strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Il miglior gioco in città – 2. Leggere

13 commenti

Secondo post storto in questo dittico, ispirato a discorsi fatti con persone ottime attraverso il web.
Loro ci hanno messo le buone idee.
Io le ho solo distorte e banalizzate.

I was just sweet sixteen
When I saw Saint Steven
Standing on a corner of
The street of dreams
When I needed someone
Badly to believe in
Steven was the answer to my prayer…

L’ho detto… l’ho scritto, in effetti, qualche giorno addietro su un blog qui vicino…

1) A che cosa proprio non sapete resistere?
A un buon libro. Tutto il resto passa in secondo piano.

Che è vero.
Ed è una condanna.
Una maledizione.
L’ammissione di un fallimento orribile.

E quindi ragioniamoci su – nel post precedente abbiamo visto gli inaspettati lati positivi dello scrivere.
Ora diamo una buona occhiata ai lati veramente negativi del leggere.
Buttiamo un occhio all’abisso, e lasciamo che l’abisso butti un occhio a noi.

Mia mamma, che si preoccupava che io potessi venire su un po’ strano con tutti quei libri di fantascienza. mi domandava spesso…

Ma non sarebbe meglio leggere libri che parlino della realtà?

E lei pensava a romanzi storici, a biografie…
Ed era piuttoisto difficile allora spiegare che, per dire, Dune parla molto di più della realtà di quanto non faccia, chessò, la biografia di Caterina de’ Medici.
O meglio, che la realtà come è gestita in Dune è più utile, più immediatamente fruibile, costituisce un miglior allenamento per il futuro, della biografia di una vecchia maneggiona morta da secoli.

Però c’era un nucleo di verità, in quella domanda che mi rivolgeva la mia mamma, ed il nucleo si ottiene con un semplice edit…

Ma non sarebbe meglio [zac!] la realtà?

Perché è quella la trappola, la maledizione, l’abisso che si spalanca quando ammettete che sì, davvero

Tutto il resto passa in secondo piano.

Il rischio è quello di leggere le avventure degli altri invece di avere le nostre.
partecipiamo alle emozioni degli altri.
Osserviamo i sentimenti degli altri.
Ci innamoriamo di donne di carta, detestiamo malvagi di carta, affrontiamo problemi di carta al fianco di eroi di carta che non sanno che noi siamo lì.

Ad un certo punto bisogna smettere.
E trovare la nostra storia.
E badate, non è facile.

È agli atti il fatto che io abbia liquidato una certa giovane donna dicendole

Non sei una buona alternativa alla solitudine.

Beh, avrei potuto dirle

Non sei all’altezza delle donne delle quali ho letto nei miei libri.

Se ci pensate, è orribile.

… (or so it seemed.)
He said “An Imaginary girl
Is so exciting!
Marry an Imaginary Girl
And you need nothing
In Writing!

Ed è bene che ci pensiate!

Il senso di orrore, se siete lettori forti, vi assale attorno ai venticinque anni.
È come un timer che ticchetta, ed all’avvicinarsi dei quaranta il ticchettio si fa maledettamente insistente.
È a quel punto che osserviamo tre diverse reazioni

a . GAFIA – che starebbe per Getting Away From It All; li avete conosciuti anche voi, ne avete anche voi amici così. Non è che abbiano rinnegato il passato. Hanno semplicemente chiuso una porta, e sono passati a rivestire un ruolo più… realistico?
Certo infinitamente più noioso.
E sicuro, molto sicuro.
Che potrebbe anche essere una buona idea, ma il grado di passività rimane altissimo, e c’è sempre comunque qualcun’altro a scrivere la storia*.

b . ci sono quelli che sbarellano. Che cominciano a cercare nella vita reale (qualunque cosa essa sia) le avventure che trovavano nei libri.
Sport estremi, vacanze col guerrigliero, i peggiori bar di Caracas, una Harley e un giubbotto di cuoio per la domenica…
Non dico che sia inerentemente sbagliato, ma è… beh, è abbastanza improbabile che sia la strada giusta per tutti quelli che la intraprendono.
Per una certa percentuale, probabilmente, sì, ma per il resto è ancora una volta cercare di vivere le avventure degli altri*.

c . c’è il lampo rivelatore. Quella specie di momento zen in cui sei sulla tua poltrona preferita, col tuo gatto preferito in grembo e la tua tazza di té preferito sul tavolino, a leggere un libro del tuo autore preferito, o del tuo genere preferito,  e improvvisamente ti dici… che diavolo, e se mollassi questa inutile perdita di tempo e cercassi di fare qualcosa di mio?
Non di scriverlo, non di cercarlo in un altro libro, non di acquistarlo in un comodo pacchetto all-inclusive, non copiandolo da quello dei nostri amici, o di nostro padre, o del figlio dei vicini che è un giovanotto tanto intraprendente ed ha una fidanzata veramente molto elegante…
No, qualcosa di nostro.
La nostra storia.

Che può anche essere solo uscire sotto al temporale e vedere com’è la città sotto la pioggia.
Può essere decidere di avviare un orto.
O di attaccare bottone con qualcuno e parlare, magari in una sala d’attesa della stazione.
Ecco… prendere un treno a caso e vedere dove si arriva.

Perché leggere è una gran cosa, ma dobbiamo fare attenzione a non restarne intrappolati.
L’ho visto succedere, a persone alle quali volevo bene.
A persone in gamba.
Qualunque cosa si può apprendere da un libro.
E qualsiasi esperienza personale è preferibile all’esperienza di un altro che ce la racconta, infiocchettandola.

Posate il libro, muovete il culo, e trovatevi la vostra avventura.
Anche se fosse piccola piccola.

She won’t upset you
She’ll never forget you
(Hold on to your dreams)
I’ll get you one
Imaginary Girl**

—————————————————————————-

* Ora sia ben chiaro, non è che io stia cassando certe scelte, o criticando come moralmente turpe chi le abbraccia. Qui su strategie evolutive non trattiamo in assoluti. Dico solo che mi danno la forte impressione di essere cure peggiori della malattia. IMHO, YMMV e tutto quel genere di cose.

** Avrei voluto mettervi il brano cantato, ma non lo si trova in rete in formato adatto.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

13 thoughts on “Il miglior gioco in città – 2. Leggere

  1. Penso che il senso di orrore di cui parli mi stia cominciando ad assalire in quest’ultimo periodo. Non ho ancora deciso (capito?) come metterci mano. A volte la mancanza di eleganza e di struttura della vita reale è terrificante.

  2. Geniale e meraviglioso post, ancora più bello di quello sulla scrittura, Davide. Ma condivido in pieno
    Te se mat

  3. Qualche parola su entrambi i post storti. Innanzitutto, come spesso accade, sono d’accordo con te su molte cose. La più importante è che scrivere è divertente. Ed è anche una fatica notevole. Non certo come montare cerchioni alle Panda, ma notevole. Ed è di quelle fatiche che ti tolgono il fiato, a volte con la nausea. Per la prima volta da vent’anni circa ho voglia di passare un certo periodo senza scrivere. Poi non so se sarà vero. In genere dopo due o tre settimane dalla conclusione di un libro (editing finito, non pubblicazione), mi assale un’inquietudine notevole. Non è una storia che preme ma il bisogno di scrivere una storia. Allora mi agito finché non inizio. Questo credo sia fondamentale: il bisogno, fisico, direi, di raccontare. Cito ancora una volta Scarlett Thomas: “abbiamo bisogno della narrativa perché siamo condannati alla morte”. Questo fa sì che non sia del tutto d’accordo con la prima parte della famosa frase di Pirandello: “la vita o la si scrive o la si vive”, mentre lo sono con la sseconda parte: “io l’ho vissuta scrivendo”. Ecco: come ho già detto qui, credo, scrivere e leggere permettono di vivere altre vite. Vite in più. ma non possono sostituire quella che abbiamo ricevuto in sorte.

  4. And does writing qualify as an adventure?

  5. Ecco, appunto, proprio sulla soglia dei 40 mi sto dicendo… alza il culo dalla poltrona e esci. Il libro può aspettare!
    Poi esco… e mi accorgo che con me c’è pure il Kindle… ahhhhhh!! 😦

  6. @Ferruccio
    Si fa il possibile.

    @Alessandro
    Condivido le tue osservazioni, così come condivido l’agitazione ed il nervosismo che fanno da preludio alla scrittura.
    Ed è vero – scrivere, l’atto in se di riversare le parole sulla pagina, viene prima della storia, o per lo meno è molto più separato da essa di quanto si pensi.
    Il tuo commento inoltre è una ottima risposta alla domanda de

    @la Clarina
    Conta solo come palliativo, io credo – ma Pirandello, come ci ricorda Alessandro, la pensava diversamente.

    @Glauco
    Se il PC portatile è stato creato per farci lavorare anche in vacanza, il Kindle è stato creato per farci leggere anche quando potremmo fare altro 😉

  7. Non avevo mai considerato i lati negativi del leggere. Però è vero, se diventa un’ossessione, se si rimane schiavi della pagina. se il libro diventa più importante della vita là fuori, beh… c’è qualcosa che è andato storto.

    Letture sbagliate?

  8. O forse letture troppo giuste.
    In fondo, se ciò che leggi soddisfa pienamente le tue aspettative e le tue necessità…
    Mah!

  9. Credo che col passare del tempo la lettura rischierà semmai di diventare un’ossessione vintage, per pochi eletti…
    Quando ero alle superiori io e altri amici eravamo un po’ a rischio (seguendo il filo del tuo discorso) e la sensazione è quella di essersi persi qualche esperienza fondamentale per strada.
    Però l’approccio massiccio alla lettura è stata comunque un’avventura e ne conservo ricordi bellissimi.
    Poi la vita è sempre un dare/avere.
    Per dire, alcuni ex compagni che non hanno mai aperto un libro ora sono dei bolsi ignorantoni che hanno sposato delle arpie sfatte. Ai tempi erano dei supersportivi che sfondavano i materassi a furia di far sesso. Magari conserveranno dei bei ricordi della loro adolescenza virile e ignorante, ma ora mi danno l’impressione di essere già morti.

    Io però sono di parte.

  10. Hahahaha, Alex.
    Per fortuna che hanno dei bei ricordi, perché mi pare che gli resti pochino 😀
    Però è vero, ho visto succedere anch’io la stessa cosa.

    È un gioco di equilibrio.

  11. ma difatti la giusta misura, come in tutte le attività (o inattività) umane, mi pare abbastanza fondamentale. temo quelli che “io dopo la laurea non ho più aperto un libro” così come chi non vive che vite di altri.
    ma è anche vero che – almeno a me – spesso leggere ti prende a calci e ti butta fuori di casa. è uno stimolo a vivere, più che un impedimento.
    sacrificare la propria storia a quelle degli altri mi dà più l’idea di una lobotomia tipica del moderno telespettatore medio, piuttosto che di un ipotetico lettore, per quanto hard questo possa essere. ma sarà anche per via del fatto che io poi non sono così tanto hard. (io dormo 😉 )

  12. Bellissimi post, tutti e due… ed è come sempre una questione di equilibrio, anche nella follia.

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