strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Flessibili come querce

16 commenti

Cominciamo con una storia vera.
Solo i nomi sono stati cambiati, per proteggere gli innocenti.

La storia comincia una quindicina di anni or sono, quando un annuncio compare nei soliti posti in cui compaiono gli annunci di lavoro – un’azienda torinese cerca un perito (meccanico o elettronico) che parli il cinese mandarino, per seguire un lavoro in Cina.
Al colloquio si presenta un giovanotto con un bel diploma di perito, proprio quiello che serve, conseguito due anni prima con una ottima votazione.
Il simpatico uomo dell’ufficio personale gli rivolge un sorrisino di superiorità, e gli dice che sì, bello, ma a loro serve un perito che parli cinese.
E il giovanotto gli presenta un libretto universitario, dal quale risulta essere iscritto a lingue orientali, di studiare Cinese e Giapponese, e di aver già dato due esami di cinese e due di giapponese.
Il sorrisino dell’uomo del personale si incrina lievemente, me è un attimo.
“La sua impostazione ormai è troppo umanistica,” gli dice. “A noi serve un tecnico.”
Il giovanotto viene rimandato a casa.
Una settimana dopo l’azienda assume un ingegnere meccanico, al quale paga un corso accelerato di cinese*.

Ora, i motivi dietro al comportamento di quel responsabile del personale erano probabilmente vari e complicati – e sostanzialmente stupidi – ma ciò che mi interessa è l’implicazione di quell’osservazione finale.
Se per dieci anni hai riparato biciclette, e poi per un anno fai il panettiere, non sarai più in grado di riparare biciclette.

Che è – qualora ci fosse bisogno di ribadirlo – un approccio estremamente semplicistico e fasullo all’esperienza ed alle competenze.

E l’impressione che attualmente il nostro sistema produttivo – il mix di realtà aziendali, mercato del lavoro e apparato legislativo relativo – sia profondamente incapace di valutare, amministrare, gestire le competenze, a meno che queste non siano di una semplicità e di una staticità assolutamente improbabile e, visto lo stato dell’economia, suicida.

Ciò che il mercato del lavoro non è in grado di gestire è la pluralità di competenze.
Si è cercato, in qualche modo di ovviare al problema con la ipercertificazione, con la professionalizzazione di ogni attività, ma il peso della struttura burocratica è tale che l’apparato esiste, ma non è in grado di operare**.

D’altra parte, una assoluta deregulation sarebbe impensabile, giusto?
Se chiunque potesse presentarsi per un dato posto di lavoro, e venire valutato – come? – sulla base di ciò che sa fare, indipendentemente da pezzi di carta e altri certificati, sarebbe il caos, giusto?
O no?

Se bastassero i curricula?
Se bastasse una documentata esperienza rispondente alle richieste – come il mix di diploma e due esami universitari nel caso di esempio qui sopra…?

Certo, a quel punto forse ci servirebbero dei curricula onesti – e non gonfiati, riempiti di sciocchezze e presentati nella ferma convinzione che “tanto non lo legge nessuno”.
E ci servirebbero dei responsabili del personale capaci di valutare il personale, non di svolgere una analisi grafologica della domanda d’assunzione.
E servirebbe, a livello decisionale-amministrativo, una classe di imprenditori e amministratori capaci di capire davvero la flessibilità, capaci di scelte coraggiose, capaci di fiducia nei confronti dei dipendenti.

Il resto – un sistema fiscale in grado di garantire il gettito ma che non strangoli chi svolge lavori atipici***, dei contratti flessibili veramente flessibili, uno shift culturale tale che il saltare da un lavoro ad un altro non venisse più percepito come marchio d’infamia ma come provata capacità…
Il resto verrebbe da se.

Basterebbe semplicemente smettere di aggrapparci a questo potente, irrazionale, pervasivo desiderio di essere nel 1958 – dovuto probabilmente al fatto che chiunque sia in un posto nel aquale si può fare una differenza, nel 1958 aveva 18 anni, e chi non prova nostalgia per i propri 18 anni?

Insomma, non capiterà.
Il meccanismo è stato spaccato da decenni di pratiche pessime, e un sacco, ma proprio un sacco di cose estremamente eccitanti che si potrebbero fare, garantendo sviluppo e lavoro, non si faranno semplicemente perché chi è in grado di immaginarle non ha la possibilità di farle, e chi ne ha bisogno, non se ne rende conto, e comunque non riesce ad immaginarle.

Peccato, eh?
——————————————–
* Oggi, arriverebbe un ragazzo madrelingua cinese, con il diploma di tecnico come richiesto, e non ci sarebbe più nulla di cui sghignazzare.

** In questi giorni i giornali parlano di come le pratiche per l’apertura di un bed & breakfast siano diventate così costose e ponderose da rendere questa semplice iniziativa imprenditoriale un assurdo. L’ambito è diverso, ma l’effetto è il medesimo.

***perché, esistono ancora lavori tipici?

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

16 thoughts on “Flessibili come querce

  1. “uno shift culturale tale che il saltare da un lavoro ad un altro non venisse più percepito come marchio d’infamia ma come provata capacità”

    Questo è un aspetto che cerco di evidenziare anche io, quando si parla di queste cose. Ci stiamo iper–specializzando per cosa? Va bene la specializzazione, ma credo fortemente che anche la capacità di adattamento e cambiamento sia importantissima, in tutti i contesti, in special modo quello lavorativo.

    Ma ovviamente, siamo messi male.

    Ciao,
    Gianluca

  2. Mah, in realtà, nel resto del mondo, l’iperspecializzazione – fuori da ambiti molto ristretti – è una cosa di una decina di anni or sono.
    L’iperspecializzazione è un vicolo cieco – non lascia spazio al cambiamento, che pare essere l’unica costante.
    Il proliferare degli studi interdisciplinari (che qui da noi sono ancora un’eccentricità) è un indice di come le barriere specialistiche stiano saltando.

  3. Hai descritto in parole semplici e con poche righe l’incubo nel quale si trova il nostro paese per colpa di chi nel 1958 ( e ,volendo essere ancora più cattivi ,potremmo risalire anche al 1948) aveva 18 anni e che non ha voluto capire che nel frattempo il mondo non era più suo, ma che in teoria, sarebbe dovuto diventare di tutti quelli a cui, sempre nel frattempo il tenero virgulto che nel 1958 aveva 18 anni, ha obbligato a diventare lavoratori atipici, distruggendogli ogni speranza di futuro.
    Un Nick inc…come una bestia !

  4. Sono cose su cui sto ragionando da qualche tempo.
    “Il meccanismo si è rotto” è il riassunto più efficace, purtroppo.
    Le colpe sono di tutti: di una classe dirigente che non sa dirigire (né scegliere), di una percorso, quello dell’inserimento al lavoro, che opera in termini kafkiani, e infine anche di tutta una generazione che, come dici tu, bara malamente.
    Bara sui CV, sulle compentenze, sul percorso universitario.

    Come io e te dicevamo in altri lidi si dovrebbe tornare a pensare in termini di vita reale.
    Se ho bisogno un falegname prenderò chi sa (e vuole) fare questo lavoro, anche se è “troppo qualificato”.
    Se ho bisogno di un architetto lo assumerò, senza scegliere il geometra amico del figlio di mio zio, che ha metà competenze rispetto al neolaureato ma che posso sottopagare.
    Purtroppo mi pare tutto troppo utopico. La flessibilità è una scusa per sbattere la gente in strada, punto e basta.
    E poi parliamo anche di questa cosa: dove sta scritto che a 45/50 un lavoratore non è più spendibile?
    Ma come, la vita si allunga e noi consideriamo “morto” un cinquantenne in buona salute e magari in possesso di una lista di esperienze da far impallidire?

    Il meccanismo si è rotto.

  5. Mi spiace per l’incacchiatura, Nick – la condivido, ma non era mia intenzione causare cattivo sangue nei miei lettori.
    Ciò che io trovo assolutamente snervante è l’incapacità del sistema di rinnovarsi – i giovani quando arrivano in posizioni di responsabilità, adottano i sistemi e il pensiero dei nonni.
    È folle.

  6. Amen, Alex.

    Ma a questo punto, se vogliamo, c’è un altro aspetto interessante (e che fa incavolare) – lo so io, lo sai tu, lo sappiamo tutti che è rotto.
    Perché nessuno di quelli pagati per ripararlo lo sta riparando?

  7. Non ho una risposta scientificamente valida.
    Diciamo che siamo il paese del tirare a campare, e fin quando Studio Aperto ci farà vedere le spiagge piene e le file davanti ai provini dei talent show, ecco, allora in molti avranno l’illusione che in fondo, dai, a fine mese ci arriviamo lo stesso, quindi inutile cambiare le cose.
    Poi l’italiano è quello che ha sempre un cugino che può mettere una buona parola, o al limite la mamma che prende la pensione di reversibilità. Se ci si accontenta di andare a Ostia per quest’anno va bene così, poi magari a settembre vediamo. O anche no.
    E intanto chi dovrebbe cambiare le cose, si adatta senza lamentarsi.

  8. Sembra comma 22: serve un tecnico che parli il cinese, ma se parli cinese non sei un tecnico!

  9. @Davide: Chi è pagato per riparare, ha interesse che quei soldi continuino ad arrivare. Se riparasse, il lavoro sarebbe finito per lui, e quindi non avrebbe altri introiti facili. Invece è molto più facile e remunerativo rimandare, inventando qualcosa che tenga buono il popolo e faccia credere che tutto sommato si stia davvero lavorando per riparare quel meccanismo.

  10. Ragazzi quanto cinismo 😀
    Io credo sia piuttosto un consolidarsi dei ruoli – per cui chi deve prendere le decisioni, si sente in dovere di prendere le decisioni di ieri, per tenere buone ipotetiche fasce dell’opinione pubblica.
    Oppure, chissà…
    Di sicuro, il cambiamento è meglio pilotarlo che subirlo.
    Negarlo, è semplicemente criminalmente suicida.

  11. Lavoro in una grande impresa di costruzioni che (badate bene, non è un dato trascurabile) lavora e fattura per più dell’80% all’estero. Bene, tre anni fa, trovandomi oltrecortina (RUSSIA), mi si presenta l’occasione per lavorare negliuffici centrali della società. L’Impresa cercava una persona giovane, ma non di primo pelo, cui fare svolgere un incarico per il quale la mia laurea e le mie specializzazioni autarchiche erano esattamente rispondenti alla bisogna. Ma, ecco il fatidico ma, durante uno dei 3 (tre) colloqui per la mia asunzione, un dirigente tecnico di alto livello, che poi sarebbe divenuto il mio super boss, osservando il mio CV, ha commentato ironicamente il gran numero di Società presso cui avevo lavorato, osservando che, con uno come me, rischiavano di venir meno i presupposti per l’instaurazione di un duraturo rapporto profesionale. A suo dire, la mia “colpa” (?) di aver cambiato in media ogni 2 anni lavoro, non dava sicurezza circa il fatto che io rimanessi in Impresa tanto da affezionarmi e quindi di far carriera. Per farla breve, sono stato poi asunto, ma mi è rimata una domanda tra me e me. Come è possibile spiegare, se non pensando a un provincailismo professionale, cieco, arretrato e a suo modo bigotto, che una persona che ha fatto anni di estero, che lavora in una ditta che lavora perloppiù all’estero, trovi anomalo che una perona per arrivare a fare quello che gli piace, abbia avuto l’ardire di cambiare più volte lavoro?
    Abbastanza regolarmente volo negli USA per lavoro e lì vedo che CV di gente che cambia molte volte lavoro, non necessariamente viene etichettata come un paria o un elemento anomalo. In generale si scava nella persona valutando la sua motivazione allo svolgere quell’incarico, dopodichè, le sue esperienze passate vengono valutate come il segno positivo di un cervello attivo, che si è dato da fare per incrementare conoscenza professionale e posizione economica. In poche parole vengono valutate come un potenziale valore aggiunto, non come un difetto.. Questo è anche il motivo per cui, generalmente, nei paesi angliosassoni, una persona ultracinquantenne, è considerata tesoro di conoscenza profesionale e quindi perfettamente vendibile sul mercato del lavoro. Magari anche solo pensando di utilizzarla come trainer di una giovane leva. Da noi no. Da noi sei un rottame in disarmo, un paria scomodo di cui prima ti liberi meglio è. In compenso, perfetti idioti (professionali e umani) solo perchè hanno un CV tipo “fidelity card”, vengono portati come esempio di rettitudine e di bravura, quando non sanno (e non sto esagerando, ve lo assicuro) neanche come si fa a formattare una cella di excel. In Italia, il meccanismo non solo si è rotto (il che presupporrebbe una sua riparazione potenziale, in quanto lascia ad intendere che il meccanismo esiste ancora), ma si è direi dissolto. Valori umani e professionali svaniti. La cultura del “i giornali hanno frainteso le mie parole, non ho mai detto nulla del genere” si sono incuneate nel modo di vivere quiotidiano per cui lealtà, onestà, capacità critica, palle nel difendere le proprie opinioni, si sono perse nel nulla. Il paradiso in terra non esiste, ma soffro davvero quando vedo che,comunque, oltrealpe, la qualità della vita profesionale (e non) è comunque indiscutibilmente migliore. Aspettarsi una valutazione professionale seria in italia è come partecipare al programma SETI: altamente probabile che si verifichi un contatto…ma a patto di apettare per un periodo lungo… infinito.

  12. Ciao, Andrea, e ben trovato.
    (peccato che per farti commentare sul mio blog sia stato necessario un post tanto amaro)

    Hai dato uno spaccato abbastanza preciso di quella che è la situazione per un professionista qualificato in un ambito di lavoro demenziale.
    La questione della fedeltà e della lunga durata del rapporto è una palla che sta nel campo del datore di lavoro – è lui che deve darmi le ragioni per restare, gli incentivi, la fiducia.
    Ma fare un discorso del genere, del tipo “anche l’azienda deve fare la sua parte”, rischia di farti bollare come pericoloso komugnista.

    È l’intero meccanismo che è andato fuori allineamento, come una trottola che sta perdendo velocità.
    Il fatto che ci appaia migliore la situazione all’estero è un sintomo feroce – perché all’estero, come osservi giustamente, non sono certo rose e fiori.
    Ma qui è peggio.
    Oggettivamente.
    E noi che magari vorremmo cambiare rotta, non riusciamo ad avvicinarci ai comandi.

  13. @Davide: A furia di vedere gente che parla di cambiare, ma poi non muove un dito, sono un tantino prevenuto contro coloro che appunto dovrebbero riparare. 🙂

  14. no, non credo che si sia rotto un ingranaggio.
    l’ingranaggio non ha mai funzionato, non è mai stato aggiustato. solo, fino alla metà degli anni settanta c’erano abbastanza soldi in giro da nascondere il fatto che la macchina non funzionava, e poi c’è stata un’onda lunga, lunghissima, che si è infranta sullo scadere del millennio.
    dagli anni ottanta quelli che si sono resi conto dell’andazzo ne hanno approfittato per guadagnare il più possibile, consapevoli del fatto che non c’è alcun futuro.
    adesso la gente si trascina e finge che la situazione sia sopportabile. ma è solo questione di tempo.
    appena saranno erosi i piccoli privilegi dei dipendenti pubblici (ferie, mutua, stipendio fisso… SONO privilegi) e sarà raggiunta la massa critica degli scontenti, saranno cazzi da cagare. per gli scontenti, è chiaro, perché i soliti noti staranno ad osservare i fuochi d’artificio dalle loro terrazze.
    non c’è nessuna via d’uscita.

  15. ferie mutua e stipendio fisso mi risultavano essere diritti, non privilegi.
    non capisco come l’apertura mentale necessaria a far si che la flessibilità (vitale nell’ambito dei professionisti qualificati) abbia una qualche utilità che vada oltre al flettersi a piggrecomezzi da parte dei professionisti stessi sia per forza vincolata alla rinuncia ai diritti da parte di quella che un tempo era solita esser definita classe operaia. il fatto che il sistema economico capitalista faccia acqua non impone di tappare le falle coi metodi su cui lo stesso sistema si fonde, anzi.
    ma io sono un pericoloso sovversivo comunista, perdipiù appena rientrato da una settimana di ferie. e faccio il tifo per i lemuri, anche se l’ipotesi-procione mi affascina dopo aver visto una certa foto, tempo fa ;).
    lasciatemi perdere.

  16. Il meccanismo del mercato del lavoro, come quello del welfare, ha funzionato fino a quando si è potuto rimandare i problemi a un periodo successivo. I decenni di svalutazioni competitive e incremento smisurato del debito pubblico hanno concesso di poter fare a meno di riforme serie dopo gli anni ’70. Da allora solo pezze, per lo più incomplete. Era incompleta la riforma Treu, scompagnata e disordinata la porcheria che hanno attribuito alla memoria del fu Biagi, parte fondata sulla sabbia l’iniziativa di questo governo di super tecnici. Tutto perché manca il coraggio, merce infrequente come il Nobelio, all’interno della classe dirigente. La quale, peraltro, è espressione precisa di un sistema economico-finanziario di serie Z.
    Sfoghi a parte, sono proprio i periodi di crisi come questo che fanno scoppiare le bolle e lasciano a nudo tutti gli errori di questo sistema. A tutti i livelli. Non sono solo le aziendine che non ce la fanno, ci sono anche zombie come Montepaschi che ha acquisito più Tremonti-bond di quanto capitalizzi in borsa (tecnicamente è fallita). Eppure Mussari, che ha portato Montepaschi alla situazione attuale, è stato confermato al vertice dell’ABI per acclamazione.

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