strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

In tram lungo Nanjing Road*

10 commenti

Ci passavano anche gli autobus a due piani… riscrivere! riscrivere!

Ci passavano i tram, in Nanjing Road, a Shanghai, nel 1936?
La risposta è sì – basta cercare un po’ di fotografie d’epoca, piuttosto facili da reperire online, e si vedono tanto i binari del tram quanto le linee aeree, i cavi dell’alimentazione.
Ci passavano i tram, su Nanjing Road, a Shagai, nel 1936.
Il che significa, naturalmente, che la sequenza d’apertura della mia storia, Beyul Express, deve essere modificata.
Nulla di clamoroso – si tratta di aggiungere un paio di paragrafi qua e un paio là, ed anzi, così viene meglio.
Però è curioso, che io avessi pronta la descrizione esatta dell’insegna di un locale notturno – ed avessi scelto di ambientare l’apertura in quel locale proprio per via dell’insegna, e non avessi badato ai tram.

La questione si fa poi particolarmente interessante quando, circa venti capitoli dopo, mi trovo nella spiacevole necessità di dover
a . spostare i monti del Tian Shan di circa seicento chilometri ad est**
b . spostare Urumqi di circa duecento chilometri a nord

Una cosa che si fa abbastanza alla svelta – dopotutto, il Taklamakan è un deserto talmente vasto, che cosa sono una manciata di chilometri?

Sono malato di mente?
Perdo un’ora per due fili del tram, e poi sposto le montagne in barba a tutte le carte geografiche degli ultimi 400 anni?

Ora, la progressiva sgranatura della definizione è una delle componenti strutturali della storia che ho scritto (e che sto revisionando, come si evince da questo post – e da quelli che seguiranno).
Nel senso che si parte in piccolo, da un luogo ben delimitato (Shanghai) e densamente popolato, per andare verso luoghi dai confini sempre meno definiti, e sempre più sparsamente popolati.
L’immagine si fa progressivamente sfocata, vaga, mano a mano che l’azione passa da luoghi concreti e reali a luoghi sempre meno probabili, e la Storia lascia lo spazio alla Leggenda.
Allo stesso modo, i tempi si dilatano – e se i primi sei capitoli coprono a malapena una giornata, gli ultimi sei si sgranano su molti giorni.
In questo modo l’epilogo, quando tutti gli eventi collassano in un solo luogo, in un solo istante, dovrebbe fare una certa impressione.

Ma non è questo elemento strutturale, ciò di cui vorrei parlare.
Ciò che mi interessa è come – per la dannazione dei bullonari – la narrativa avventurosa si possa permettere di giocare lieta e liscia con la realtà storica e geografica.
Ciò che conta non è la realtà, ma la plausibilità.

È vero che, se andremo a consultare le mappe, ci accorgeremo che non c’è un passo montano in quel punto, che difficilmente si può attraversare il Deserto della Morte Inesorabile in motocicletta in una settimana, che in quel posto non c’è alcun villaggio (anche se ce n’è uno simile cinquecento chilometri a est) e che comunque difficilmente si sarebbe trovata benzina (e sigarette russe) in un posto del genere nel ’36…

Ma se riesco a raccontarvelo in maniera plausibile… se suona credibile fintanto che i vagoncini dell’ottovolante filano sul loro binario… ha davvero importanza se Urunqi si trova (probabilmente) molto più a sud di quanto non pensi il protagonista?

È sbagliato!

No, non è sbagliato.
È sbagliato se dico che un revolver ha la sicura e quindi non spara.
È sbagliato se dico che un delfino è un pesce.
È sbagliato se dico che i Giapponesi presero Shanghai nel 1935 (oh, ci provarono, diavolo se ci provarono… ma quella è un’altra storia).

OK, lo ammetto, ho rubato… ma anche rubare è lecito (ne parliamo poi)

Ma se dico che un uomo deciso su una vecchia motocicletta può sfidare il Deserto della Morte Inesorabile ed arrivare alla casa del Falso Lama in una settimana partendo dal margine settentrionale dell’altopiano tibetano – per l’inferno, è così***.

In questo senso, l’avventura storica è diversa, io credo, dalla narrativa storica propriamente detta.
Anche la narrativa storica perpetra dei falsi continui, sacrificando (come è lecito sacrificare) la realtà storica alla spettacolarità ed all’intrattenimento.
Ma si tratta di un diverso approccio al falso.
La grana è più fine, nel romanzo storico, e se anche qui si usano i grandi eventi per mascherare le azioni minute dei personaggi, l’approccio è meno utilitaristico.
Perché nel romanzo storico, la storia è il tema del romanzo, nell’avventura storica, la storia è la stampella, ed è l’avventura a prendere il centro della scena.

Il punto, ovviamente, è che in entrambi i casi c’è il trucco.
In entrambi i casi c’è una documentazione – più o meno approfondita – che l’autore ha il dovere di onorare finché gli serve, e non un minuto di più.
Semplicemente quel punto specifico, il momento in cui si può abbandonare la documentazione, è diverso per i due generi.
Il che non rende l’uno migliore dell’altro, ovviamente – questa non è una guerra.

E posso aggiungere a titolo di esempio che quelli veramente in gamba sono capaci di modulare questa aderenza-sotto-condizione alla realtà storica a seconda delle necessità, del mercato, del pubblico.
Harold Lamb, ad esempio, fu un apprezzato autore di narrativa storica e di narrativa avventurosa a sfondo storico.
Sempre documentatissimo, sapeva bene quando era il caso di lasciarsi i nudi fatti alle spalle, e pensare all’azione invece di bastonare i propri lettori con dettagli superflui.

La persona che, armata di carta geografica, prontuario storico e calcolatrice, va a cercare le falle nella documentazione, a segnalare inaccuratezze nel calcolo dei chilometri al litro, a raccattare il diario della falsa contessa russa dal quale si ricava che non avrebbe potuto essere dove si è detto che era, è un po’ come quei tipi che vanno agli spettacoli di magia e continuano a ripetere, mentre il prestigiatore produce colombe dal nulla e sega la sua assistente in due…

Però c’è il trucco!

Lo sappiamo tutti, che c’è il trucco.
Ma noi forse non siamo così disperati da voler rubare la scena al prestigatore.

———————————————————-
*Questo post avrebbe dovuto andare in linea domani.
Poi, per una di quelle curiose coincidenze che capitano, ieri la ia vicina di cella, la Clarina, ha postato una cosa sul suo blog che è maledettaente vicina a ciò che avevo in programma per domani, per cui ho pensato di anticipare il post e modificarlo leggermente (ad esempio, aggiungendo questo cappello introduttivo, che poi è diventato una nota a pié pagina)

** Di fatto, è come se avessi fatto continuare l’orogenesi Alpino-Himalayana qualche centinaio di migliaia di anni in più.

*** E no, maledetti bullonari e smanettatori di pistole – se dico che il Thompson del cattivo è caricato a pallettoni, non è un errore. Davvero esistevano modelli del Tommy Gun che incameravano cartucce da caccia calibro .12.
E vi dirò di più, ce l’ho messo non solo perché è spaventosamente divertente e dannatamente spettacolare, ma proprio per prendervi in contropiede.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

10 thoughts on “In tram lungo Nanjing Road*

  1. Ah, come siete sensibili 😛

  2. I tian shan così orientali che effetto avrebbero avuto sull’espansione kirghiza?

  3. Non ne ho la più pallida idea.

  4. Hai perfettamente ragione.
    Il bullonaro estremo – non me ne voglia nessuno – è un po’ stucchevole.
    Lo dice uno che apprezza il citazionismo di marche, di nomi specifici, e anche la sana documentazione in fase di scrittura.
    Però le licenze “poetiche” ci stanno e sono sacrosante. Come nei film, fin quando non si esagera.
    Ho letto recensioni di certi noti blogger bocciare un libro di 500 pagine perché venivano citate non so quali spade che in quell’epoca storica si chiamavano in modo diverso e bla bla bla.

    Poi, una cosa che mi chiedo sempre è la seguente: ma su mille lettori a quanti frega del nome specifico di una spada, o di sapere che è del 1580 piuttosto che del 1600?
    Non è un’istigazione all’errore volontario, bensì una manifestazione d’affetto per l’elasticità mentale (questa sconosciuta).

  5. Fai quello che ti pare, non preoccuparti delle critiche “a priori”. Non vedo l’ora di leggerlo e di vedere il film che sicuramente ne tireranno fuori rovinandolo

  6. Concordo in via generale, però mi irrito quando, anziché giocare deliberatamente con i fatti e le distanze a fini narrativi, un autore dissemina la sua storia di svarioni, improbabilità e vaghezze per documentazione lasca. Un romanzo non è una tesi di laurea e guai se comincia a sembrarlo, e poche cose zavorrano letalmente una storia come la sensazione che l’auore stia cercando di cacciarci dentro ogni singolo dettaglio conosciuto all’umanità. Però – e non so se questo faccia di me una bullonara – non riesco a leggere con equanimità una storia in cui Annibale scrive con una penna d’oca, e poi definisce un ragazzo rapito e ricomparso un figliol prodigo, e poi pensa al passaggio degli Appennini come a un’ordalia, e poi, e poi, e poi… C’è differenza tra l’andarci con mano leggera e giocosa e non aver le idee chiare, don’t you think?

    E poi perdona, ma devo fare un microrant in fatto di anacronismi psicologici, che – specie quando sono perpetrati per amore del politically correct – mi rendono idrofoba. Ecco, fine del microrant.

  7. @laClarina
    No, per essere bullonari devi sapermi dire a memoria che calibro incamerasse la Taisho 14.

    Quelli che citi sembrerebbero errori – come dire che un delfino è un pesce.
    E d’altra parte non c’è quella vecchia faccenda di quale strano serpente sia il coccodrillo…?
    Ha avuto un certo successo, quella storia.
    Anche lì, quindi, bisogna valutare un sacco di cose.

    La faccenda del figliol prodigo è interessante – perché è lecito ipotizzare che l’antichità pre-Cristiana avesse una espressione equivalente… qualcosa che indicasse un concetto affine.
    Idem per l’ordalia.
    Magari la chiamavano “la prova suprema dell’ardimento” o forse avevano una parola che presa in altro contesto significava qualcosa di diverso, chessò “forno a legna”.
    Ma a questo punto, visto che sto scrivendo nella mia lingua e non in Cartaginese stretto, è lecito che io vada a cercare l’espressione che serviva a segnalare lo stesso concetto di “figliol prodigo” o di “ordalia”, ed usi quella nella mia storia, e poi ci metta una nota a pié pagina per spiegare al lettore che si tratta di una espressione che i cartaginesi usavano correntemente per significare “figliol prodigo” oppure “ordalia”, e che in altro contesto poteva avere a che fare con la panificazione?

    Qui si tratta, io credo, di valutare sui due piatti della bilancia l’autenticità e l’economia.
    Ciascuno sceglie ciò che preferisce – io direi che nella narrativa d’avventura l’economia ha la precedenza sulla autenticità, ma si tratta di una regola empirica, apertissima a infinite eccezioni.
    Lo sai come sono io con le regole.

    Poi naturalmente ci sono quelli in gamba – Lyon Sprague de Camp scrisse The Wheels of If, una storia in cui i normanni non invasero mai le isole britanniche, usando solo vocaboli della lingua moderna di derivazione sassone o latina.
    Ma de Camp era un ingegnere.
    E non oso immaginare come se la cavò chi tradusse quella storia in italiano – ammesso che sia mai stata tradotta.

    Sulla coerenza psicologica ti rimando al post di giovedì – ci sarà da ridere anche lì.

  8. C’è un fatto: se leggendo di figliuoli prodighi e ordalie devo sobbalzare, battere le palpebre e dirmi “Ma cribbio…” allora l’autore mi ha persa per strada. Ha lasciato che la mia incredulità sospesa franasse sul pavimento con rumore di semolino tiepido. Mi ha eiettata fuori dalla sua storia. Se succede una volta, pazienza. Se succede due volte, be’, pazienza ancora. Se a pagina due ho capito che è così che funziona perché l’autore usa deliberatamente un linguaggio moderno per raccontare la sua storia antica, it might or might not be my cup of tea, ma va bene. Se succede qua e là in ordine sparso e accidentale, senza l’ombra di un motivo, allora no.
    Quello che mi aspetto, indipendentemente dalla proporzione di autenticità ed economia, è un senso generale di efficacia, purpose e coerenza.

    E adesso aspetto giovedì con impazienza.

  9. Oh, perfetto!

    Quello che mi aspetto, indipendentemente dalla proporzione di autenticità ed economia, è un senso generale di efficacia, purpose e coerenza.

    Sì esattamente!
    In realtà parliamo della stessa cosa in due lingue diverse – per questo non ribatto che se non è economico non è efficace 😛

    Alla fine, e sono daccordissimo, potrebbe essere una scelta stilistica.
    Di solito la scelta stilistica la distingui dallo svarione perché lo svarione è una-tantum.
    Come il treno a vapore ne Il Signore degli Anelli.
    Come i bambini di una antichissima civiltà aliena definiti “stoici” dalla Le Guin.
    Come il crociato che sguaina la spada e dice al suo avversario “Vile marrano!” (non ricordo il titolo del film – forse era la traduzione… )

    D’altra parte, i pedanti perfezionisti che su una sola sbandata annientano una storia, a mio parere, sono infinitamente peggio di chiunque abbia scritto la storia annientata.

    Certo, ci sono casi diversi – come John Dickson Carr che non conosce la differenza fra Monossido di Carbonio e Anidride Carbonica, mandando a gambe all’aria un intero romanzo.
    Ma lì è solo scarsa documentazione – non aver fatto il lavoro a monte.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.