strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Terza tappa – fast & loose

9 commenti

OK, post problematico.
A causa di alcuni intoppi siamo indietro di dieci ore sulla tabella di marcia, e viaggiamo attorno alle 25.000 parole.*
Ma il problema non è questo.

Cominciamo con la copertina qui di fianco.
Weird Tales d’annata.
Copertina per una storia di Seabury Quinn.
The Living Buddhess.
La Buddessa Vivente.
Ho degli amici buddhisti che ancora ridono.

Il problema dell’esotismo è questo.
Immaginate un autore cinese, o indiano, che scriva una storia pulp ambientata nell’occidente misterioso, negli anni ’30, con azione furiosa e chilometri macinati, da Parigi, la città del vizio, fino a Milano, dove i perfidi nazisti hanno la loro base segreta nel Duomo.
Ci farebbe ridere.
E ci darebbe un po’ fastidio.

Come quell’infinita serie di camerieri e cuochi italiani, coi baffoni e una passione per l’opera, nei teleflm american degli anni ’60, e ’70.
E ’80.
E magari anche ’90.
L’attore di riferimento era Vito Scotti.
Nessuno faceva il cuoco, il maitre o il tassista come Vito Scotti.
Che nel caso poteva fare anche lo spagnolo, o il messicano.

Il che mi porta ad una riflessione che mi interessa, e che magari espanderemo in futuro.
Per dire… ho trovato un posto spettacolare dove mettere in scena parte dell’azione della mia storia.
La foto la vedete qui di fianco.
È spettacolare.
Il punto è che è anche un posto reale, come è reale una gran parte dei posti che descrivo nella mia storia.
È un posto in Tibet – dove all’epoca gli stranieri venivano presi a bastonate e poi condannati a morte, ma oggi non gli piace più ricordarlo.
E quindi – punto primo: posso stravolgere i fatti, e piazzare in quello che è un edificio storico e religioso, la base del mio Mr No di turno?
È lecito narrativamente, oltre che deontologicamente?

Ed io dico di sì, anche perché posso manipolare la geografia, oltre che la storia.
Questa è narrativa avventurosa, non narrativa storica, e quindi ho il potere (il dovere!) di discostarmi dalla realtà documentata quando mi serve, e serve alla storia.

Resta però il problema del bieco orientale, che è un maledetto cliché esattamente come l’italiota che canta l’opera, gesticola e parla un linguaggio approssimativo.
E come certi cliché urtano me, immagino altri cliché possano urtare altri.
Eppure la narrativa avventurosa – ne abbiamo parlato – è fatta di cliché.
Che è bello usare, e stravolgere.
E non ho grossi problemi a tratteggiare dei gangster con Caruso sul grammofono, il borsalino e il gessato.
Mi fa ridere.
Però una punta di disagio, mentre i tibetani bastonavano i miei protagonisti, non ho potuto fare a meno di provarla.
E forse adesso ho trovato un buon motivo per stravolgerli, quei cliché, oltre alla semplice originalità.

———————————————————-

* Il che potrebbe anche voler dire che non arriverò fino in fondo in tempo, e in generale che il target di 60.000 parole potrebbe semplicemente essere sbagliato – la mia storia sembra destinata alle 48.000 parole (che era poi lo standard dei romanzi pulp).

Ma queste sono cose che preoccupano solo i deboli.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

9 thoughts on “Terza tappa – fast & loose

  1. I cliché sono sempre complicati da gestire ma in fondo è difficile farne a meno. Paradossalmente si rischierebbe di cadere nella scarsa verosimiglianza.
    Tutte le volte che vado all’estero osservo attentamente i nostri connazionali. Devo dire che – fatti i logici distinguo – molti degli stereotipi che ci attribuiscono sono fin troppo veri.
    E’ come se verità e finzione si sovrapponessero in un gioco di specchi.
    Mai esagerare, quello è il punto. Per il resto i cliché ci stanno.

  2. L’unica cosa che posso dire è che… in quel monastero in Tibet ci sono stato, anni fa durante l’esplorazione post laurea, giretto Nepal – Tibet che rimane la più bella esperienza nella mia vita.
    Lo so non aggiunge nulla al post ma vedere quella foto e pensare “ero lì” fa sempre un certo effetto…
    Buona scrittura!

  3. Mi è piaciuta molto questa tua riflessione…. Ma coraggio, vai avanti. Buon lavoro!

  4. “Il problema del bieco orientale” dipende dal tipo di scrittura che sta uscendo fuori nel racconto (lo dico da futuro lettore, non da scribacchino, ché altrimenti non mi permetterei mai di entrare in argomento!). Penso cioè che se è una storia “sopra le righe” qualsiasi personaggio sta bene; ma anche in caso contrario non ci trovo niente di male, specie tenendo conto dell’osservazione di Alex sugli italiani incontrati all’estero.

  5. Ti ricordi la discussione sui siciliani mafiosi in Gray Scorpion? Nel pulp, gli stereotipi ci stanno. è un genere nato in un mondo più semplice e più diviso da ideologie, molte delle quali strampalate o inaccettabili oggi. Gli stereotipi questo fanno, semplificano. Senza esagerare (per non cadere nella parodia) ben vengano italiani inaffidabili e chiassosi, irlandesi rissosi e beoni, tedeschi malvagi dentro, negri sciocchi e pigri, orientali misteriosi e freddi, eccetera eccetera. Usa il trucco di Hollywood — se fai una storia che parla male della cultura o razza X, inserisci tra i protagonisti un personaggio di tale cultura o razza, per non dimostrare che “non tutti sono uguali”. Di solito era una spalla.

    Se proprio pensi che il romanzo poi finisca nelle mani di lettori inaccorti che potrebbero inorridire (non credo, penso che l’interesse del pubblico mainstream per queste cose sia vicino allo zero), puoi sempre mettere una breve prefazione che nessuno leggerà. Just in case.

  6. Pragmatico ma condivisibilissimo, Andrea.
    Grazie.

  7. Dai dai dai! (grido di incoraggiamento per rimetterti in carreggiata :D)
    Sul clichè condivido perfettamente quello che dice Andrea Sfiligoi: se è un romanzo d’avventura pulp, un po’ Salgari un po’ Indiana Jones, i clichè ci stanno tutti. Anzi, sono goduriosi da leggere, divertenti e se qualcuno dovesse imputarti di razzismo… Beh, dai, sarebbe un pirla. -_-
    Io non mi sono mai offeso per aver letto in romanzi d’avventura il clichè del gangster… Insomma, io sono italiano, so di non essere così, e so anche che se qualcuno dovesse farsi un’idea sulla cultura del nostro Paese non lo farebbe con i romanzi pulp. Cioè, dai, esistono le guide Lonely Planet. 😀

    E… La Buddessa Vivente è una cosa estremamente LOL. 😀

  8. Ne ho sentito parlare della Buddessa Vivente, non a caso Lovecraft non stimava molto Quinn, peccato che poi se c’era uno che scriveva per sterotipi quando parlava di “non americani ” era proprio HPL.
    In definitiva scrivi quello che piace e come piace a te. Il lettore inteligente capirá.

  9. Del tutto d’accordo sull’uso del monastero reale. Una bella e breve postfazione di scuse e chiarimenti se proprio vuoi. Sui cliché: temo che siano come le banalità e le frasi fatte. Cioè, in fondo, veri, almeno per la fase centrale della curva gaussiana. I monaci infidi e sanguinari fanno d’altronde il paio con gli asceti illuminati, come gli italiani caciaroni con quelli creativi. Veri -in parte- tutti.
    Vai!
    Alex

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