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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

L’autopubblicazione di testi accademici

11 commenti

Come forse sapete – o forse no – ho all’attivo tre saggi autopubblicati e disponibili in rete…

Il Crocevia del Mondo

Il Destino dell’Iguanodonte

Marte

Si tratta di agili volumetti lemuriani – vale a dire saggi (relativamente) brevi, su argomenti diversi, fra scienza, storia, e avventura.

E sì, già che ci siamo, qualora doveste leggerli e vi dovessero piacere, potreste sempre offrire una granita al limone all’autore usando il sempre efficiente Bottone di Paypal.

In questo modo, capirete, l’autoproduzione di ebook mi permette di soddisfare due delle tre necessità vitali dell’autore di saggi:

a . ho migliaia di lettori adoranti
b . ho forzieri colmi di dobloni d’oro

Ciò che manca, per rendermi completamente felice e soddisfatto di me stesso, è naturalmente il rispetto e l’approvazione dei miei pari, dell’establishment accademico.

O, per dirla in altre parole, sarebbe bello se i miei agili volumetti contassero qualcosa in termini di curriculum.
Su questo versante, la situazione è ancora piuttosto desolata.

Posso scriverlo, posso auto-pubblicarlo, posso farvelo leggere, posso vendervelo o scroccarvi danaro in altre maniere, ma non posso farlo contare in termini di pubblicazione scientifica.
Al punto che (per fare del paradosso) se qualcuno là fuori prendesse il mio Iguanodonte, ne stralciasse un paio di capitoli e li pubblicasse a proprio nome sul Bollettino Paleontologico di Roccopizzopapero, posto che il Bollettino sia riconosciuto come rivista peer-reviewed, ci farebbe più punti, con quelle venti pagine, di quanti mai io ne farò con l’intero volume autoprodotto.
Punti che valgono in termini di carriera – assegnazione cattedre e assegni, partecipazione a concorsi, graduatorie, eccetera.

Pubblicare qui sopra, naturalmente, risolverebbe tutti i problemi.

Il motivo è molto semplice, e piuttosto chiaro – la pubblicazione accademica (su rivista riconosciuta o tramite un editore riconosciuto nel caso dei volumi), sottintende un processo di peer-reviewing: prima di venire dato alle stampe, il mio lavoro viene letto da alcuni colleghi, che certificano, per così dire, la validità di ciò che scrivo.

Ora, in se e per se, il peer-reviewing è un procedimento sacrosanto ed uno dei grandi punti di forza della comunità scientifica – mi obbliga ad accettare ed applicare certe regole per entrare a far parte della comunità, mi stimola a continuare a pubblicare per restare nella comunità.
Garantisce la qualità del mio lavoro, garantisce che i miei colleghi possano basarsi sul mio lavoro per portare avanti la conoscenza.

Certo, ci sono una marea di critiche al peer reviewing quando questo passa dal mondo immacolato delle idee all’applicazione pratica – ci sono reviewer astiosi che siringano metodicamente i colleghi “concorrenti”, ci sono recensori incompetenti, ci sono tabù, cricche e vendette trasversali; più in generale, col metodo tradizionale i tempi di disseminazione diventano lunghissimi (e ciò è molto male specie nelle scienze mediche – dove avere un farmaco o una terapia in tempi brevi può significare un certo numero di vite salvate), ed i costi sono elevatissimi; l’editoria scientifica è infatti l’unica editoria che riesce ad essere “seria” pur facendo pagare caro e salato tanto chi scrive (al quale di solito si chiede un contributo per la stampa) quanto chi legge (che deve scucire cifre stravaganti per abbonarsi alle riviste se non può usufruire di una grande biblioteca universitaria).
Attraverso il peer reviewing sono passati errori spettacolari, grotteschi, comici e, spesso, tragici.
Ma come la democrazia, si tratta di un sistema imperfetto, ma è il meglio che abbiamo.

Ed è così che se l’editoria scientifica è stata probabilmente la prima a prendere seriamente in considerazione la pubblicazione elettronica (sempre con prezzi assassini), è anche il campo nel quale l’autopubblicazione è praticamente sconosciuta.

O lo era fino a poco tempo fa.

Oggi esiste – e ne ho parlato anni addietro, quando cominciò a farsi sentire – il progetto PLOS, la Public Library of Science, nella quale si possono caricare articoli affinché vengano referati dall’intera comunità.
Ciò garantisce un referaggio estremamente “di fino” (decine di esperti interdisciplinari possono leggere l’articolo e segnalare difetti), tempi estremamente brevi – trattandosi di una cosa fatta da volontari, chi ha il tempo per farlo lo fa subito – ed una vastissima diffusione attraverso il web.
Oggi, la rete PLOS è probabilmente il maggior sistema indipendente di peer-reviewing e diffusione di testi articoli scientifici sul pianeta.

Ora scopro Scitopedia – un e-publisher gratuito per testi scientifici che garantisce il peer-reviewing del materiale pubblicato, grazie al supporto della comunità.
Questo significa che se io traducessi in inglese il mio Iguanodonte, mi iscrivessi a Scitopedia e caricassi il mio manoscritto formattato secondo gli standard internazionali, questo, una volta letto e referato, avrebbe la dignità di un testo pubblicato dal una editrice accademica tradizionale*.

Insomma, lentamente ma inesorabilmente, qualcosa si sta muovendo.
Il ricercatore spiantato ed isolato in un paese del terzo mondo (ehi, non guardate me), con una buona idea, un progetto di ricerca autofinanziato e cinque pubblicazioni autoprodotte, può entrare nella comunità, e giocarsela.

Difetti?
Non dubito che ce ne siano – a cominciare dalla diffidenza dell’establishment scientifico e accademico per certe cose.
Ma sono problemi che si superano, col tempo e la pazienza.
Rispetto al nulla di dieci anni or sono, il futuro sembra finalmente promettente**.

——————————————-

* O quasi – in realtà i saggi lemuriani ricadono nell’ambito della divulgazione scientifica, che è una zona grigia fra l’editoria tradizionale e l’editoria scientifica, e con la quale, anche nell’ambito dei tradizionali sistemi di stampa e diffusione, la questione punti/dignità scientifica è sempre difficile da determinare.
Ma tutto questo fa ben sperare.

** Immagino qualcosa di simile esista per le pubblicazioni accademiche in ambito storico o letterario – ma non ne so granché.
Ci sarà da indagare in futuro.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

11 thoughts on “L’autopubblicazione di testi accademici

  1. Molto interessante! Dei due siti che hai citato, mi sembra che PLOS sia più vicino all’editoria scientifica tradizionale. Hanno dei giornali divisi per tematiche che sono indicizzati su Pubmed, Scopus e compagnia. Scitopedia non mi pare che sia indicizzato e questo, almeno nel mio settore, rende le pubblicazioni praticamente inutili. Purtroppo mi pare che PLOS chieda un contributo per la pubblicazione non trascurabile (1350$ ad articolo) e questo è male: non si paga per leggere ma si paga per pubblicare. L’altra grave pecca è che non mi pare che i giornali di PLOS abbiano un impact factor, altro parametro fondamentale per valutare le pubblicazioni.
    La strada verso un’editoria scientifica più moderna è lunga, ma il fatto che si muova qualcosa è sicuramente positivo.

  2. >Purtroppo mi pare che PLOS chieda un contributo per la pubblicazione non trascurabile (1350$ ad articolo) e questo è male: non si paga per leggere ma si paga per pubblicare. L’altra grave pecca è che non mi pare che i giornali di PLOS abbiano un impact factor, altro parametro fondamentale per valutare le pubblicazioni.

    in realtà tutte le riviste scientifiche ti chiedono di contribuire alla pubblicazione, e 1350$ è nello standard di una pubblicazione con quattro o cique pannelli di figure a colori.

    per quel che riguarda l’impact factor, PLOS ha due tipi di riviste:
    quelle più classiche come PLOS Biology, che sono impattate, e in genere quelle tematiche, che richiedono non solo certezza del metodo ma anche la novità (cme nele riviste scientifiche tradizionali)
    PLOS One, che invece della novità o di quanto sia ficherrimo l’argomento non importa, importa solo che i risultati siano solidi. PLOS One non era impattato, finora, ma si pensa di assegnargli un IF abreve (se non è già stato fatto).

    Dal mio punto di vista, che è quello della ricerca biologica di base, quel che manca è una rivista che pubblichi i risultati negativi. quanti progetti inutili partono solo perchè qualcuno ha già dimostrato che è un vicolo cieco e non è mai riuscito a pubblicarlo? il che comporta in biologia spreco di risorse, ma soprattutto il problema etico di sprecare risorse viventi, se si sta lavorando con modelli animali.

  3. Ovviamente avevo guardato solo One, non trovando l’IF. Gli altri ce l’hanno ed è anche alto. Per quanto riguarda le riviste del mio settore (chimica) il contributo per la pubblicazione non è quasi mai richiesto. Lo chiedono solo per le figure a colori (sul cartaceo) e in alcuni casi per le copertine.

  4. Quella del contributo alla pubblicazione è una delle cose più strane dell’editoria scientifica – e di fatto annulla la possibilità, per un ricercatore indipendente, di pubblicare dignitosamente i propri lavori.
    Se non si ha un budget di ricerca solido, non si ha alcuna visibilità.
    E anche così – io dovrei usare un mese e mezzo di borsa di studio per pubblicare uno degli articoli relativi al mio PhD su PLoS.
    Faccio a metà col tutor? Resta una mazzata.

    Questo oltretutto delinea una suddivisione fra scienza di Serie A (presumo la medicina e le scienze biologiche in prima battuta), e scienza di Serie B (la geologia, perché è la mia bottega, ma anche le altre scienza ambientali), definita sulla base dei finanziamenti alla ricerca, e con una ricaduta diretta sulla disseminazione dei lavori prodotti.
    È orribile.

    E non dimentichiamo che la presunta garanzia di serietà di molte riviste – che spesso viene usata come giustificazione spuria per le spese (“Costa un botto!” “Ma ha un alto impact factor!” – si va erodendo.
    Pago un paio di migliaia di euro, e poi la rivista mi pubblica i grafici capovolti? (è successo)
    pago qualche migliaio di euro, e poi i referee non si accorgono che ho etichettato il DNA di cetaceo come DNA di ominide? (è successo pure questo)

    Parlando di costi di pubblicazione assassini – e di prezzi di abbonamento deliranti – la Elsevier è colpevole di entrambi i crimini, e da anni sta configurando quasi un monopolio dell’editoria scientifica in certi ambiti.

    La faccenda è complicata.
    Si stanno muovendo dei passi minuscoli, e ci sono ancora un sacco di problemi.

  5. >Questo oltretutto delinea una suddivisione fra scienza di Serie A (presumo la medicina e le scienze biologiche in prima battuta), e scienza di Serie B (la geologia, perché è la mia bottega, ma anche le altre scienza ambientali), definita sulla base dei finanziamenti alla ricerca, e con una ricaduta diretta sulla disseminazione dei lavori prodotti.
    È orribile.

    questo è estremamente vero, ma come al solito solo in italia. le borse di studio americane inglesi francesi, oltre al conquibus per mangiare pervodono anche riborsi spese extra (congressi, ma anche spese di pubblicazioni, etc). per cui non hai fatto un tubo, non vai ai congressi perchè non hai nulla da portare, non pubblichi, i soldi non li vedi, essendo un rimborso. devi pubblicare, sei finanziato extra.

    comunque sì, l delineazione si intuisce purtroppo anche solo dal giro di soldi e numero di borse per le rispettive discipline.

    >E non dimentichiamo che la presunta garanzia di serietà di molte riviste – che spesso viene usata come giustificazione spuria per le spese (“Costa un botto!” “Ma ha un alto impact factor!” – si va erodendo.
    Pago un paio di migliaia di euro, e poi la rivista mi pubblica i grafici capovolti? (è successo)
    pago qualche migliaio di euro, e poi i referee non si accorgono che ho etichettato il DNA di cetaceo come DNA di ominide? (è successo pure questo)

    almeno sono errori. ma la serietà è nulla quando raggiungi il “nome”. che vuol dire che sei trendy e le riviste grosse ti telefonano dicendo: “ho un buco per settembre, mi mandi un lavoro?” il tutto a giugno.

    visto succedere. praticamente i revisori hanno chiesto il mondo, e l’editor si è messo in mezzo dicendo, mi fate un po’ di questo e un po’ di quello e va bene così, decidendo lui.

    le riviste High IF generaliste, almeno in campo biologico inseguono al 30% il trendy e il nome, perchè ti portale dovute citazioni, anche se è un lavoro abbozzato o fatto coi piedi, e così ti mantieni alto l’IF.

  6. >MO
    Lo chiedono solo per le figure a colori (sul cartaceo) e in alcuni casi per le copertine.

    idem per la biologia, ma se i grafici li puoi far vedere B/N, con le marcature delle cellule le istologie, come fai? per cui sì il contributo è automatico (e cerchi di fare i pannelli con tutte le istologie, in modo da pagare meno pagine a colori possibile)

  7. [Questo posto si sta riempiendo di biologi… spero niente si metta a strisciare o a riprodursi… :-D]

    @Federico
    Sì, all’estero è meglio.
    Ma anche così, rimane il forte dubbio che il balzello sulla pubblicazione sia proprio solo un modo per lucrarci.
    (ma io sono cattivo)

    Vera anche la faccenda del “nome” – alla quale si associa la faccenda del profilo di gradimento del pubblico: specie per riviste dall’Impact Factor colossale come Science o Nature.
    Se non vende col grosso pubblico, a Nature e Science non interessa.
    I miei foraminiferi su Nature ci potrebbero arrivare solo se riuscissi ad ammaestrarli ed a far fare loro un numero da un musical di Andrew Lloyd Weber… molto difficile, con dei fossili.
    Se lavorassi sui dinosauri, certo, sarebbe più facile (pubblicare su Nature, non ammaestrarli).

  8. per me poi tranquillamente togliere il dubbio è una certezza.

    non so se hai mai letto PhDcomics.com fumetti dal mondo PhD.

    ricordo una quattro cinque pagine su Science vs Nature.

    la cosa che colpiva di più sulle riviste scientifiche è che a ben ragionarci:

    1 tu mandi l’articolo (per cui si presume che il lavoro lo abbia fatto tu) costo giornale 0
    2 loro lo mandano ai revisori, prof universitari che GRATUITAMENTE revisionano c.g. 0
    3 tu rispondi ai revisori (supponiamo vada bene e i revisori te lo accettino) c.g. 0
    4 loro lo impaginano .pdf e mandano le bozze da correggere a TE c.g. 0,3$ (a fare il pdf secondo me meno)
    5 ti chiedono soldi per le figure a colori e per le copie cartacee c.g -2800$ (nel senso che se li prendono loro)
    6 gli altri per leggerlo devono pagare

    neppure lo IOR è ancora arrivato a tanto.

  9. The Ultimate Vanity Press 😀

    E se proprio vogliamo arrivare alla follia, consideriamo che un sacco di riviste accademiche hanno alle spalle fondazioni o istituti che le finanziano con una discreta sommetta.

    Hmmm… mettiamo su una nostra rivista accademica?
    Ci basterebbe conservare le buone pratiche, dimezzare i costi per gli autori, e faremmo soldi a palate… oltretutto facendo un sacco di punti…

  10. Io ci sto. Se serve un editor per l’area chimica fate un fischio.

  11. Potere ai molti , allora! uno delle cose che mi è sempre piaciuta di più di internet da quando ero ragazzina è quella che da stessa la possibilità a tutti.

    Ormai è difficile immaginare quanto poteva essere difficile pubblicare un libro 20 anni fa. Siamo troppo abituati al privilegio del click-paga-pubblica.

    molti dicono che può essere un abbassamento del prestigio e della qualità delle pubblicazioni, sopratutto in ambito scientifico. Io penso che sia un prezzo basso da pagare per avere più libertà di espressione.

    Io lavoro per una casa editrice a pagamento, http://www.thewriter.it, siamo piccolissimi , ma posso essere contenta perchè il nostro modo di lavorare è chiaro.
    Ci mandi il libro in pdf, e ti stampiamo 50 copie cos isbn, rileghiamo a filo refe (ci serviamo di una ditta del sud italia che serve centinaia di case editrici).
    Sento parlare di cifre di migliaia di euro, da noi un romanzo in media costa 3 euro, dunque con 150 euro i nostri autori sono ufficialmente pubblicati, hanno uno spazio web sul sito, e 50 libri a poco meno di 200 euro.
    A me sembra che in questo settore ci siano troppi
    a) gente che specula
    b) servizi impersonali che non speculano ma fanno un pessimo lavoro.

    comunque giuste osservazioni, ho trovato molti spunti per comprendere meglio i miei autori.

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