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Quattro chiacchiere con Lester Dent

13 commenti

Lester Dent (1904-1959) - 200+ romanzi in 16 anni

Ho fatto una chiacchierata con Lester Dent, ieri pomeriggio.
Beh, ok, lui parlava, in un vecchio articolo molto popolare che ho deciso di tradurre, ed io stavo a sentire.

Attualmente sono al lavoro su diverse storie, tempo permettendo, e confrontarmi con uno che per tutta la vita si guadagnò da vivere scrivendo è un buon modo per mantenere le idee in circolazione.

Non riposterò qui tutta la traduzione del pezzo di Dent… per quello dovrete attendere il prossimo agile volumetto, o magari quello dopo, ma ci sono un po’ di punti che mi piacerebbe estrarre e mettere in fila, per confrontarmici.
Sì, lo so, quelli in gamba non parlano di scrittura perché sono troppo impegnati a scrivere.
Ma io sono meglio di così.

Vediamo, Lester dice…

La professione di costruire storie non pare troppo diversa dalla professione di costruire qualsiasi altra cosa.

Concordo in pieno.
Serve lavoro duro, serve un buon progetto, serve una tecnica, una cassetta degli attrezzi.
Scrivere un racconto è come rifare le tubazioni in un vecchio bagno.
Se la cosa offende la sensibilità di qualcuno, beh, non è affar mio.

potrebbe aiutare ricordarsi che l’azione dovrebbe servire a qualcosa, oltre che a far avanzare l’eroe attraverso il paesaggio.

Già. Azione, ma anche sviluppo.
Serve ritmo, serve una buona dose di facciatosta, e serve qualcosa da raccontare.

FATELO VEDERE AL LETTORE.

Diavolo, Lester, proprio il vecchio show-don’t-tell.
E dire che spacciando questa roba ai ragazzini c’è gente che si è fatta – o ha cercato di farsi – una carriera.
Perché dire “Mostrare non Raccontare” è un gran bel mantra, ma poi sulla pagina le cose hanno la pessima abitudine di andare in direzioni diverse ed imprevedibili.
Come faccio a mostrare che è l’undici aprile?
Come faccio a mostrare che il mio protagonista ha ripetuto il secondo anno dele superiori?
“Mostrare non Raccontare” è la base, è il minimo – poi bisogna saperlo adoperare, questo minimo.
Ma non prendiamoci di punta, Lester…

Caratterizzare un personaggio della storia consiste nel dargli alcune caratteristiche che lo faranno restare nella memoria del lettore. ETICHETTATELO.

Diavolo, è vero!
Com’è che so che marca di accendino usava James Bond?
Com’è che so che giornale leggesse il Dr Watson?
Com’è che so cosa beve di prima mattina Elvis Cole?
Etichettare il personaggio, fornirlo di elementi distintivi, di abitudini e tic, è un sistema rapido per connettersi con certe parti del cervello di chi legge.
Certo, poi, non bisogna esagerare.

L’idea è di evitare la monotonia.

Questo dovrebbe essere il mantra.
Evitare la monotonia è il motivo per cui scriviamo ciò che scriviamo, e perché leggiamo ciò che leggiamo.

AZIONE:
Vivida, rapida, nessuna parola sprecata. Create suspense, fate sì che il lettore veda e senta l’azione.

Il punto chiave qui è nessuna parola sprecata.
Lo disse anche Hemingway, che la maggior parte del tempo la trascorreva a cercare le parole giuste.
Poi, certo, la cosa può parere – e a volte diventare – un po’ cinica.
Ricordo una sera, ad una conferenza, arrivato in anticipo come mio solito, mi ritrova a contemplare un famoso editor nazionale che ripassava il racconto scritto da una adolescente.
Le sottolineò alcune parole sulla prima pagina “queste sono le parole importanti, usa queste e ripetile in modo che il lettore non possa ignorarle.”
Sarebbe stato bello se le avesse spiegato perché, ma quella, come tutte le altre istruzioni che le diede in quei dieci-quindici minuti, erano proprio solo quello – istruzioni non trattabili, regole.
Si fa così perché si fa così.
Se fai così te lo pubblico.

Ed è perciò curioso scoprire come, ottanta e rotti anni dopo essere state messe su carta per la prima volta, le idee e le teorie di Lester Dent, che scrisse 160 romanzi di Doc Savage in 16 anni, e un numero imprecisato di altri romanzi fuori-serie, e racconti, oltre che un numero di saggi e volumi di critica letteraria… è curioso, dicevo, come le sue idee e le sue teorie siano state filtrate, acquisite e rielaborate dal pubblico.

Non è solo che ci hanno martellati a morte con lo “show-don’t-tell” ma nessuno ci ha mai parlato di etichettatura del personaggio e dei pericoli della monotonia.
È che ad esempio proprio l’etichettatura dei personaggi è diventata una cosa che non si fa, che puzza di popolare.
Allo stesso modo, la solida dignità artigianale del costruire una storia come si costruisce qualsiasi altra cosa è stata rimpiazzata da infinite chiacchiere su ispirazione, genio, talento.
Vaghi tentativi di definire l’indefinibile perché la consapevolezza delle basi rimane una cosa sporca, uno spiacevole legame col lavoro manuale.

Meglio Lester Dent, a questo punto?
Lui in fondo, stava solo buttando giù sul foglio la formula che per lui aveva sempre funzionato.

Nessuna delle mie storie scritte con questa formula è mai rimasta invenduta.

Già, Lester.
Proprio così.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

13 thoughts on “Quattro chiacchiere con Lester Dent

  1. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. Dall’ultima frase la domanda: conta più lo “show don’t tell” o il vecchio “è vero ciò che funziona”?

  3. Credo la seconda, specie considerando il curriculum del buon Lester.

  4. La formulazione di Dent dello “show don’t tell” è più efficace, forse. Meno da maestrina.
    Interessanti anche le altre dritte!

  5. Di manualistica sulla scrittura ne ho letta e ne continuo a leggere, In effetti è vero che martellano parecchio, ma non ci vedo niente di male: dopotutto si assiste allo strano fenomeno che il martellamento aumenta e proporzionalmente aumenta chi scrive sbattendosene (e spesso con pessimi risultati).
    Il fatto che ci sia questo proliferare di manuali a me non infastidisce, anche quando mi capita di leggerne uno mediocre o completamente inutile: il saperlo riconoscerlo come tale è già una soddisfazione
    Inoltre ‘E’ vero ciò che funziona’ non sempre aiuta: spesso per discostarsi dalle “regole” e uscire comunque a far funzionare il tutto bisogna avere il polso di quanto si sta facendo, una comprensione ben più profonda di quelli che semplicemente partono alla cieca, aborrendo a priori le tanto sbandierate regolette.

  6. Io non ho nulla contro la manualistica.
    Trovo tuttavia profondamente stupido che le regole espresse nei manuali, spesso in termini molto chiari e con ampi margini di applicazione, siano diventate il criterio particolarmente rigido sulla base del quale si valuta un testo.
    Per il lettore, ciò che importa non è se l’autore abbia applicato la regola X o la regola Y, ma solo se la narrativa funziona, se la storia prende.
    Dire “l’autore racconta anziché raccontare mostrare e quindi il romanzo [titolo che ti pare] è brutto”, è una sciocchezza.
    È indice del fatto che si è affrontata la lettura con l’atteggiamento sbagliato, o per lo meno con un atteggiamento discutibile.
    La mia poltrona non è la sede di un corso di scrittura, in cui il testo viene dissezionato per imparare qualcosa – è un posto dove la storia viene goduta, e dove quindi gli ipotetici “difetti” tecnici sono secondari rispetto all’effetto generale.

    Credo che alla fine sia un problema – per questi lettori ipercritici e perfezionisti – di troppe informazioni e scarsa capacità nel gestirle.

  7. I manuali presi come libri sacri sono il male della narrativa. Creano torme di scribacchini tutti uguali, tutti saccenti e soprattutto con la vigliacca convinzione di saperla più lunga del resto dell’umanità.
    A me dicono di più articoli come questo di oggi – che se uno poi vuole va ad approfondire – che non millemila post che mi stropicciano le palle con lo show don’t tell analizzando tutti i romanzi che non ne fanno uso, per deriderne gli autori.
    Ok, ok, mi sto lasciando trasportare dall’incazzatura che emerge sempre davanti a certe tematiche.
    L’idea è di evitare la monotonia.
    Mi sembra una regola molto più valida.

  8. Io le regole le ho sempre usate come traccia, come indirizzo…conoscerle è sempre bene…salvo poi buttarle nel cesso quando qualcuno vuole farle salire al ruolo di dogmi, limitando così la creatività. Le regole le devi conoscere se vuoi poi infrangerle bene 😉

  9. Concordo in pieno, Nicola.
    Le regole bisogna conoscerle, per poi poterle piegare, aggirare ed infrangere come riteniamo più opportuno.

  10. Ciao Davide, ciao a tutti.
    Mi piacciono questi post sugli splendidi artigiani di storie, martellatori di parole che risultano comunque avvincenti a distanza di decenni.
    Penso, da semplice lettore, che le regole adottate da Dent siano patrimonio basilare di chiunque oggi si sudi la pagnotta scrivendo narrativa di genere, forse però l'”industrializzazione” della scrittura creativa, l’incremento degli scrittori e il decremento dei lettori(!) ha alzato ulteriormente l’asticella del livello necessario per raggiungere il successo.
    Mi spiego: oggi come ieri credo che, da Harry Potter a Sookie Stackhouse, sia il personaggio seriale a trainare il successo di un autore popolare, ma ora il consiglio di “evitare la monotonia” è stato talmente interiorizzato che il nuovo must è “l'”evoluzione del personaggio”. Oggi credo che un Doc Savage non durerebbe più di una decina di romanzi se non cambiasse “status” (matrimonio, mestiere, livello di fama e successo) ogni poche avventure… e chiaramente uno come Dent si adeguerebbe all’istante (continuando a vendere).

    PS: son contento di tornare a commentare qui dopo lunga assenza. Ne incolpo l’RSS reader, la pigrizia e un lungo periodo di bassa autostima

  11. Sono d’accordo con Quiller sul fatto che oggi alcune cose siano state assorbite e magari serva anche qualcosa di nuovo tipo l’evoluzione del personaggio e non ho dubbi che un tipetto in gamba come Dent se ne sarebbe accorto e sarebbe riuscito a farcela lo stesso. Si chiama professionalità. 🙂

    E comunque il problema dei manuali rimane.
    Un conto è dire :”studio e leggo per capire come migliorare la MIA scrittura” e un conto è dire : “Leggo e studio per capire come migliorare la scrittura altrui”.

    Nel primo caso le dritte mi servono perchè so di non essere oggettivo e qualche criterio mi può aiutare a restare distaccato e razionale rispetto alla mia creatura. Parto da un coinvolgimento e cerco un po’ di distacco per migliorare.

    Invece quando leggo qualcosa altrui parto da una situazione di distacco e la prima cosa è proprio lasciarsi prendere. Dopodichè certamente ha senso anche chiedersi perchè qualcosa mi è piaciuto e perchè qualcosa no e magari dare una risposta legata alla tecnica o magari anche solo legata al gusto personale.

    Però non mi permetterei mai di dire che un libro è brutto solo perchè è scritto senza rispettare quelle regole che magari vanno bene per la mia scrittura e per le storie che io voglio raccontare, ma non aiuterebbero in nessun modo la storia e il libro che sto criticando.

    A proposito di dogmi salva storie.
    Di recente ho riletto una cosa che avevo scritto davvero tanto tempo fa ed era orribile.
    Credimi nessuno show don’t tell l’avrebbe migliorata o salvata. I personaggi sono così piatti che vanno ripensati, il che porta a ripensare alle loro azioni e decisioni, il che porta ad un cambio radicale di plot…il che porta a scrivere tutta un’altra storia praticamente.

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