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Weekend in Ruritania – prima di partire

12 commenti

Partiamo da lontano.
Fra i miei troppi feticismi e passioni trasversali, uno dei più strambi è certamente quello per le edizioni della Wordsworth Editions.
Fondata nel 1987, la Wordsworth ottenne una certa esposizione mediatica quando nel 1992 pubblicò il suo primo volume di Classici al prezzo di una sterlina.
Fu proprio nel ’92 che acquistai per una sterlina una copia de Il Grande Gatsby – il mio primo Wordsworth Classic.

Tutti i volumi includono una buona introduzione al testo, il testo integrale, spesso le illustrazioni d’epoca del volume originale.
Gli Sherlockiani considerano tuttora l’edizione Wordsworth di tutte le storie di Sherlock Holmes come la migliore disponibile.
E se in vent’anni i prezzi sono quasi raddoppiati, la casa editrice resta l’unica in in crescita in Gran Bretagna – complici i lettori generalisti, che al classico non rinunciano, e gli studenti spiantati (categoria che avrà sempre il mio rispetto ed affetto).
In un anno, le vendite di Gatsby sono aumentate del 232%.

I volumi della Wordsworth sono affari strettamente utilitaristici.
Dovete mettere in piedi un corso di inglese per una manica di boy scout nel periodo estivo – scegliete un testo adatto per le letture, e con una ventina di euro doterete ciascuno studente del testo minimo. Potete fare gli splendidi e regalarglielo (poi vi rifate sulla quota d’iscrizione).
Vi tocca un lungo viaggio a piedi attraverso le giungle del Borneo (o anche solo una scampagnata in montagna)?
Certo, su un kindle da 90 euro ci sta un sacco di roba, ma con 3 euro scarsi vi mettete nello zaino un bel volumone massiccio, che potete anche usare per un sacco di altre cose.

E così, la settimana passata, complici i consigli delle cattive compagnie, ho deciso di bruciarmi un quinto dei soldi risparmiati con la cancellazione di un corso a cui dovevo partecipare, e mi son detto facciamo 20 euro in classici, con la scusa che ho ancora Amazon Prime…
E così mi è arrivata una cassa di Dickens.
Ma prima di inoltrare l’ordine, mentre mi prendevo a calci pensando che con quello che avevo pagato la mia copia di Pickwick della Penguin nel 1999 avrei potuto ordinarne dieci copie della Wordsworth… beh, ok, mentre recriminavo, ho deciso di aggiungere anche qualcosa di un po’ meno… istituzionale.

L’edizione Classics di The Prisoner of Zenda include anche il sequel, Rupert of Hentzau.
Paperback senza fronzoli, con una copertina seria e una quindicina di pagine di introduzione.(*)

Ma di cosa stiamo parlando.
Parliamo d un libro fondamentale nell’ambito della letteratura avventurosa, con tali e tanti adattamenti/versioni/remake/parodie, che è pressocché impossibile sfuggire al suo campo gravitazionale.
Centrale nella storia della narrativa popolare, ha assunto ulteriori significati nello sviluppo della cultura Steampunk.

La trama non dovrei neanche raccontarvela, perché comunque la sapete (**)…
Nella volatile Ruritania, nazione autocratica centro-europea in cui casacche, onorificenze ed elmi col chiodo abbondano, i sostenitori del debosciato ma legittimo Re Rudolf vedono il trono minacciato dal fratello del sovrano, il populista (e un po’ fascista) Duca di Streslau.
La comparsa sulla scena di un viaggiatore inglese che – per motivi lunghi a spiegarsi – è la copia conforme del Re mette in moto un intrigo a base di scambi d’identità, cospirazioni di palazzo, algide principesse, amanti reali e biechi mercenari.
Riuscirà il povero Rudolf Russendyll, che era qui solo per pescare le trote, a uscirne vivo?

Inutile dire che nel sequel, il viscido e pericolosissimo Rupert tornerà alla carica, scatenando un secondo tour de force di identità scambiate e strapazzamenti sentimentali fra classi sociali inconciliabili.
Anthony Hope, avvocato tramutatosi in prolifico narratore oggi solo ricordato per questi due testi, evidentemente conosceva bene cosa piacesse al pubblico.

. rubizzi popolani mitteleuropei? Ci sono.
. castelli avvolti nella nebbia e circondati da fossato d’ordinanza? Ci sono.
. truppe in uniformi tempestate di patacchine e col chiodo in testa? Ci sono.
. un cattivo cattivissimo a prescindere? C’è.
. la Principessa Flavia bella e glaciale che si innamora del nostro eroe? Vorrete scherzare…
. un incontro clandestino al vecchio mulino, che naturalmente è una trappola? Non dovreste neanche chiederlo.

Ne hanno fatti film in tutte le salse.
Due le versioni più famose.
Quella del 1937, con Ronald Colman nel doppio ruolo dell’eroe e del re debosciato, e Douglas fairbanks Jr in quello del viscido e pericolosissimo Rupert di Hentzau, mercenario al soldo del Duca Michael (un sinistrissimo Raymond Massey, che per questi ruoli ci era nato).
Quella del 1952 rimpiazza Colman con Stewart Granger (che per lo meno sa tirare di scherma) e Fairbanks con James Mason – però c’è Deborah Kerr a fare la principessa Flavia.

Col suo mix di nostalgia mitteleuropea, il suo cast di germanici pomposi e britanni furbastri, il suo gusto per le uniformi, il cerimoniale di corte, il romanticismo, la rapida risoluzione di problemi semplici utilizzando la sciabola, Il Prigioniero di Zenda è probabilmente scorretto politicamente, vetero-imperialista e politicamente sofisticato come un mattone lanciato attraverso una finestra.
Ma è anche un gran divertimento a leggersi.

E così mi vierne un’idea abbastanza storta da avere del potenziale.
Perché non organizzarmi un bel weekend in Ruritania?
Approfittare di questa primavera incerta e cominciare a farmi le ferie a rate, in anticipo, usando la testa?
Ho i due romanzi di Anthony Hope.
Ho i due film per il dopo cena di venerdì e sabato.
Ho le dotte appendici di Royal Flash, nelle quali George MacDonald Fraser traccia il parallelo fra la questione ruritana e la crisi dello Schleswig-Holstein.
Dovrò procurarmi delle mappe…
Posso mettere un po’ di salon music in sottofondo, il pop della belle epoque… un po’ di Strauss, un po’ di operetta.
Orient Express de I Salonisti….
Procurarmi una borsata di quei feroci dolcetti pseudo-austriaci che vendono al discount, da sbocconcellare col té (Earl Grey, senza se e senza ma… anche se del Vintage Darjeeling aggiungerebbe un tocco coloniale alla cosa).
Due cene robuste con cucina campagnola (magari poi ci faccio un post).
E per completare l’esperienza, l’esile ma sapido Sherlock Holmes and The Hentzau Affair, pastiche holmesiano cucinato da David Stuart Davies, ulteriore sequel del Prigioniero di Zenda.
E anch’esso pubblicato per due lire dalla Wordsworth.

Se avete bisogno di me, sono in Ruritania.
Di ritorno, mostrerò cartoline e souvenir.

——————————————————————————————————

(*) Potete scaricarli entrambi, in originale, qui dal Progetto Gutenberg, e caricarli sul vostro ereader di fiducia.
(**) Ma se avete visto solo i film, o peggio qualche adattamento derivativo, vi suggerisco di leggere il romanzo.
Ne vale maledettamente la pena.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

12 thoughts on “Weekend in Ruritania – prima di partire

  1. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. Poffarre! La Ruritania e i suoi torbidi intrighi, ho sempre pensato che sarebbe stata un’ambientazione favolosa per vari GDR e che tutta la trama base si presti a manipolazioni in chiave pulp senza doversi sforzare troppo. Ci starebbe bene anche la versione alternativa n. 14533 di Batman o qualsiasi altra cosa. Alle tue vacanze alternative potresti sempre aggiungere un po’ di Slivovitz, giusto per balcanizzare qualche neurone.

  3. La Ruritania è la patria spirituale di Castle Falkenstein, uno dei migliori GDR steampunk mai prodotti ed oggi, ahimé, archeologia ludica.
    Chissà che non ci faccia un post in questi giorni, così, come operazione nostalgia.

    Un Batman ruritano sarebbe divertente… un sosia di Bruce Wayne, un complotto di palazzo con Rupert al soldo del Jocker… strano che Grant Morrison non ci abbia pensato…

  4. Rupert “viscido”? How can you? Pericolosissimo, d’accordo, ma viscido? Giammai!
    Rupert è così apertamente e allegramente amorale che di più non si potrebbe – ed è il protagonista de facto di entrambi i romanzi. Ti pare che a Hope interessi un bottone di Rassendyll, di Flavia o di Fritz? È mia ferma opinione che Rupert dirotti TPoZ e a Hope non sembri vero di lasciarglielo fare, e non c’è personaggio in due volume che non…
    Er. Si nota che ho a little literary thing per Rupert?
    Be’, ad ogni modo non è viscido.

    Buon viaggio, e attendiamo cartoline da Zenda e Strelsau – ma occhio a castelli e padiglioni di caccia, che in Ruritania non son mai posti salubri.

  5. Oh, e non perdonerò mai alla MGM di avere scelto James Mason per fare Rupert. No, dico, *James Mason*? Come on!

  6. Oh bis: e prima del 1937 ci sono anche due o tre film muti – in uno dei quali mi par di ricordare che Ramon Novarro (matinée idol!) faccia Rupert con brillantina, mustacchi e monocolo…

  7. Viscido viscido…
    O se preferisci sfuggente.
    Grande opportunista e amorale cialtrone.
    E sì, concordo… ruba il romanzo così come il Rupert di Fairbanks (con capello brillantinato e mosso di circostanza) ruba il film – pur avendo come controparte Ronald Colman, C. Aubrey Smith (che era stato protagonista del Prigioniero a teatro) e David Niven.

    Su James Mason, che probabilmente è troppo vecchio, difficile trovare una alternativa – un attore con abbastanza star quality, che sapesse tirare di scherma ed avesse il fisico, e che peraltro accettasse di fare il cattivo.
    Non mi vengono in mente attori della scuderia Metro che negli anni ’50 potessero gestire il personaggio.
    Ecco, forse Yul Brynner… che oltretutto avrebbe avuto l’età giusta.
    Ma non il capello impomatato.

    Ramon Novarro, infine, ahimé, desta regolarmente la mia ilarità.

  8. Mel Ferrer, tanto per avere lo stesso team protantagonistico di Scaramouche? Far from ideal, ma estremamente più plausibile di Mason – anche come spadaccino.

  9. Mel Ferrer…
    Ha la faccia sbagliata, a mio parere.
    In Rupert c’è un senso di urgenza e di feralità che Ferrer non riusciva a trasmettere… Mason è troppo upper class per riuscirci completamente, ma è un attore migliore di Ferrer…
    Ricardo Montalban.
    Un ballerino oltre che un attore.
    Avrebbe reso bene il personaggio.
    Ma all’epoca era impegnato a fare il playboy sudamericano piantatore di caffé nei film con Hester Williams…

  10. Dopo un primo momento di sconcerto dovuto all’associazione Montalban/Khan, devo ammettere che forse, maybe, perhaps – but not quite.
    E lo so che Mason è un attore migliore di Ferrer, è solo che come Rupert è proprio fuori parte.
    Mi domando se non lo sapesse anche lui – e se non lo sapessero anche gli sceneggiatori che gli hanno confezionato un personaggio così diverso da quello del romanzo.
    Feralità, d’accordo, urgenza la vedo un po’ meno, but so stiff and grim! Dov’è l’insolenza, dov’è il fascino spudorato che in un modo o nell’altro colpisce anche la gente che ha i migliori motivi per detestare e disprezzare Rupert?
    E in effetti, pensandoci, Ferrer was rather an inane idea – ma avevo in mente più il marchese Des Maynes che Andrej Bolkonski.
    Tra l’altro, controllando chi fossero gli sceneggiatori (quite a number of them), scopro che la prima scelta per Rupert era stata Richard Greene – mah.

  11. Ammettiamolo – per fare Rupert ci voleva Fairbanks.
    O forse Fairbanks getta un’ombra così lunga sul personaggio, che è difficile (di certo per me) trovare un attore adatto.

  12. Ammettiamolo pure – e concordiamo in pieno. 🙂

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