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I Sovrani delle Stelle

8 commenti

In prospettiva, il lavoro su Capitan Futuro, se garantì a Edmond Hamilton una certa sicurezza economica, ne segnò la carriera letteraria in maniera meno che lusinghiera.
Capitan Futuro era narrativa a formula, nella sua forma più grezza – l’eroe, con la sua squadra di assistenti improbabili (i Futuremen – un robot, un androide, un cervello in scatola), che affrontava un misterioso avversario che in ciascun romanzo lo avrebbe intrappolato, e lui sarebbe per tre volte riuscito a fuggire prima della conclusione finale.
Quello, e il pessimo giudizio consegnato ai posteri da H.P. Lovecraft sulla prosa di Hamilton, hanno fatto sì che negli ultimi anni soprattutto, questo autore ed i suoi lavori migliori siano un po’ passati nel dimenticatoio.

E tuttavia c’è molto di buono nel catalogo di Edmond Hamilton, e se la trilogia di StarWolf rimane probabilmente uno dei momenti più alti della produzione hamiltoniana (e in quel periodo confuso in cui la fantascienza cominciava a ragionare su se stessa), io ho sempre avuto una grande simpatia per John Gordon, e per la serie dei Sovrani delle Stelle.
Per tutta una serie di buoni motivi.

Ah, già – quanto segue conterrà degli spoiler. Se non avete letto I Sovrani delle Stelle e Ritorno alle Stelle, se intendete leggerli, e se temete che quanto segue possa rovinare il vostro godimento di queste opere, beh… andatevene.
Tuttavia stiamo parlando di fantascienza pulp degli anni ’40 – posso davvero rovinarvi la sorpresa?

I Sovrani delle Stelle è del 1947.

John Gordon, americano qualunque reduce dalla guerra (pilotava un bombardiere) e impiegato come assicuratore, sente le voci.
Il che non è che lo faccia dormire tranquillo (vorrei vedere voi).
Poi, si risveglia in un corpo che non è il suo.
Cosa diavolo…?
È semplice (nel momento in cui conoscete la soluzione) – Gordon è stato oggetto di uno scambio mentale con il futuro; il contratto è semplice: lui passerà un certo periodo nel corpo di Zarth Arn*, scienziato, storico e secondogenito dell’Imperatore della Galassia, mentre Zarth Arn userà il suo corpo per condurre ricerche storiche nel ventesimo secolo.
Bello liscio**.
Peccato che l’imperatore muoia, l’erede legittimo venga messo fuori combattimento da un attentato, e mentre la guerra civile minaccia di esplodere, John Gordon si ritrovi a dover sedere sul trono, e salvare la galassia.
E gestire la donna che si suppone dovrebbe sposare – per motivi meramente politici.

Non fate quella faccia.
Certo che è Il Prigioniero di Zenda!
Hamilton non ha nessuna remora a soffiare la trama al romanzo di Anthony Hope, e giocarci per tutto ciò che vale.
E gli viene anche abbastanza bene.

Nel classico sviluppo della storia, Gordon e la bella Lianna di Fomalhaut (sì, lei possiede un sistema solare) si innamorano perdutamente, solo per essere separati dalla sorte avversa.
Che poi, sorte…
Salvata la Galassia, Gordon si prende una bella pacca sulla spalla e viene rimandato a casa, nel proprio corpo, a domandarsi se sia stato tutto un sogno psicotico.

Come di solito accade, nella lettura di questi romanzi il vero piacere deriva più dal viaggio che dal raggiungimento della destinazione – il futuro impero galattico creato dai terrestri attraverso millenni di conquiste è uno spettacolo variopinto, eroico ma decadente, esotico come la corte di Ming il Crudele e infinitamente complicato se siete semplici assicuratori newyorkesi.
E al di sopra di tutto questo polpettone (divertentissimo) di eroismo, battaglie spaziali, amori impossibili e superscienza, torreggia la figura di Shorr Kan – il cattivo.
Il primo, ed a lungo l’unico, a capire che chi lo fronteggia non è chi dice di essere, l’unico a tributare a John Gordon il rispetto che merita per ciò che è e non per ciò che si suppone che sia, l’unico a cogliere la colossale ironia dell’intera faccenda.
Shorr Kan è elegante, ironico, fa battutine sexy alla fin troppo abbottonata Lianna, e si abbandona volentieri a considerazioni filosofiche su come la sua genialità ed il suo pragmatismo, la sua accurata pianificazione, siano stati cortocircuitati dalla casuale presenza, nel posto sbagliato al momento sbagliato, dell’uomo sbagliato.
Recriminazioni, forse, ma col sorriso sulle labbra.
Poi muore.

Molti anni dopo, negli anni ’60, Hamilton tornò ad occuparsi di John Gordon, in un secondo romanzo intitolato Ritorno alle Stelle.

Sono passati un paio d’anni dagli eventi del primo romanzo.
John Gordon è in cura da uno strizzacervelli.
Non solo, infatti, ha un buco di memoria piuttosto esteso, non solo ha dei ricordi di avventure impossibili in luoghi e tempi improbabili, ma quelle memorie gli impediscono di godersi la sana vita tranquilla dell’assicuratore nell’America del dopoguerra.
Il futuro che ha (ovviamente) immaginato, è molto meglio della vita di tutti i giorni.
Da parte sua, lo strizzacervelli è convinto di aver beccato l’alienato definitivo, lo schizofrenico assoluto, e gongola cinicamente  immaginando articoli, libri, conferenze, premi, riconoscimenti.
Poi John Gordon scompare.
La spiegazione, ancora una volta, è semplice: Zarth Arn ha perfezionato la sua macchina, e ha trasportato Gordon nel futuro, mente e corpo, affinché possa ricongiungersi ai suoi veri amici.
Però…
Come dire…
Ecco…
Qui, col suo corpo, nessuno l’ha mai visto.
La Galassia, ufficialmente, l’ha salvata Zarth Arn.
Molti si domandano chi sia il tipo strambo che sta sempre insieme al principe.
Quei pochi che lo conoscono lo sottovalutano, lo considerano un simpatico turista, un primitivo inutile.
Lianna appare freddina, e sostanzialmente lo scarica, sostenendo che lui avesse più nostalgia dell’impero stellare che non di lei.
Le faccende di stato al centro delle quali si è trovato proprio malgrado da impostore, ora gli sono precluse.
Quando infine una minaccia colossale sembra nuovamente sul punto di travolgere la galassia, gli viene detto che, sì, ok, bravo, ora torna al tuo posto e lascia fare a noi.
John Gordon è assolutamente, definitivamente alienato – e non molto felice, di conseguenza.
E la galassia è in pericolo.

Solo uno si schiera con John Gordon, senza esitazione – Shorr Kan (ma no, che non era morto! Ma credete proprio a tutto?), ora alleato dei nuovi cattivi, che non esita a dare un benvenuto cordialissimo a Gordon, farsi una bella risataccia allo stato delle cose, tradire i propri nuovi padroni e ad allearsi col suo vecchio (ex-)nemico, per salvare l’universo e poter fare ancora un paio di battute lascive a Lianna.
Così, perché gli individui che sanno come girano le cose davvero, dovrebbero aiutarsi a vicenda.

Ritorno alle Stelle è quindi la storia dell’eroe sottovalutato che si incazza, si allea col cattivo del romanzo precedente, e insieme i due salvano l’universo, che l’universo lo voglia o no, alla faccia di tutti, come puro gesto di rivalsa ed affermazione personale.
Perché io valgo, se volete.
Poi, ok, alla fine Gordon riconquista la sua bella e Shorr Kan scappa coi soldi, ma è un trionfo.

Chiaro segno della progressiva disillusione di Hamilton nei confronti dei cliché eroici della sua fantascienza (StarWolf sarà la parola finale sull’argomento), il ciclo dei Sovrani delle Stelle si chiude con un improbabile ma gustoso crossover con il ciclo di Eric John Stark, Stark and the Star Kings, scritto a quattro mani da Hamilton con la moglie Leigh Brackett.
L’incontro di due cinismi e di due disillusioni, se vogliamo, di due visioni mature della space opera che da lì a poco sarebbe stata dichiarata morta***.

Nel ciclo dei Sovrani delle Stelle vediamo prima svilupparsi e poi incepparsi progressivamente l’idea dell’eroe eroico e del comprimario cinico che fa da controcanto, offrendo una visione pragmatica della situazione.
Il romanticismo è sopravvalutato.
Quando tocca rimboccarsi le maniche, come dice il poeta

Hot licks and rethoric
Don’t count much for nothing

I Sovrani delle Stelle è anche, è bene ricordare, un piccolo condensato di tutto ciò che significa essere lettori di fantascienza.
Gordon difende il potere dell’immaginazione nei suoi dialoghi con lo psicologo, afferma il diritto all’avventura nelle sue imprese  galattiche, rivendica una sorta di rispetto per i geek con la sua ultima avventura.
John Gordon è uno di noi.
————————————

* I più attenti ricorderanno forse un Conte Zarth Arn (interpretato da Joe Spinell) come cattivo del classico (a modo suo) Starcrash, di Luigi Cozzi; tributo a Hamilton, o il segno che anche a Cozzi quel bellimbusto spaziale di Zarth Arn stava sommamente antipatico?

** L’idea è rubatissima – proprio da una storia di Lovecraft, The Shadow Out of Time… poi sfido che il gentiluomo di Providence si inalberava.

*** Ma come nel caso di Shorr Kan…

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

8 thoughts on “I Sovrani delle Stelle

  1. Uh… Il Prigioniero – be’, no: il Rapito di Starzenda! Anzi: Lo Spostato Temporale di Starzenda… 🙂
    Mi sa tanto che a Shorr Kan devo dare almeno un’occhiatina… Sounds like a villain after my own heart.

  2. Hamilton è uno dei miei grandi rimpianti, nel senso che ho adorato le sue storie e mi manca oggi qualcuno che sia così serenamente sfacciato e pronto a divertirsi alle spalle dei seriosi barbogi guardiani della letteratura. Golden Age? Forse non era così luccicante ma era divertente.

  3. Le batutine sono facili.
    Ma Hamilton anche qui aveva già anticipato i suoi detrattori – stiamo parlando dell’uomo che scrisse e pubblicò (con discreto successo) The Three Planeteers.
    E chi indovina da dove rubò la trama, vince un piccolo Richelieu di marzapane.

    Comunque i due romanzi sono consigliatissimi – in italiano si trovano certamente battendo le bancarelle, in originale mi pare esistano anche in ebook.
    E checché ne dicesse HPL, la prosa di Hamilton, al di fuori dei romanzi scritti un tanto al chilo, aveva un suo perché, un suo certo stile, al servizio della visione progressivamente sempre meno romantica dell’autore.

  4. Angelo, siamo in due a sentirne la mancanza.
    La Haffner sta ristampando tutto Hamilton ma a prezzi assassini.
    E non vedo, purtroppo, un erede della sua sfacciataggine e del suo coraggio – Walter Jon Williams, su temi e ambientazioni diversissimi, ha fatto di quando in quando qualcosa di paragonabile (come quando ha giustiziato il cyberpunk con “Aristoi”), ma un vero erede, purtroppo, non c’è.

  5. mi hai proprio incuriosito. lo cercherò.
    grazie!

  6. Forse mi sbaglio, ma ho la sensazione che I sovrani delle Stelle sia rimasto più nel cuore dei lettori italiani che non in quello dei lettori americani.
    Forse perché è stato uno dei primissimi volumi pubblicato da Urania nei primi anni ’50?

  7. Possibilissimo.
    Gli americani hanno fatto il monumento (meritato) a StarWolf, ma il resto è relativamente passato nel dimenticatoio.

  8. Mi unisco anche io al gruppo di nostalgici di Hamilton.

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