strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Il ritorno degli Acquanauti

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Vengon fuori strane cose, mentre si cercano indirizzi ai quali spedire dei curricula…

Fu durante la seconda guerra mondiale che Jacques Cousteau cominciò a fare esperimenti con quell’aggeggio che sarebbe poi diventato l’Aqualung – l’apparato per la respirazione subacquea, non il disco dei Jethro Tull.

E tuttavia, da quei tempi gloriosi, meno persone hanno vissuto sotto la superficie del mare in insediamenti stabili, di quante abbiano visitato lo spazio oltre l’atmosfera del nostro pianeta.
Abbiamo avuto più astronauti che acquanauti.
Non che le occasioni siano mancate -a partire dagli anni ’70, una serie di progetti si sono susseguiti, nelle profondità dell’oceano, per valutare la possibilità di stabilire insediamenti stabili.
Ma non ne è venuto fuori nulla.
E se ormai abbiamo apparentemente voltato le spalle all’esplorazione ed alla colonizzazione spaziale, beh, pare che lo stesso valga per l’esplorazione e la colonizzazione subacquea.
Oh, abbiamo una gran voglia di trivellare, di raccattare i noduli di manganese, di sfruttare i giacimenti attorno ai fumatori neri del Medio Atlantico.
Ci scarichiamo molto molto volentieri i nostri rifiuti.
Ma andare a viverci?
Naaa… 

Ma non è scritto da nessuna parte che debba essere per forza così.

Dennis Chamberland è uno scienziato che ha lavorato, fra l’altro, per la NASA, e che ha da tempo immemore una fissa per la colonizzazione dei fondali oceanici.
Fin da quand’era studente ha avviato progetti di ricerca in questa direzione, e da alcuni anni sta lavorando al progetto di Atlantica Expeditions.
Ha fatto un sacco di propaganda al progetto, ed è riuscito a convincere parecchia gente – non solo la NASA e il NOAA, ma anche Jim Cameron, che come è ben noto è un altro con la fissa delle profondità oceaniche,  e una bella fetta del settore privato.
La prima spedizione del progetto dovrebbe prendere il via nell’estate del 2013.

Le motivazioni, i piani, la visione e i progetti di Chamberland sono sintetizzati nel bel volume Undersea Colonies, The Future of Permanent Undersea Settlements – sul quale ho messo recentemente le mani*, con mio estremo piacere (salvo scoprire che, per la dannazione del mio portafoglio, è già uscito un secondo volume).
Un bel libro, di solida divulgazione, con un sacco di idee.

Lo scopo del testo di Chamberland è, dichiaratamente, convincere gli incerti – divulgare presso un pubblico non tecnico la visione di una futura civiltà sottomarina autosufficiente, per dimostrare non solo che si può fare, ma che è necessario farlo, e che sarebbe nell’interesse di tutti se lo si facesse.
Anche di quelli che dicono che loro non ci andrebbero mai, là sotto.
Per questo motivo, per arrivare al pubblico e convincerlo, il dato tecnico è subordinato alla spiegazione – in termini molto chiari, dei problemi e delle soluzioni, delle sfide e delle opportunità.
Chamberland non esita ad usare anche la narrativa, introducendo le vicende di una futura famiglia di coloni.
Ma ci sono anche interviste con “gente comune” per misurarne le reazioni all’idea di trasferirsi qualche centinaio di metri sott’acqua, e un sacco di materiale sul percorso da seguire.

Chiaramente l’opera di un entusiasta che ci vuole convincere – senza rinunciare alla coerenza scientifica, ma senza neanche risparmiarsi ogni possibile forma espressiva del proprio sogno – il libro di Chamberland mi ricorda un altro testo, uscito trentuno anni or sono ed uno dei pezzi più preziosi sul mio scaffale**, quel 2081, A Hopeful View of the Human Future nel quale il profeta delle colonie spaziali Gerard K. O’Neill riassumeva brevemente la propria visione del futuro, e lasciava un autentico testamento ideale per la generazione che aveva creduto nel sogno dell’esplorazione spaziale.
Come O’Neill, Chamberland mescola hard science e fiction***.
Come O’Neill, Chamberland è un sognatore ma anche uno scienziato.
A differenza di O’Neill, Chamberland crede nell’impresa privata come motore del cambiamento (notoriamente, la fiducia di O’Neill nella NASA e nell’azione dei governi venne ampiamente tradita).

Si tratta solo di balle?
Di sogni impossibili, di scemenze, tutt’al più di una buona risorsa per un paio di storie che sto scrivendo?
Chissà.
Di sicuro, gli eventi degli ultimi dieci anni non è che stimolino molto la mia fiducia nei confronti dei profeti del realismo e dei piedi per terra.
Sarebbe bello poter dare ai quasi sette miliardi di esseri umani sul nostro pianeta una sfida che non sia semplicemente arrivare vivi alla pensione, lasciando poi spazio ad una generazione che spenderà la propria vita guadagnandosi da vivere, in un orrendo circolo vizioso.
Viene quasi il dubbio che la nostra civiltà sia così stracca e malandata proprio perché abbiamo dato retta a quei pavidi imbecilli che ci consigliavano di non andare a vedere cosa c’è oltre la collina, di non allontanarci dal fuoco durante la notte, e che avrebbero preferito che non fossimo mai scesi dagli alberi, mai strisciati sulla terraferma dalle paludi.

Eppure, un progetto a lungo termine come l’insediamento di una colonia stabile sulla piattaforma continentale (per cominciare), stimolerebbe la ricerca e lo sviluppo, richiederebbe una evoluzione nel campo dell’ingegneria, delle scienze biomediche e delle scienze ambientali tale da avere ricadute colossali sulla nostra civiltà. A partire dall’industria e dall’economia.
Avrebbe un enorme potenziale economico, ed al contempo sociale, psicologico.
Siamo primati che ricavano piacere dal risolvere problemi – non fatevi infinocchiare dalla pigrizia e dalla rassegnazione che il sistema scolastico vi ha inculcato per convincervi che era meglio se dei problemi se ne occupavano Loro
Sarebbe uno sviluppo necessario ed indispensabile.
Sarebbe bello.
Sarebbe un’avventura – per generazioni dei nostri discendenti.
Ci darebbe nuovamente uno scopo che vada al di là della Guida TV della settimana prossima.

Sarebbe sexy.

Sarebbe anche pericoloso?
Probabile.
Ma da qualche parte abbiamo creato un sistema iperprotettivo che vuole risparmiare ai nostri ragazzi l’orrore traumatico del telegiornale, dei cartoni animati giapponesi e dei supereroi gay, ma che considera ok per loro l’occasionale coma etilico, e per i sopravvissuti, preventiva alcuni decenni di annientamento morale ed intellettuale a svolgere lavori squalificanti che una macchina farebbe comunque meglio.
Non sarebbe meglio allora rischiare, con giudizio, per qualcosa che vale la pena?
Insomma, pericoloso?
Dannazione, respirare, è pericoloso – ogni respiro che tiriamo potrebbe essere l’ultimo.

Si tratta solo di un sogno?
Sognare è gratis, cantavano i Blondie.
E nessuno ha il diritto di dirci che i nostri sogni non valgono nulla.

————————————–

* Per chi fosse interessato, è disponibile in formato kindle per il prezzo di una pizza margherita.

** Ma è prezioso per motivi affettivi – questo lo si trova usatissimo a un centesimo tramite il solito Amazon, e vale dannatamente la spesa di spedizione.

*** E mi piace molto questa commistione di divulgazione standard e narrativa al fine di raggiungere nella maniera più vasta e profonda possibile il pubblico generalista.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

15 thoughts on “Il ritorno degli Acquanauti

  1. Il titolo del post mi aveva fatto venire in mente un personaggio di Segretissimo degli anni 70, una specie di 007 subacqueo che si muoveva su di sottomarino sofisticatissimo e viveva sempre in immersione

  2. Ci sta tutto – “acquanauta” è il termine coniato da Cousteau proprio per indicare coloro che avrebbero vissuto e lavorato prevalentemente in immersione.
    L’autore dei romanzi che citi probabilmente aveva letto un po’ di roba del Comandante…

  3. Coi documentari di Cousteau ci sono cresciuto… una delle numerose fonti di ispirazione per HydroPunk, senza dubbio! Grazie per le segnalazioni, trovo sempre interessanti i testi che trattano di colonizzazione subacquea. Città sottomarine nel futuro? Non mi è mai parsa un’utopia 😀

  4. Ad oggi neppure i cinesi ci stanno pensando agli insediamenti di profondità, la summa delle idee è rimasta alle proposte finanziate da Thiel. Sempre e comunque rimaste allo stadio di progetto, almeno fino a quando non troveranno abbastanza sottoscrittori. Abbandonare il concetto di frontiera, dovunque essa si trovi, parla di una società stagnante e in declino.

  5. Sarei la prima ad andarci a vivere in una città sottomarina, però voglio anche poter fare escursioni all’esterno, non stare rinchiusa come in un sommergibile. C’è la questione della pressione dell’azoto, ma se uno vive costantemente alla pressione del fondale marino non dovrebbe essere un problema passare da dentro le abitazioni a fuori.
    Ci vorrebbe una bella tutina isolante contro la dispersione del calore corporeo, però sottile e sexy, non come quelle brutte mute in neoprene 🙂

  6. Sull’abbandono del concetto di frontiera, a voler essere cospirazionisti si potrebbe pensare che ci sia tutto l’interesse a farci sentire come topi in trappola, pronti ad accettare qualsiasi misura per salvare la baracca (che quindi sarebbe l’unica che abbiamo…) 😉

    @Cristiano: ottima memoria, il Tigre di Ken Stanton era il leader degli Acquanauti e fu pubblicato regolarmente su Segretissimo. Pugnali subacquei a go-go ! 🙂

  7. Ricordo all’ inizio degli anni Settanta, non solo Costeau, ma molti altri erano convinti che l’ unica maniera per combattere la sovrapopolazione sarebbe stata la creazione di colonie sottomarine.
    Un altro sogno che poi i “pavidi ” di cui si diceva prima hanno infranto.:(

  8. Che poi, alla fine, i freni sostanziali sono tre (e sono gli stessi per la colonizzazione spaziale)
    . l’innovazione
    . la spesa
    . il rischio

    Si noti che il rischio si può ridurre aumentando spesa e innovazione.
    Che l’innovazione si può accrescere aumentando la spesa.
    Che la spesa si può ammortizzare coi ricavi dell’innovazione.

    Eppure qual’è il principale tema dell’opposizione a questi progetti?
    Si potrebbe usare quel danaro per risolvere problemi più pressanti.
    Il che è probabilmente vero, ma poi comunque non è mai stato fatto.

    Alla fine, il punto era semplicemente che arricchirsi coi soliti metodi affossando la nostra civiltà era molto meno laborioso.

  9. Così a pelle, ho la sensazione che, dovendo scegliere, preferirei emigrare in una colonia sottomarina che in una colonia spaziale… but never mind.

    E dal punto di vista narrativo, l’idea è davvero così poco sfruttata come sembra a me, o è solo un’altra delle mie lacune? Mi viene in mente una serie americana davvero bruttina che si chiamava Voyage To The Bottom Of The Sea, con questa gente che esplorava… you guessed it: i fondali marini a bordo di un supersupersupersottomarino – e per lo più ci trovava fantasmi, alieni, bestie impreviste e l’occasionale scienziato pazzo…

  10. Voyage to the Bottom of the Sea?!
    Irwin Allen!!
    Però sì, l’idea era buona, l’esecuzione di una banalità orripilante.
    Poi c’era SeaQuest… ma anche quella forse è meglio dimenticarsela.

    Ci sono parecchi film (di solito ci era implicato Irwin Allen), tutti eminentemente dimenticabili – che spesso rispolverano il solito capitano Nemo. Ma anche lì, sono decenni che non ne esce uno nuovo.

    In termini di romanzi, ci sono un paio di cose di Allen Steele (una anche uscita in Italia) e i romanzi di Peter Watts – che sono assolutamente eccellenti e si possono anche scaricare gratis in ebook con la benedizione dell’autore (da questo sito – http://www.rifters.com/index.htm ).
    Mi viene in mente poco altro.

    Ah, beh, sì, c’è il concorso HydroPunk… ( http://minuettoexpress.blogspot.it/2012/06/hydropunk-drowned-century-bando-del.html )

    Io personalmente trovo l’ambiente sottomarino molto più interessante quando ho voglia di scrivere Hard SF.
    C’è più varietà, c’è più materiale, e si tratta di una frontiera infinitamente più vicina.
    E poi è più o meno contiguo con il mio ambito accademico.

  11. Grazie per il cenno a Peter Watts, che non conoscevo e di cui mi sto procurando un paio di libri. Tra l’altro, curiosando sul suo sito, ha avuto delle vicende di salute veramente degne di un biologo scrittore di fantascienza, Non posso immaginare niente di più orrorifico neanche a voler scrivere un racconto:

    http://www.rifters.com/crawl/?p=1838

  12. E non ho messo il link al post con le foto della sua gamba perchè ho avuto un mezzo svenimento quando le ho viste

  13. Watts è anche famoso per essere stato malmenato dalla polizia americana al confine col Canada, perché non ha eseguito i loro ordini in maniera abbastanza veloce e solerte.

  14. C’è una frase di Arthur Clarke che è riecheggiata nella mia mente dopo aver letto questo post: Può anche darsi che questa nostra bella Terra non sia nient’altro che un breve luogo di sosta fra il mare di sale dove siamo nati e il mare di stelle dove ci avventureremo. Inoltre, mi chiedo se tu abbia mai letto “Voci di Terra lontana”, del suddetto autore…

  15. c’erano immagini assolutamente pulp e a tema che mi giravano in testa da un’epoca lontana dell’infanzia… immagini estremamente cool di un personaggio in tutina rossa metà uomo e metà pesce con dei desiderabilissimi per il meme stesso 6enne stivaletti idrojet moolto fashion.
    E gira che ti rigira ecco che san g mi risponde:
    http://it.wikipedia.org/wiki/Marine_Boy
    “Marine Boy
    In un prossimo futuro l’umanità ha ormai esplorato a fondo e conquistato gli oceani del mondo, stabilendo ottimi servizi per lo sfruttamento e la ricerca di risorse tramite comunità sottomarine.” addirittura il primo anime a colori!!
    Cme al solito, nel ricordo il design era milioni di volte meglio… a volte i ricordi dovrebbero rimanere tali.

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