strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Il miglior gioco in città – 1. Scrivere

11 commenti

OK, due post storti suggeritimi da due brevi conversazionia avvenute via web nell’ultima settimana.
E comincio con un disclaimer – immagino che per chi non è interessato a scrivere i post in cui si parla di scrittura siano noiosi almeno quanto quelli nei quali si parla di lettura sono noiosi per chi non è interessato a leggere.
Per buona misura, i due post storti saranno uno sulla lettura, e uno sulla scrittura.
Ma è meglio di così.
E forse riuscirò a svelare anche qualche ben custodito segreto di qualche oscura conventicola di incappucciati.
Per cui magari questa volta non vi annoierete granchè.

Ma andiamo con ordine – oggi cominciamo col post sulla scrittura.
Beh, ok, non esattamente sulla scrittura.
Diciamo allora un post sulla periferia della scrittura.
Sulle tangenziali, le stazioni di servizio e le piazzole di sosta che circondano la scrittura.
Sulla campagna nella quale sfumano gli edifici ed i capannoni della scrittura.

La faccenda comincia più o meno così…

Se c’è una cosa che piace da impazzire a chi scrive è lamentarsi di quanto siano stupidi i lettori.
Spero con questo di non offendere nessuno là fuori ma credetemi – per ogni lettore che da dell’idiota a uno scribacchino, c’è uno scribacchino che da dei deficienti ai lettori.
E le storie dell’orrore abbondano.
Perché chiamarlo feedback è molto cool, ma a volte chi ci legge ci scrive delle cose… ah!
Ma non è di questo che voglio parlare.
Davvero!
Questa premessa su quanto chi scrive spesso consideri stupido chi legge è per arrivare alla frase che tutti gli scribacchini, prima o po, pronunciano in compagnia dei loro simili.

Ma chi me l’ha fatto fare! Se solo avessi dato retta a mia madre, e mi fossi messo ad allevare criceti da riproduzione…

O cose di questo genere.
Che poi son balle clamorose – nessuno, ma davvero nessuno scribacchino là fuori rinuncerebbe al divertimento che ricava scrivendo, e queste son tutte pose, tutto machismo a rovescio, come quella scena ne Lo Squalo nella quale i tre protagonisti confrontano le cicatrici.

Ed è qui che arriviamo alla periferia della scrittura, ai marciapiedi spaccati coi cespugli di erbacce giallastre, a quello che rende divertentissimo scrivere e che con la scrittura ha solo un legame tangenziale.

Prima di tutto c’è l’invenzione.
Il gusto di costruire una serie di vicende dal nulla, popolarle di personaggi (o, viceversa, creare dei personaggi e poi appiccicar loro addosso delle vicende), sentire il ritmo dei dialoghi, vedere prima ancora di sentire i luoghi, i panorami.

Poi, ok, sono il primo a dire che l’atto meccanico della scrittura è una gran noia – il macerarsi le dita su tastiere costruite secondo parametri non-umani da schiavi coreani della Trust, della Logitech… squadrarsi il culo su sedie sempre comunque scomodissime, il tunnel carpale, il crampo dello scrivano, il gomito del tennista, il ginocchio della lavandaia, la cervicale, la lombare…
Ma la creazione, resta inarrivabile.

E sulla faccenda del dolore e della scomodità della scrittura, ovviamente, c’è tutta la questione della scrittura come meditazione, come esplorazione del se e del ma, come esperimento di sincronicità e serendipità più o meno pelosa.
La scrittura come atto fisico che mi fa andare giù la pancia più di altrettante ore in palestra, come atto che mi porta a scardinare la mente dal corpo o a unirli in un unico meccanismo/organismo che è più di me, e spesso meglio (ma che non si sappia in giro).
La scrittura come modo per non impazzire, o per impazzire quando ci serve, quando c’è troppa realtà e rischiamo di andare fuori dai binari.

Ma c’è dell’altro.

C’è questa faccenda molto tribale di far parte di un gruppo che ha delle regole, degli avi venerati, dei tabù e delle superstizioni, dei testi sacri, dei luoghi di ritrovo, e soprattutto delle leggende.
Per cui anche il rapporto con gli altri si trasforma…

Eh, cosa vuoi farci, i miei amici che non scrivono certe cose non le capiscono…

È come entrare a far parte di una gang – abbiamo la stretta di mano segreta, il simbolo da cucire sul giubbotto, il nostro slang, i nostri posti, i nostri amici ed i nostri nemici.
Le nostre guerre per il controllo del territorio.

E ancora…

Per me – e non mi permetterei mai di pormi ad esempio della media, badate bene – c’è il piacere della caccia, della ricerca.
Documentare la narrazione, cercare la foto della faccia giusta per un personaggio, scoprire se c’erano i fili del tram su Nanjing Road, scovare come si dice “Ehi, tu porco, levale le mani di dosso!” in Urdu*, scoprire come decelerare un vecchio shuttle con l’effetto di drag atmosferico…
È grande!

Poi, chiaro, ci sono situazioni che nelle mie storie si presentano più spesso, e che ho approfondito di più.
O viceversa, situazioni che ho approfondito di più, ed entrano più spesso nelle mie storie.
Tutta quell’astronomia, quell’archeologia, quell’oriente misterioso… com’è che ricordo dettagli come i tempi medi di disassemblaggio e assemblaggio di un AK47? E la Teoria del Contraccolpo applicata nel Golfo del Tonchino? Davvero Francis Walshingham soffriva d’ulcera o me lo sono immaginato?
E l’Imperatrice Wu? Vogliamo davvero parlare dell’Imperatrice Wu?


Capisco che si possa finire in un tunnel – e leggere centinaia di libri per documentare una storia che non scriveremo mai.
Tocca esercitare una ferrea disciplina.

E poi ci sono gli effetti sulla vista, e sull’udito.
Sulla percezione.
Perché non è essere ficcanaso, ma si finisce a guardare le persone cercando di immaginare la loro storia (o come inserirle nella nostra!), ad ascoltare i discorsi sul tram affollato non solo per il gusto del pettegolezzo, ma per carpire i ritmi, per cercare di cogliere ciò che rende quella voce assolutamente unica.
E poi il tutot si estende al paesaggio – per cui si valuta un corridiùoio universitario in funzione di come ci si potrebbe ambientare una sparatoria, o si guardano le colline immaginando soldati a cavallo che scendano dalle bianche torri e i minareti di Mombaruzzo giù, verso i serragli e gli accampamenti di Nizza Monferrato…

E poi ci sono le persone.
E le persone sono fantastiche.
Che si tratti degli estranei che osserviamo per rubar loro l’anima, che si tratti dei nostri colleghi scribacchini coi quali si fa a gara a chi soffra di più, a chi abbia sbattuto la faccia sul lettore più derelitto e demente, che si tratti dei lettori, che ti mandano mail e commenti spesso illuminanti, spesso deliranti.
Scrivere mi ha portato a conoscere un sacco di persone interessantissime – e credo di averle trovate interessanti proprio perché c’era questa specie di filtro, la scrittura, a rendermeli interessanti.
Anche quelli che avrei preferito non incontrare, e che spero di non incontrare più.

È assolutamente fantastico**.
Non credete agli scrittori, che vi parlano di patimento, sofferenza per l’arte, aggrottamenti vari e altre baggianate del genere.
Non esiste miglior gioco in città – salvo forse leggere.
Ma di quello, e del pericoloso rovescio della medaglia, ne parliamo fra un paio di giorni, ok?

—————————————
* Si dice
اسے آپ سور کے اپنے ہاتھوں کو بیعانہ

** E mi sorprende molto che pochi, pochissimi manuali di scrittura, e siti web sulla scrittura, e blog scrittorii, si siano fino ad oggi concentrati così poco su questa strana trasformazione che scrivere opera su chi scrive – in termini di percezione, di rapporto con gli altri, di modo di pensare.
Questa trasformazione che, se ne saremo degni, potrebbe addirittura renderci migliori.
O meno peggio.
Eppure pochi se ne sono occupati (non devo avere più di cinque o sei libri sull’argomento).

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

11 thoughts on “Il miglior gioco in città – 1. Scrivere

  1. Bello – anche se non sono certissima che l’Occhio dello Scrittore renda migliori… Mai capitato, a un funerale, di rimuginare sulla combinazione di personalità del defunto, predica e comportamento dei presenti e pensare: here be stories…? Oppure di annuire con fare comprensivo all’amica che ti racconta un’infilata di sventure, drammi famigliari e magagne di cuore, e intanto pensare “questa la devo scrivere?” O di constatare una debolezza che non ti aspettavi in qualcuno che morirebbe piuttosto che ammettere una debolezza, e scippare l’insieme per il tuo protagonista? O di essere colto sul fatto in una qualsiasi di queste attività?
    E, forse peggio di tutto, anche questo è, a suo modo, divertente, perché quando l’amica interrompe lo sfogo per trafiggerti con sguardo accusatore e insorgere “Non stai pensando di scriverlo, vero?” tu ti mordi un labbro, chini leggermente la testa da un lato e mormori “Scusa, mi spiace, è che gli scrittori son gente cinica e senza cuore, con la coscienza atrofizzata in posizione contorta…”

  2. Bel post, Davide. 🙂 La fatica fisica della scrittura (intesa come atto di scrivere) è ripagata ampiamente da tutto ciò che esiste dietro: documentazione, immaginazione, creazione, brainstorming. Sono tutti aspetti che in un modo o nell’altro aiutano a mantenere vivo il cervello, ad allenarlo, a fargli valutare n-mila possibilità. 🙂

    Ciao,
    Gianluca

  3. @laClarina
    Rende migliori.
    Hai mai avuto la netta impressione che un sacco di gente attorno a noi viaggi col pilota automatico?Beh, qualsiasi cosa ci porti a osservare diversamente la realtà, ad uscire dagli automatismi, ci rende migliori – o ce ne offre la possibilità, per lo meno.

    Poi, non ammetterò nulla riguardo agli esempi che proponi, o finirei con le ginocchia spaccate da un paio di vecchie conoscenze – ma diciamo che sì, è possibile che una persona più o meno della mia età, più o meno con i miei interessi ed i miei trascorsi, abbia fatto ciò che tu dici in un paio di occasioni.

    E tuttavia, permettimi, la risposta a “Non stai pensando di scriverlo, vero?” è una espressione di innocenza oltraggiata ed un “Ma vorrai scherzare! Pensi davvero che potrei usare dettagli della tua vita privata per scriverci una storia?!”
    E poi cambiare discorso.

  4. “la risposta a “Non stai pensando di scriverlo, vero?” è una espressione di innocenza oltraggiata ed un “Ma vorrai scherzare! Pensi davvero che potrei usare dettagli della tua vita privata per scriverci una storia?!”
    E poi cambiare discorso.”

    Far too late for that… 😀

  5. Nega tutto.
    Sempre.
    E lascia intendere che mettere in dubbio la tua correttezza è il marchio indelebile della turpitudine morale.

  6. Ok, sofferenza per l’Arte proprio no, perché è una tavanata che si dice per darsi un tono.
    Però la scrittura è anche fatica – intendo dire fatica fisica – specialmente nel periodo che va da giugno a settembre, con le temperature tropicali che rendono una tortura stare al PC.
    Comunque condivido quanto dici nel post, anche se non posso fare a meno di sottolineare il numero crescente di lettori/scrittori, che secondo me “inquinano” un po’ il contesto 🙂
    Ma rischio di finire in discorsi triti e ritriti, quindi mi fermo qui 😉

  7. Bel post, molto poetico.
    Mi hai fatto ricordare quello che mi diceva sempre il mio insegnante di teatro
    :”qualsiasi cosa succeda in scena, non ti fermare. Il pubblico è stupido e berrà qualsiasi cosa inventerai per andare avanti”.
    Ricordo un certo disagio nel tentativo di considerare tutte quelle persone venute a vederci “stupide”.
    E così quando scrivo non posso proprio pensare che i lettori siano stupidi, mi mette davvero a disagio.

    Per quanto riguarda l’impicciarsi dei fatti altrui ho la pessima abitudine di fissare la spesa degli altri e immaginare in che occasioni cucineranno le cose che hanno comprato.
    Se avranno ospiti o saranno soli.
    Se sono golosi o se invece sono frustratissimi da una dieta ferrea. E così via.
    Puoi immaginare quante volte mi è capitato il signore di turno che mi fa stizzito :”C’è qualche problema?”
    Io credo che prima o poi qualcuno si arrabbierà sul serio…ma non mi riesce di smettere!

  8. È la prima volta che lo vedo.
    Farò delle indagini.

  9. Pingback: Il miglior gioco in città – 2. Leggere « strategie evolutive

  10. Scrivere è una fatica piacevole in linea di massima, a me fa penare soltanto quando ho scadenze che faccio fatica a rispettare. Ma i vantaggi nel farlo sono parecchi… tutto il bello e il brutto che ti succede – nel mio caso, naturalmente – è rivolto alla scrittura, diventa quasi impossibile avere delle delusioni 🙂

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