strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Persone & Personaggi *

15 commenti

Personaggi.
Cura e manutenzione dei medesimi.
Argomento pelosissimo.
Cominciamo allora con qualcosa di completamente diverso.

Sì, esiste un destino peggiore…

Nel 1992, mentre ero a Londra per studio, un mio amico, in maniere che non voglio neanche iniziare ad analizzare, mise le mani su un mio dischetto del PC (li ricordate, i vecchi 3&1/2?) sul quale era salvato il materiale di un progetto che avevo lasciato a metà durante l’estate del ’91.
C’erano diversi file di testo, un po’ di appunti, una mezza bibliografia, ed una ventina di pagine, diciamo un primo capitolo molto tentativo, e che non mi convinceva granché.
Lui lo scambiò per una storia completa (di nuovo, in maniere che non voglio neanche iniziare ad analizzare), ne stampò una ventina di copie, e le fece circolare fra tutti coloro che anche solo lontanamente avevano sentito menzionare il mio nome.
E se non lo avevano mai sentito, beh, anche.
Scoprii la cosa quando, rientrato in patria, l’assistente del mio medico della mutua (!!) mi disse, con aria tremendamente circospetta, che aveva letto il mio racconto e che le era anche, ehm, piaciuto.

Disorientamento ontologico?
Blocco dello scrittore?
Paura da palcoscenico?
Imbarazzo terminale?
Furia omicida?
Sì.

Ma è meglio di così.
La mia storia interrotta avrebbe voluto essere una commedia avventurosa (segno che già da quella gamba zoppicavo vent’anni or sono), con una coppia di personaggi che battibeccano furiosamente attraverso disavventure, inseguimenti, colpi di scena.
Una commedia romantica hawksiana, ho scoperto poi che le chiamano.
Le prime maledette venti pagine, che avevo scritto più che altro per testare i due personaggi e la loro chimica, erano perciò soprattutto dialogo; uno scambio di battute, fitto e molto ritmato, attraverso il quale delineare i due caratteri e definire la loro relazione.
Come ho detto, non era che mi piacesse molto, il risultato, ma c’erano delle buone battute, ed avevo scoperto per conto mio certi trucchi nella gestione del dialogo che parevano funzionare e che uso ancora oggi.

Ma torniamo a noi… perché è meglio di così?

Tentare di emulare personaggi dell’immaginario può nuocere gravemente alla salute. Anche se apprezziamo lo sforzo…

Perché quel tale, dopo aver stampato e pubblicato il mio lavoro urbi et orbi, decise anche che il protagonista maschile di quelle pagine gli assomigliava da impazzire, anzi, era proprio basato su di lui… talmente tanto basato su di lui, che prese ad adottarne gli stilemi, il tono e il modo di esprimersi.

Flash forward di dieci anni – e mi capita di leggere un brano di Michael Moorcock sul profondo imbarazzo che prova di solito, alle convention ed alle sessioni di autografi, nel trovarsi davanti qualcuno vestito come Elric, o come Corum.
Diavolo, se lo capisco!

Perché le battute e l’atteggiamento che sulla pagina funzionavano, poco e in maniera confusa, certo, ma funzionavano, trasferite nella realtà addosso a quell’individuo obnubilato, erano assolutamente insopportabili.
Il personaggio che ne veniva fuori era orribile, irritante, petulantissimo, greve, assolutamente privo di classe, con tutto il fascino sottile di un attacco di crampi notturni e molto meno simpatico**.

Perciò – cos’è che li fa funzionare?
I personaggi, intendo, non gli individui obnubilati…
Ragazzi, non ne ho la più pallida idea.
Ma ho qualche teoria.

Primo – è molto facile uscirne bene quando sei amico dell’autore.
Il personaggio lavora all’interno di una storia.
Il lettore non dovrebbe accorgersene, ma ogni elemento della narrativa lavora per far risaltare le qualità dell’eroe, e ogni tratto dell’eroe lavora per far avanzare la storia verso la sua ineluttabile conclusione.
Quindi, è possibilissimo che un personaggio che nella realtà apparirebbe odioso, sulla pagina risulti fantastico – perché sulla pagina tutto è al suo servizio.
Harry Flashman?
Doc Savage?
Sherlock Holmes?
Appunto.

Secondo – la tridimensionalità è sopravvalutata
Il personaggio non è reale, è plausibile.
Ci sono quindi aspetti della sua persona che non ci sono – non che non vengono mostrati, o che restano nel file che ci siamo costruiti per svilupparlo.
Proprio non ci sono.
Il problema, con le persone reali, è che ciò che ci arriva, in termini di comunicazione, nelle relazioni interpersonali, è tutto lo spettro, mentre sui personaggi narrativi lo spettro è discontinuo. Ci sono elementi della personalità e della persona che non trasmettono; ed al contempo l’interferenza dei diversi personaggi è sempre chiara, armoniosa e focalizzata, i diversi segnali sono in sintonia, si amalgamano con la perfezione di un quartetto d’archi  (che invece quando ci son più di tre persone a discutere nella vita reale, degenera in una cosa orrenda).
Per questo appiccicare un atteggiamento che sulla pagina o sullo schermo funziona alla vita reale comporta sempre risultati orribili.

Dannato gnomo da giardino…

Terzo – essere, non fare
Questo conta nella vita come sulla pagina.
Il mio eroe non fa l’avventuriero – è un dannato avventuriero.
Il mio scopo, quando scrivo, è convincere il lettore (senza bastonarlo con un eccesso di informazioni, ma con eleganza ed economia, come in un gioco di prestigio), che il personaggio è davvero ciò che si propone che sia.
Poi, ok, posso avere personaggi che sono parodie, macchiette, un nome e un tic per mezza pagina, e poi via, non li vedrò mai più – ma devo essere estremamente prudente anche in questo.
Il personaggio deve essere vivo.
Per cui, al limite, arrivati a un certo punto avrà dei buoni motivi per comportarsi in maniera imprevista – e con un discreto margine di confidenza, è bene che questo succeda, ma non bisogna né sforzarsi di ottenerlo, né pianificarlo (pianificare sviluppi non pianificati? Ma dai…), né opporsi in maniera troppo violenta.

Tutte e tre queste considerazioni cascano sulla questione della coerenza citata due giorni addietro, specie della coerenza storica e psicologica (o culturale) di certi personaggi.
È forte la tendenza, specie in un certo pubblico, a cercare personaggi che si conformino alla nostra cultura ed alla nostra sensibilità corrente.
Non vogliamo gli antichi romani – vogliamo i nostri vicini di casa vestiti con la toga.
Non vogliamo i pirati elisabettiani – vogliamo quelli visti al cinema.
OK Tarzan, ma che sia pronto a entrare in contatto con la parte femminile della sua personalità (questa non è mia, è dei vertici Disney).

Ricordo l’anima candida che in rete lamentò l’eccessivo uso di espressioni volgari e di violenza in “Ash”, di Mary Gentle *** – che essendo ambientato fra mercenari rinascimentali, una bella dose di blasfemia e turpiloquio, oltre che di violenza (peraltro sempre rappresentata come traumatica) proprio non credo possa evitarla.

Anche qui, tuttavia, resta il problema – pur non condividendo la teoria diffusa (ed io credo ridicola) che il passato sia quel luogo popolato di persone orribili che facevano cose esecrabili sottoscrivendo filosofie inammissibili, dobbiammo ammettere che una aderenza assoluta al dato storico potrebbe portarci a creare personaggi ingestibili.
Perché è vero che non devono essere simpatici al lettore, ma solo interessanti – però un po’ di simpatia non guasterebbe.
Dove tagliare, allora?
E cosa tagliare?
È possibile far entrare delle sensibilità occidentali e moderne in un personaggio appartenente ad una cultura medioevale, rinascimentale o esotica, in maniera plausibile, manipolando la sua storia personale, ad esempio?
Il fatto che il mio eroe sia stato schiavo epoi sia sfuggito ai suoi catturatori, basta a far sì che pur facendo il pirata sul mare oceano, egli sia contario alla schiavitù ed alle leggi arbitrarie che la sostengono?****

E si torna alla questione della regolazione dei nostri equalizzatori personali – come autori e come lettori.
Ma ne riparleremo, ammesso che a qualcuno interessi.

—————————————————————————-

* Questo post avrebbe dovuto uscire, in forma diversa, venerdì mattina.
Poi, lunedì, il mio vicino di cella Alex Girola ha postato qualcosa di affine e complementare sul suo blog.
Questo mi ha spinto a riscrivere ed anticipare il mio post.
Credo ne farò anche una seconda parte, magari per sabato.

** Ammesso che possa interessare, l’individuo in questione continua ancora oggi a comportarsi come il personaggio di una storia abortita che io abbozzai vent’anni or sono. Semplicemente, ora quando mi incontra per strada finge di non vedermi.
Una cosa tra l’altro che il mio personaggio non avrebbe mai fatto.

*** Avrebbe dovuto leggere “Grunts!”, della Gentle.

**** Captain Blood!

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

15 thoughts on “Persone & Personaggi *

  1. Ottimo e illuminante pezzo! Un capitolo di manuale di scrittura! La gestione dei personaggi, specie quelli seriali, può essere difficile, ma è anche divertente, perché spesso porta a (in)seguire l’eroe di turno uscito dalla propria penna. A volte mi capita (ma io non faccio testo come scribacchino!) che i mie poliziotti reagiscano in modo strano o abbiano battute inconsulte; a quel punto non so che fare, se lasciarli andare a briglia sciolta o castrarli e addomesticarli. Una cosa mi sto chiedendo in quest’ultimo periodo: ma perché non ci sono eroi (o personaggi principali) fisicamente brutti? non dico dall’aspetto repellente (tipo il gobbo di notrtedame o frankestein o simili); parlo di persone “normalmente brutte” come se ne incontrano tutti i giorni per strada. Anche nei film tutti i personaggi sono nella norma della bellezza e gli eroi sono tutti bellissimi. Ma in che mondo vivono gli sceneggiatori e quelli dei casting?

  2. … ah, certamente che sono interessato al seguito dell’articolo. Per ora, questo l’ho copiaincollato su un foglio word, quindi aspetto il prossimo!

  3. D’accordissimo su tutto, ma quando invece a volte capita il contrario, che da una persona reale si crei un personaggio, di solito il risultato è ottimo 😀

  4. Temistocle, sugli eroi brutti, parliamone…
    Una certa idealizzazione è comprensibile.
    Al cinema, è vero, credo che i volti standardizzati abbiano rimpiazzato in molti casi i volti interessanti di una volta – ma chissà, saranno solo cambiati i canoni estetici.
    In narrativa, qualcosa c’è – sto leggendo le storie di James Enge che hanno per protagonista un gobbo, e qua e là saltano fuori personaggi meno che attraenti in un sacco di libri.
    Più che altro, credo, l’orda dei belloni (e delle bellone) sta travolgendo il mercato per adolescenti.

    Però anche qui – c’è un bel romanzo, credo uscito anche in italiano,che si intitola in originale Sour Sweet, di Timothy Mo, ambientato nella Chinatown di Londra negli anni ’60.
    Il protagonista si trova obbligato a sposare una donna che, essendo alta e slanciata, snella, con un volto magro e gli zigomi prominenti, viene considerata per i canoni tradizionali, di una bruttezza imbarazzante. Di fatto a noi appare molto attraente (e da qui l’autore sviluppa tutto un gioco ironico).
    Quindi, i canoni estetici sono un’altra cosa da maneggiare con cura.
    I gusti cambiano.

  5. @Domenico
    Certo – magari ti fanno causa, ma il risultato è ottimo.
    Credo sia proprio perché passando dal reale all’immaginario, passi da un surplus di dati ai dati essenziali.
    Facendo viceversa, cerchi di coprire la realtà con una coperta immaginaria troppo corta.

  6. Ottimo articolo.
    Leggendolo così, facendo finta di non conoscerti, ne dedurrei che inventarsi e caratterizzare un personaggio è complicato e arduo, ma anche meno cervellotico di come dicono tanti.
    Discorso che si riallaccia al tuo post di martedì, tra l’altro. Aderenza al contesto storico, verosimiglianza nel linguaggio, nel modo di vestire, magari pure nei dettagli fisici (medioevo: statura in media bassa, denti marci, lerciume), ok ma, per Dio, datemi prima di tutto un personaggio che funziona. Che diverte e che si fa ricordare.

    I soloni dei manuali, tanto per citarli ancora, puntano invece a personaggi levigati su una verosimiglianza totale (anche quando si tratta di esseri inesistenti, che so, elfi, fate o vampiri), ma ciò che ne risulta sono di solito dei tizi freddissimi che parlano come robot, con battute cesellate alla virgola, ma proprio per questo poco spontanee e troppo artificiose.

    Sulla tridimensionalità invece dissento in parte. Nel senso che ad alcuni dei miei personaggi (a seconda della storia narrata) mi spiace dare spessore psicologico anche con dettagli apparentemente insignificanti. Ma sinceramente non so se quanto ho appena detto va contro quel che sostieni tu 😛

  7. Io sono dell’idea che il personaggio debba essere meglio caratterizzato possibile, non necessariamente più caratterizzato possibile – la faccenda della tridimensionalità è un’illusione.
    Nel senso che il mio personaggio inventato non sarà mai “tridimensionale”, sarà sempre a due dimensioni e mezza.
    M’interessa a questo punto avere i dettagli che servono a portare avanti la storia e, fatta salva la coerenza, il resto lo si gestisce a braccio.

    Ci sono in circolazione dei moduli con le domande alle quali rispondere per caratterizzare un personaggio.
    Basta cercarli, si trovano.
    Google, con “Character Development” come stringa.
    A seconda dei casi trovi le 10 domande, le 45 domande, le 100 domande…
    Si arriva anche a 400 domande.
    “Gli piacciono i marshmallows?”
    “Dorme prono, supino o di fianco?”

    E queste non me le sono inventate, eh…
    “Come reagirebbe se dovesse perdere l’uso di un arto?”
    Io credo sia una follia.

  8. Sì, beh, detta così è una follia.
    Mi ricorda certi tizi…

  9. Bel post in coppia con quello sulla aderenza ai fatti dell’altro giorno 😀

    Per quel che riguarda i personaggi la mia idea è che i personaggi sulla carta funzionino come gli attori in teatro.
    Quando dopo una rappresentazione teatrale raggiungevo gli attori nei camerini per fare complimenti o per un autografo mi lasciava sempre perplessa vedere come era “in realtà” il loro trucco.
    Sul palco la loro pelle e i loro lineamenti sembravano naturali poi però visti da vicino con la luce normale i loro visi erano totalmente trasfigurati dal trucco.
    Ecco io credo che i personaggi sulla carta si comportino esattamente così.
    Finchè sono sulla carta “funzionano”, appaiono naturali, plausibili. Ma se visti con le luci reali sono assolutamente irritanti.
    Te lo immagini nella vita vera uno che gli telefoni per fare quattro chiacchiere e ti racconta di come gli riesca tutto bene o che abbia sempre qualche avversità da superare?

    Per quanto riguarda le mille domande relative ad un personaggio sono d’accordo con te.
    Poste così senza un piano o un progetto possono essere assurde.
    Tuttavia ho sperimentato che quando davvero hai un personaggio insipido alcune domande possono farti riflettere e far ripartire l’immaginazione per caratterizzarlo.
    Magari non usi il fatto che gli piacciano i marshmallows ma il doverci pensare ti porta a immaginare che cosa effettivamente gli piaccia mangiare e magari questo suggerisce qualcosa in più per la storia.
    Verosimilmente qualche contrattempo in più.

    E secondo me lo stesso vale per la documentazione di cui parlavi l’altro giorno.(scrivo qui il mio commento qui che l’altro giorno non ho fatto in tempo)
    Non è importante che la conta dei chilometri sia giusta tuttavia documentarsi in modo meticoloso moltissime volte mi ha aperto la strada a sviluppi inaspettati e graditissimi nella storia.
    Dover gestire le cose come sono veramente mi ha obbligato a pensare più attentamente e a volte mi ha fornito dei tocchi di originalità che magari non sarei riuscita ad immaginare “a freddo”.

  10. Gran post…che dire…problemi che mi sono posto anche io quando ho dovuto costruire un protagonista maschile/femminile. Più di una volta amici/parenti hanno cercato/voluto trovare analogie con conoscenti. A volte era perfino vero….non sempre 😉

  11. Sapevi, vero, che sarei piombata come un lanario sulla questione dell’anacronismo psicologico – aka Sindrome della Bambinaia Francese? Lanario ritardatario, ma piombo. Bear with me…

    Allora, diciamo pure che un personaggio abbia delle plausibili ragioni per essere contrario alla schiavitù – o qualsiasi altro orrendo orror de’ secoli passati. La mia reazione allergica sorge se e quando l’autore, anziché presentare la faccenda come una motivata idiosincrasia di un personaggio all’interno di una cultura in cui mascalzoni e brava gente alike la pensano diversamente, ritrae la Bambinaia Francese (in compagnia di altri eventuali benpensanti) come l’unica brava e sveglia persona sulla piazza, mentre chiunque la pensi come la si pensava all’epoca è di necessità malvagio e/o stupido.

    Capisco che il “ponte” tra il lettore e l’epoca è cosa buona e giusta – ma, appunto, un ponte, non una spanna di asfalto su qualsiasi senso di prospettiva storica…

    E so benissimo che personalmente non hai il minimo briciolo d’inclinazione per l’asfalto, ma mi sono sentita chiamata in causa, e er… 🙂

  12. @laClarina
    Ti aspettavo, e sai benissimo che la penso lungo linee molto simili.
    Come dicevo sopra, devo avere un buon motivo per … aha, giustificare sarebbe la parola sbagliata… per rendere coerente un comportamento anacronistico.
    Che poi l’anacronismo, come autore, mi serva per manipolare il lettore e rendergli simpatico l’eroe (o odioso il malvagio) è una cosa che riguarda me – il lettore deve semplicemente poter dire (qualora ne abbia l’inclinazione), beh, ok, è completamente fuori dal tempo, ma ha i suoi motivi.
    Oppure dire, che diamine! è completamente fuori dal tempo! Come è possibile? per poi vedersi spiegare l’apparente contraddizione mano a mano che la storia procede e la storia e le vicende del personaggio vengono disvelate.
    Poi, certo, casi di Bambinaia se ne trovano a bizzeffe – ma è semplicemente scrittura sciatta, propensione per le soluzioni veloci, scrittura mirata ad un pubblico che probabilmente certe scelte le apprezza.
    O, e questo mi preoccupa, una tendenza orribile a vedere il passato come un luogo in cui solo pochi individui illuminati la pensavano esattamente come noi 😀

  13. Che devo dire? Pet Peeve. Però m’inquieta quando lo vedo usare – spesso, troppo spesso – nella narrativa per fanciulli, con l’evidentissima intenzione di rendere la cosa edificante. E comunque non è limitato allo YA, e non sempre si capisce dove finisca la sciatteria e dove cominci la soapbox. È una forma di predicazione narrativa che mi rende idrofoba… ma forse s’era vagamente intuito, vero? 😀

  14. Vagamente, sì.

    Quello dell’autore-predicatore è un problema.

    Se ne è parlato in passato su questo blog quando ho commesso il Reato di Leso Crichton (l’autore, non il tipo di Farscape) – io i predicozzi di Crichton sul fatto che qualunque sviluppo scientifico o tecnologico avrà certamente conseguenze nefaste lo trovo insopportabile, e lo etichetto come difetto della sua narrativa (e il fatto che certi predicozzi venissero inseriti ad arte previa “sponsorizzazione” di elementi estranei, è per me un’aggravante inammissibile).

    D’altra parte immagino che per la mente obnubilata di qualche orrido cavernicolo retrogrado là fuori, le serie, circostanziate ed articolate osservazioni sulle meraviglie del progresso nei libri di quei grandi autori che io ammiro e leggo con piacere, possano risultare fastidiose o “preachy”.
    Poveri deficienti.
    😀

    Questo per dire che c’è anche una forte componente di sensibilità, gusti e cultura personale.
    Certo, quando anche io comincio a trovare eccessivi i predicozzi ambientali di Kim Stanley Robinson (autore che peraltro idolatro), allora vuol probabilmente dire che il buon Kim sta davvero esagerando.

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