Williams.
Ed è cento volte più vivo di Neuromante.
Hardwired è un romanzo frequentemente accusato di essere stato costruito a tavolino per fare cassa sulla moda del cyberpunk; e se è davvero così, diamine, ci riesce benissimo.

Interfaccia neurale? C’è.
Le megacorporazioni? Ci sono.
La bonazza con impianti cyber che fa l’assassina? C’è.
La rivolta digitale? C’è.
Hi-tech e armi a carrettate? Ci sono.
Dolph Lundgren in copertina? C’è – perché noi valiamo.

A differenza di Gibson, Williams – che è un autore di fantascienza infinitamente superiore – ha una trama tirata e senza sbavature, che ha un senso, e che ripesca la mistica del cowboy che Gibson butta lì ma non sviluppa.
Insomma, commerciale all’estremo, forse, ma un gran bel libro.
Williams, che è anche giocatore di ruolo, produrrà anche un supplemento basato sul romanzo per il GDR Cyberpunk 2020.
Visto il successo del primo romanzo, Williams scrive poi un sequel e – avendo esaurito i cliché nel primo tomo, grazie al cielo ci mette del suo, creando lo splendido e consigliatissimo Voice of the Whirlwind.
Guerra, clonazione, zen, arti marziali… il futuro è cupo, e non ha pietà.
Ma sarà con Aristoi che Walter Jon Williams farà il colpaccio – per quanto il romanzo venga ignorato in Italia.
Aristoi, con la sua nannotecnologia e il suo governo galattico, le sue realtà virtuali annidate, con l’esplosione e l’evoluzione del web in ogni possibile direzione, con la sua società post-scarsità e la sua politica, è considerato da molti (incluso il sottoscritto) il romanzo che accende il lumino sulla tomba del cyberpunk.
È stato bello finché è durato, ma ora è il momento di tornare a scrivere (e leggere) fantascienza.

Ma lasciamo Walter Jon Williams, che resta e rimane un autore consigliatissimo.
George Alec Effinger?
Il suo ciclo di Marid Audran è interessante, col suo mix di hi-tech e suc mediorientale, e Effinger è probabilmente un narratore migliore di Gibson.
L’idea semplice ma fondamentale dei chip esperienziali resta ottima.
Il primo romanzo della trilogia – When Gravity Fails – commette un peccato imperdonabile a metà storia (il noir, che Effinger usa, ha le sue regole, ed infrangerle è molto male) ma si lascia leggere.
La trilogia è interessante da leggere, possibilmente in originale.
Effinger è purtroppo scomparso da tempo, ma ci ha lasciato dei buoni libri.

Anche se, a dirla tutta, il mio cyberpunk preferito rimane Svaha, di Charles de Lint.
Storia atipica, che mescola alta tecnologia, misticismo pellirosse, yakuza, complotti corporativi e disastro ecologico, il romanzo è l’unica incursione di de Lint (un altro canadese) nel cyberpunk, e rimane un romanzo noto a pochi.
Come sempre de Lint ha una prosa misuratissima e molto pulita, che non tenta di emulare gli elementi formaly del cyberpunk.
Vivamente consigliato.

Perché il problema, naturalmente, è che il cyberpunk diventa troppo facilmente come il (brutto) fantasy commerciale – una serie di costumi e di ruoli, una trama scontata, un po’ di linguaggio per iniziati.
Il resto è arbitrario.

Ci sarebbe ancora da ricordare un sacco di gente e di libri – da Tea from an Empty Cup di Pat Cadigan (cybernetica, omicidi, giappone) a RIM d Alexander Besher alla Tetralogia dei Wares di Rudy Rucker (che potete scaricare gratis da qui).
E che dire di Headcrash di Bruce Bethke, criminalmente rititolato Fuori di Testa dalla solita Fanucci?

Ma c’è qualcosa che non va, in tutto questo, e si ricollega probabilmente al fatto che a me il cyberpunk non piace granchè.
Oh, Svaha, Aristoi, certo, grandi libri.
Ma di de Lint e Williams leggerei anche le ricevute della lavanderia.
È il genere che sopporto poco.
I suoi fan ancora meno.
E le farneticazioni pseudointellettuali dei tromboni, legate all’etichetta ed ai suoi “messaggi”, meno di ogni altra cosa.

Chiudo con una nota nostalgica ricordando Cyberpunk 2020, che era un buon gioco di ruolo.
A parte il supplemento scritto da Williams per giocare Hardwired e un supplemento per il budajeen di Effinger, c’era una meravigliosa serie di supplementi,  prodotti dalla canadese (di nuovo loro!)  Ianus Games, che aggiungevano parecchio pepe all’ambientazione.
Ecco, il cyberpunk per me era meglio giocarlo che leggerlo.
Ma anche lì, il mio c-punk preferito resta Dark Conspiracy.
Del quale magari parleremo un’altra volta.

ADDENDUM
Nella fretta mi sono scordato di linkare l’ottimo articolo di Gianluca Santini su Neuromante.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

28 thoughts on “New Romancer

  1. Beh, ci sarebbe anche da dire che My name is legion e’ piu’ una raccolta di racconti che un romanzo vero e proprio. Per quanto riguarda Shockwave Rider, nulla da dire, e’ cyberpunk. Mi stupisce che tu non abbia citato uno dei precursori dello steampunk piu’ importanti True Names di Vernor Vinge (disponibile gratuitamente online http://www.facstaff.bucknell.edu/rickard/TRUENAMES.pdf). Per quanto riguarda Gibson, non e’ mai stato l’autore piu’ importante o il fondatore dello steampunk, ma solo quello che lo ha fatto conoscere al grande pubblico (e se escludiamo la scena dei telefoni, il resto della trilogia dello Sprawl e’ migliore del Neuromante in se’)

  2. Non ho mai amato il cyberpunk, lo devo ammettere.
    Per qualche anno ne sono rimasto affascinato, ed è anche latore di alcuni cliché interessanti (soprattutto quelli distopici legati all’economia e alla gestione dell’informazione).
    Per il resto l’ho trovato un genere propenso ad accartocciarsi su se stesso, a pietrificarsi su 4/5 stereotipi.
    Per la serie: letti un paio, letti tutti. E allora, a questo punto, vale la pena individuare i titoli migliori e papparsi quelli.

  3. Francamente, ho sempre considerato il cyberpunk una deriva rispetto a quella fantascienza fatta da Clarke, Benford, Brin e così via, che mi fa sognare fin da quando ero bambino, e poi ho sempre pensato che fosse un genere nato già vecchio e destinato ad essere poco più che una parentesi, o un incidente di percorso.

  4. Parole santissime le tue su Gibson, scrittore sopravvalutato e mediocre che però è riuscito a imbroccare il momento giusto. Ai libri cyberpunk migliori di Neuromante aggiungerei la Cadigan (Sintetizzatori Umani e Mindplayers) e Rudy Rucker (il suo originalissimo ciclo dei robot).

    E’ interessante notare come in America il cyberpunk sia, giustamente, storicizzato e archiviato al passato della sf, del resto si è estinto più di venti anni fa. Qui se ne parla sempre come dell’ultima frontiera, probabilmente perché gli intellettualoni che al tempo se ne sono accorti sono rimasti lì.

    E che bello il gioco della Talsorian…

  5. Con “Svaha” mi sono illuminato, non so perché. Chissà se riuscirò mai a trovarlo…
    Io, lo ripeto, sono di un’ignoranza totale in campo cyberpunk. “Neuromante” è il solo libro del genere che ho letto e quindi l’ho valutato in sé e per sé (ah, a proposito, grazie del link, non c’era bisogno di metterlo però! :D)

    E non so. Lo ritengo un genere affascinante, ma credo che leggere troppe opere di fila di questo tipo sarebbe di una noia mortale. “Svaha” mi ha attirato, dicevo, ma anche “Hardwired” e “Aristoi”. E per tutti e tre, chissà se riuscirò mai a trovarli…

    Ciao,
    Gianluca

  6. Per me il cyberpunk inizia con The Girl who was Plugged In di James Tiptree Jr e finisce con The Fortunate Fall di Raphael Carter. Quello che sta in mezzo è prescindibile 😉

  7. Ti devo ringraziare per aver parlato di Hardwired. Ne avevo sentito parlare pochissimo (e male), ora mando al diavolo tutti e me lo procuro. 😉 Io di Gibson ho letto la trilogia dello Sprawl, ma che fatica…
    Poi è esilarante constatare, come dice negrodeath, che mentre nel resto del mondo il CP è stato integrato e digerito dalla sci-fi contemporanea, da noi rappresenta ancora “la nuova frontiera”.

  8. @Marco
    In realtà se uno vuole, si può partire anche prima.
    C’è un racconto di Pratt (l’amico di DeCamp) e di Laurence Manning (autore canadese) che ha già interfacce neurali, realtà virtuale e “effetto Matrix”, a metà anni ’30.
    Lo trovi gratis online, si intitola “City of the Living Dead” (un bel titolino di classe).
    Resta da decidere cosa sia esattamente che fa il cyberpunk, se l’hardware o l’atteggiamento.
    O se sia solo “tutta la fantascienza che non fa schifo”, come mi disse quel tale.

    @Gianluca
    Credo si trovino tutti e tre abbastanza facilmente tramite Amazon, anche usati apochi centesimi.
    Inoltre recentemente WJ Williams ha preso in mano la produzione dei propri ebook, e quindi trovi tutto in kindle, con le copertine disegnate da lui (anche se quella con Dolph Lundgren resta impagabile).

    @Negrodeath
    Figurati che qualche sera addietro sentivo Mr Fanucci spiegarmi che la fantascienza è finita dopo il cyberpunk, quando è morto Dick.
    Da allora vera fantascienza non ne è più uscita, mi diceva.
    E dire che io faccio fatica a stare dietro a quello che si pubblica in America…

  9. Dimenticavo – Aristoi è uscito anche in italiano, vent’anni or sono, e si può provare a cercarlo sulle bancarelle.
    Vale decisamente la pena.

  10. Tra l’altro molto di quel che si pubblica oggi è meglio sia del cyberpunk che di Dick (Neal Stephenson si mangia entrambi a occhi chiusi e con le mani legate dietro la schiena). Mr. Fanucci certamente tira acqua al suo mulino, visto che ogni due anni ripubblica l’intero dickame cambiandogli le copertine. Finché la gente gli ci casca…

  11. Mah, la teoria sembrerebbe essere che prima c’era un genere per deficienti che si chiamava “fantascienza” e che parlava di astronaute in bikini, pistole a raggi e mostri dagli occhi d’insetto.
    Poi arrivò Dick a nobilitare e il genere, ma venne crocefisso dai romani.
    Poi fu la volta di Gibson, che camminò sulle acque, ed il resto è un eterno riciclare delle buone idee di Dick e Gibson, ma senza averne il potere o la mistica.
    O qualcosa del genere.
    Poi, ok, è marketing.
    Però Dick è morto da trent’anni.

  12. Non condivido il giudizio sulla vis scrittoria di Gibson a cui rimane l’etichetta di alfiere del cyberpunk insieme a Bruce Sterling senza che entrambi sappiano bene che farci. Poteva essere una contro cultura o una sub cultura, in realtà credo sia stato un passaggio verso il transumanesimo o poco più. Mi sono segnato diversi titoli, come sempre ti ringrazio per lo scouting.

  13. Alla fine, credo che le cose migliori Gibson le abbia scritte nella categoria non-fiction.
    Certo, il gran baccano fatto da un sacco di persone folgorate sulla via di Cyber-Damasco (ma forse allora era Effinger… 😉 ) ha aiutato gli editori a capire che un autore con un linguaggio meno che piano e “trasparente” si poteva vendere senza problemi.
    Non c’era riuscito Leiber.
    Non c’era riuscito Cordwainer Smith.
    Non c’era riuscito Ellison.
    Non c’era riuscito Wolfe.
    Quando si dice la persona sbagliata al posto giusto al momento giusto.

  14. Accidenti, qua potrei polemizzare per ore, ma mi trattengo che devo preparare la cena per me e mio figlio, che il resto della famiglia è al cinema.

    Dico solo che per me La voce le vortice (Voice of the Whirlwind) è uno dei più brutti libri io abbia mai letto, dentro e fuori il genere, così come Headcrash. E beh… aggiungo che io adoro il primo Gibson e che per me non c’è differenza qualitativa tra Neuromante e La notte che bruciammo Chrome.
    Ma ne riparliamo la prossima settimana.

  15. Polemizza come preferisci.
    Mi dispiace constatare che i nostri gusti non coincidono, ma che diamine, è la parte del divertimento di vivere in un mondo piuttosto vasto.
    Ed ho anche come l’impressione che non sia la prima volta, o sbaglio?
    Certo, avrei preferito un contributo più ampio ed articolato, ma capisco che la vita reale abbia la priorità 🙂
    Buona cena!

  16. Sto con Iguana jo e difendo Gibson e il cyberpunk: il fatto di aver intuito l’arrivo dell’era informatica e riproposto alcuni stilemi della fantascienza riadattandoli in modo personale non lo considero un difetto, ma un pregio. Il cyberpunk ha comunque rappresentato un periodo ricco di entusiasmo e di fermento per la fs proponendo nomi nuovi e molto diversi tra loro: a parte Gibson, Rucker e Cadigan, ma anche DiFilippo, Sterling (l’attuale hard sf deve molto al suo Schismatrix), Shiner, ecc.

    Non capisco poi perché venga sempre addebitato una “vena” commerciale al cyberpunk e non ad altri sottogeneri della fs che sono palesemente costruiti a tavolino: vedi le attuali trilogie costituite da migliaia di pagine – dalla new space opera allo steampunk – studiate dalla case editrici per fidelizzare i lettori.

    Senza polemica, ma dopo vent’anni i lavori di Gibson a me sono rimasti ben impressi nella memoria…Hardwired proprio no 🙂 Williams secondo me è più incisivo nei racconti.

  17. Una nota volante perché credo sia il caso di ribadirlo – questa non è una guerra.
    Io non sto attaccando nessuno, e credo che il buon Gibson non abbia bisogno di difensori – ci sono quelli a cui piace, e quelli a cui non piace, e tutto lo spettro intermedio.
    Mi pare perfettamente normale.

    Detto ciò, io non ho accusato di commercialismo il cyberpunk – anche se non dubito che, nel momento in cui esplose il fenomeno, molti ci capitalizzarono.
    Ho detto che alcuni hanno accusato Hardwired di essere un prodotto di sintesi – ed ho anche detto che se è così, comunque non mi dispiace.

    Rimango abbastanza dubbioso sul “periodo di entusiasmo e di fermento” – ma ripeto, a ciascuno il suo – e resto profondamente triste e un po’ avvilito quando nel 2012 un editore mi viene a dire che dopo il c-punk è stato il nulla, ma anche quello, con il sottogenere non c’entra nulla.
    È poi sostanzialmente un problema di quante ristampe di Dick riesci a comperare prima di sentirti preso in giro – ed anche questo esula dal discorso c-punk.

    Ammetto di non essere mai stato un appassionato del genere – credo di aver letto si e no una trentina di romanzi categorizzati come c-punk.
    Diciamo che l’effetto “Wow! questo romanzo cambierà il mondo!” a me lo hanno fatto altri libri.
    Non Neuromante, e neanche Hardwired.
    A questo punto, però, con Hardwired mi sono divertito di più.
    Per me Gibson rimane un autore molto povero, ma ehi… non è una corsa!

  18. E dai che c’entra la guerra! E’ solo per portare un punto di vista differente alla discussione. Forse ho sbagliato a usare il verbo “difendere”, ma non avevo intenzioni “bellicose” e mi scuso se ho dato quell’impressione.

    La seconda metà degli 80 sono stati secondo me un periodo fervido per la FS, perché oltre agli autori “affiliati” al cyberpunk sono emersi anche altri scrittori molto diversi tra loro vedi Kim S. Robinson, Shepard, James P. Kelly e altri, che hanno contribuito a rendere particolarmente vivace ed eterogeneo il panorama fs utilizzando temi e stili più riconducibili a quelli degli autori mainstream e per questo trovando l’opposizione degli amanti della fs classica.
    Poi è vero che altri scrittori di fs l’hanno fatto prima di loro (come quelli da te citati), ma ciò non toglie che i risultati ottenuti furono interessanti. Insomma secondo me quel periodo ha rappresentato una tappa importante nella storia della FS, al di là dei gusti personali sulle singole opere.

  19. Arrivo tardi, ma vorrei dire lo stesso la mia. Brevemente però che anche io ho tanti richiami dalla vita reale.
    Io credoc he il Cyberpunk sia stato un movimento importante, ma che ha avuto una sua nascita un suo svolgimento nonchè una sua fine. Probabilmente Gibson sarà stato sopravvalutato (e in effetti la sua trilogia in alcuni punti è abbastanza pesantina) ma che non sia totalmente disprezzabile come scrittore.
    C’è da dire però che dopo al fine del periodo di splendore del Cyberpunk si sia parecchio eclissato il che la dice lunga su di lui come ” creatore di universi”.
    E’ verissimo che negli Usa (come del resto del mondo del resto) il movimento sia considerato storia passata mentre quì da noi si continua a considerarlo come una novità.
    Con esiti a dir poco nulli, quando va bene.
    E taccio sui risultati quando va male.
    Un ultima considerazione su Mr. Fanucci, con osservazioni del genere non rende certamente un buon servigio nè a Dick; nè alla fantascienza e nemmeno alla storia editoriale della sua casa editrice.
    Ecco, l’ho detto.

  20. @Squirek
    Credo che alla fine sia una questione di gusti, di percorso, e di momento in cui si legge.
    Io all’epoca preferivo gente come Brin, Bear e Benford… che stavano cominciando a fare cose per me più interessanti. Robinson lo incontrai dopo.
    Ecco, per dire, Hegira, di Bear, del ’78 e letto… mah, nell’83/84, mi impressionò molto di più di Neuromante.
    E lo stesso posso dire di Sundiver (che è del 1980, e so per certo di averlo letto prima del 1985, e certo prima di Neuromante).

    Detto ciò, non nego – non essendo completamente idiota – l’importanza del fenomeno cyberpunk, che era molto figlio di quei tempi, sullo sviluppo della fantascienza.
    Ma allo stesso modo non nego il peso, per dire, della New Wave inglese, che fece molto di ciò che fecero i c-punker (specie a livello di linguaggio), e qui da noi fu sempre oggetto di somma esecrazione.
    Però The Committed Men di M. John Harrison ha elementi affini al cyberpunk, come Shockwave Rider di Brunner e tante altre cose.

    @Nick
    Mister Fanucci fa gli interessi della propria azienda, e lo capisco (anche se non lo giustifico – ci fu un tempo in cui il catalogo Fanucci era il migliore d’Italia).

  21. Tempi ahimè lontanissimi, caro Davide.
    Purtroppo per tutti quanti gli appassionati….

  22. Sic transihit panem et circenses, come dicevano gli antichi… 😉

  23. Io mi sono avvicinata al cyberpunk con un’ autrice italiana, Nicoletta Vallorani. A dire la verità il genere era più poliziesco che fantascientifico ma mi sembra che il cyberpunk più di altri generi sia solito inclinare verso la detective story. Poi mi sono detta, visto che mi erano piaciuti:”allora devo leggere Gibson”. Noia mortale! E dire che in quel periodo non trovavo noioso quasi niente, avevo più tempo a disposizione e una grande abnegazione quando prendevo in mano un libro. Adesso è tipo un incontro di boxe, se in tre minuti non mi convinci sei KO alla prima ripresa.

  24. ciao,
    ringrazio per il post che mi permette di pensare che dopotutto non e’ un libro molto appassionante. Io sono fatto cosi’: spesso mi lascio condizionare, ci vuole qualcuno che mi dica che il re e’ nudo.

    E’ vero codice 4gh e’ di gran lunga meglio di neuromante, che pero’ continua ad avere delle belle idee (se non vado errato la polizia turing e la informazione che non si puo’ conoscere, che sa tanto di if-then)

    Realizzo che, alla fine, non ho mica letto tanto cyberpunk, giusto snowcrash, chrome e poco altro.

    Qualche altro libro da consigliare?

    P.S. a proposito del discorso del “re nudo” non scordero’ quello che disse Mike Oldfield a proposito di Saturday Night Fever: “E’ un bel film, anni fa non avrei permesso che mi piacesse”. Forse ogni tanto c’e’ qualcosa che non ti permette di pensare con la tua testa

  25. Eccomi…

    Per il contributo più ampio e articolato mi sa che dovrai portare ancora un po’ di pazienza, ma arriva.

    Sul fatto che non si sia sempre concordi nel giudizio da dare alle nostre letture, beh… sarei sorpreso del contrario! Tra l’altro mi pare di aver già detto che preferisco di gran lunga discutere con chi non la vede come me che con chi è sempre d’accordo.
    Così imparo molto di più (e poi tu ne sai a pacchi, quindi è doveroso approfittarne!)

    In attesa di riusicre a postare qualche riga riguardo la mia opinione su cyberpunk e dintorni ti lascio con qualche link:
    Gibson sul mio blog
    – Su La voce del vortice (niente di memorabile, solo due righe annotate a fine lettura)
    – Su Headcrash (i fan sono pregati di asternersi dalla lettura)

  26. Sono in profondo disaccordo con te, in riguardo alla tua opinione sul libro di Gibson. Ma a te non interessa, giustamente, visto che non cerchi l’approvazione di nessuno.
    Il post, però mi è piaciuto un sacco, perchè assieme alle critiche hai dato delle alternative con dettagliata descrizione sul perchè siano meglio – secondo te – di Neuromancer. Quando lessi questo post, un anno fa, ne rimasi colpito e ricordo che mi venne voglia di prendermi una settimana di ferie per leggere almeno un paio dei libri che hai suggerito, sicuramente sei un buon venditore di romanzi.
    Perchè commento adesso? Perchè ho pochissimo tempo per leggere e l’intento di seguire i tuoi consigli e` rimasto vano, fino ad oggi che ho comprato l’ebook di Hardwired. E` da mesi che leggo libri di due-tre serie, e avevo bisogno di cambiare per un po’.
    Questo per dire, alla fine di tutto, che se W.J. Williams sentisse l’odore dei 4.99$ che ho pagato, dovrebbe almeno mandarti una mail di ringraziamento. Ah, dopo aver letto questo post, ho continuato a leggerti, saltuariamente, soprattutto quando parli di libri.

  27. 4.99 $ persi.
    Cioè, 4.99 $ persi. Un succulento pranzo da McDonald, circa.
    Vedi cosa succedere a fidarti di ‘sti blogger letterari?
    Se hai un conto PayPal te li rimborso io. Solidarietà, brotha.

  28. Invece mi e` piaciuto 🙂
    Certo, e` un po’ derivativo, più diretto e accessibile di Neuromante, ma la storia c’è, è scritto bene ed è scorrevole. Magari l’anno prossimo potrei leggermi Aristoi, che mi sembra di capire più hard si-fi
    Rimango della mia idea su Neuromancer, e di Gibson 🙂
    Grazie dei consigli, apprezzati.

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