strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Come un Iceberg

4 commenti

Si era detto altre cose sui personaggi.
Già.
Che poi alla lunga, sai la noia.

E quindi, affidiamoci a quelli in gamba.

Se l’autore vede una parte più ampia della storia di quanto alla fine non racconta, questo rafforza la storia. Fa sì che il personaggio sembri più reale.

Questa è di Roger Zelazny*, da una lettera del 1986, riguardo al suo classico “Una Rosa per Ecclesiaste”, dall’edizione NESFA di Threshold**.

Ora si dirà che questa è la scoperta dell’acqua calda, ma considerando che esiste chi si fa versare 200 euro da giovani ottenebrati per insegnar loro …

L’ispirazione: come viene, come cercarla, come svilupparla. ***

… beh, allora direi di tenerci stretta l’osservazione gratuita di Roger Zelazny, berci un chinotto alla sua memoria, e cercare di ragionarci sù.

Allora – quando scrivo non devo dire tutto quello che so.

Non è che Zelazny se la sia inventata.
La chiamano la Teoria dell’Iceberg, e il responsabile è il pescatore di tonni, giornalista ed occasionalmente scrittore Ernest Hemingway

Se un autore di prosa sa abbastanza di ciò che sta scrivendo può omettere cose che conosce e il lettore, se l’autore scrive con sufficientemente onestà, percepirà quelle cose con la stessa forza che avrebbero se l’autore le avesse esplicitate. La dignità nel movimento di un iceberg è data dal fatto che solo un ottavo di esso si trova al di sopra dela superficie. Un autore che omette cose solo perché non le sa crea spazi vuoti nelal propria scrittura.

Vai così.
Credo siamo finalmente oltre il trito, spesso reiterato, ampiamente incompreso e stupidamente popolare show-don’t-tell.
La forza di ciò che scrivo risiede non in ciò che racconto, non in ciò che mostro, ma in ciò che sottende la mia narrazione, che è lì e che il lettore deve percepire, non farsi cacciare in gola con un cucchiaio lungo.
Bello.

Il che mi porta a pensare alla risposta che John W. Campbell (personaggio che mi piace, ma fino a un certo punto) diceva di Robert A. Heinlein (personaggio che non mi piace, ma solo fino aun certo punto).
Quando gli chiedevano cosa avessero le storie di Heinlein in più rispetto a tutti gli altri, campbell rispondeva…

Feelings

Che se lo traduco, si spezza.
Perché non vuol dire solo e semplicemente sentimenti.
Significa anche e soprattutto una trasmissione non verbale di sensazioni, di conoscenze non codificate.
Il che non fa di Heinlein un maestro zen, certo, ma il principio è simile.

Se te lo devo spiegare, non lo capirai.

Confuso, eh?
Però, ala fne, io credo che il trucco sia proprio questo – partendo da un’idea molto semplice ed operativamente abbastanza chiara e definita (non dire tutto ciò che sai), si deve imparare a comunicare al lettore più della soma delle parole sulla pagina.
Serve esperienza.
Leggere.
Scrivere.

Puoi omettere qualsiasi cosa, posto che tu sappia che la stai omettendo, e la parte omessa può rafforzare la storia, e far sì che le persone sentano qualcosa di più di quanto leggono.

Sembra facile.
Richiede lavoro.
Esperienza.
Un sacco ma proprio un sacco di errori.
Forse per questo le formulette come show-don’t-tell hanno più successo.

————————-
* Che stranamente nel nostro paese soffre da anni di una stampa pessima – lo odiano, di solito perché è maledettamente in gamba e lo dimostra senza fatica.
Credo la responsabilità sa da cercare in certi critici di fine anni ’70, inizio anni ’80 – lo fecero anche con altri autori e autrici.
Terra bruciata.

** Il che mi dà anche modo di lodare sperticatamente l’edizione NESFA dei racconti completi di Zelazny, annotati e con commenti del’autore.
Colossale.

*** Sì, sì, ci faccio un post, la settimana prossima, ok.
Tanto per fare gratis un discorso che credo sia criminale fare a pagamento, specie in certe maniere.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

4 thoughts on “Come un Iceberg

  1. Secondo me l’errore è confrontare le due cose. Quel “feelings”, che viene dagli errori, dall’esperienza, da una capacità acquisita di sapere cosa lasciare e cosa togliere, non è confrontabile con la regola “show-don’t-tell” che, idealmente, si colloca all’inizio del percorso di un aspirante scrittore, ovvero quando studia le basi.
    La metafora dell’iceberg rende molto bene l’idea di profondità di una storia che il lettore può percepire oltre a quanto è raccontato.

  2. Mi sono spesso chiesto come mai, da queste parti, si spara sempre a zero sul buon Roger. Una cosa incomprensibile. Per il resto, pur senza essere uno scrittore, sono d’accordissimo e soprattutto finalmente ora ho chiara una sensazione che prima era latente – lo show don’t tell è esso stesso una punta d’iceberg. Ci vuole il “sotto” di Zelazny, Hemingway o Heinlein.

  3. Da queste parti blog, no – a me piace molto Zelazny.
    Da queste parti Italia, ah… io credo fosse inviso ad un paio di editor/editori, ed ho letto spesso articoli critici in cui lui, Moorcock, Tanith Lee e alcuni altri venivano presentati come il segno che il fantastico era morto.
    E in effetti, quando edito in Italia, Zelazny è stato spesso trattato malissimo (d’altra parte tradurlo è un lavoro pesantissimo – farlo da sottopagati e in tempi stretti dev’essere davvero l’inferno).

  4. Anche mal tradotto il buon Roger mi ha sempre inchiodato alla pagina. Unaltro dei suoi meriti

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