strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Un passo dopo l’altro

26 commenti

Una volta ho avuto un pessimo lunedì.
È successo anni addietro, fra l’anno di studio a Londra ed il servizio militare nell’Aeronatica.
Quel pessimo lunedì è il motivo per cui mi sono laureato tardi, per cui non avrò mai una carriera accademica nella mia alma mater*, e il motivo per cui cinque anni abbondanti della mia vita sono scomparsi dalla mia memoria.

Beh, ve l’avevo detto – fu un pessimo lunedì.

Mi ci vollero cinque anni per uscirne, e ne uscii grazie a due attività molto semplici – la scrittura e il camminare.
E poiché di scrittura ve ne ho già parlato fino alla nausea, oggi parlo di camminare.
E di pessimi lunedì.
Ho appena letto – c’è voluto metà pomeriggio – un interessante libriccino sulle capacità terapeutiche del camminare.

Il volumino, Walking Your Blues Away, pubblicato nel 2006, è il primo saggio propriamente scientifico che mi capita di leggere uscito dalla penna di Thom Hartmann, il giornalista, ricercatore e psicoterapeuta i lavori politici del quale mi hanno notevolmente impressionato, come ho raccontato in passato.
In circa 100 pagine, passando da Mesmer a Freud, da Mozart a Darwin, da Thomas Jefferson a Nietzche, Hartmann affronta un problema apparentemente banale, e lo risolve chiamando in causa esperienze personali, letteratura popolare, storia, evoluzione e neuroscienze.

Insomma, un gran bel saggio, scritto in maniera molto spigliata, e profondamente interessante, ricco di idee, di curiosità e di consigli pratici.

Veniamo al problema: considerando che per la maggior parte della storia dell’umanità, la probabilità di traumi psicologici era altissima – bastava uscire in quattro per una battuta di caccia, per avere buone probabilità di rientrare in tre dopo aver visto uno dei nostri amici sbranato da qualche bestia feroce – in quale modo l’evoluzione ha dotato l’essere umano di meccanismi capaci di incassare e gestire il trauma?
Perché è logico immaginare che esistano questi meccanismi, e che forniscano quel qualcosina in più che diventa un vantaggio per la sopravvivenza.
Ed è logico che si tratti di automatismi, di meccanismi che si attivano quando serve senza chenoi ci stiamo troppo ap ensare su.

La moderna neurologia sembrerebbe indicare nell’attività bilaterale del nostro cervello – nello scambio, cioè, di informazioni fra emisfero destro ed emisfero sinistro – proprio uno di questi meccanismi.
E se il trauma psicologico è un evento che ci intasa l’ippocampo, apparendo sempre presente anche dopo un lungo periodo, lo scambio di dati fra i due emisferi ha il potere di disgorgare l’ippocampo, garantirci una buona notte di sonno e permetterci di risvegliarci il mattino dopo con una più sana prospettiva su ciò che ci ha fatti soffrire.
Questo ci permette di mettere in prospettiva le nostre esperienze negative, elaborarle, e andare oltre.

Da qui la domanda – come stimolo e favorisco lo scambio bilaterale fra i due emisferi, in modo da metabolizzare i miei traumi, in modo da accrescere la mia resilienza?
Beh, ci sono parecchi sistemi – il più elementare scoperto ma non compreso dall’inventore dell’ipnosi, quando ancora si chiamava mesmerismo.
Ma a livello ancora più elementare – beh, si cammina.

Il cugino Braak valuta seriamente l’ipotesi del vegetarianesimo come scelta di vita.

L’evoluzione ha favorito, fra i nostri antenati, coloro che dopo aver aver visto il cugino Braak sbranato dallo smilodonte o calpestato dal mammuth, riuscivano a ragionarci su tornando a piedi a casa, e se ne facevano una ragione.
Costoro erano, rispetto a quelli che restavano traumatizzati e sconvolti, più affidabili, più portati alla sopravivenza, con maggiori probabilità di riprodursi – e così la connessione camminata-stimolo bilaterale-resilienza è entrata nel nostro hardwiring.
Quando noi camminiamo, il cervello fa partire il defrag, il programma di manutenzione dei file, l’utilità di rimozione traumi.
Cerevello destro e cervello sinistro si scambiano dati, si bilanciano, si sincronizzano.

Il che spiega, tra le altre cose, perché esistano forme molto efficaci di meditazione che si svolgono camminando – non solo nella tradizione orientale, ma anche in quella occidentale.

Insomma, se c’è qualcosa che vi rode, fatevi una bella passeggiata, in solitaria, di un paio di chilometri, senza fretta, respirando regolarmente, e ragionandoci su senza farvi prendere dalla furia – vi sentirete meglio**.

E posso confermare che è vero.
Anche se il volume di Hartmann è molto più interessante e approfondito, e va a toccare questioni come il problem solving, la creatività e la psicoterapia.
E se l’avessi avuto in tasca, in quel lontano, pessimo lunedì di tanto tempo fa, forse avrei perso un anno solo, e non cinque.

Ma ormai è andata, giusto?
Possiamo andare avanti.

——————————————

* in prima battuta avevo scritto lama mater, e se non è un lapsus freudiano questo, non so cosa sia.

** Badate, non dico che sia la miglior soluzione, o l’unica soluzione – dico però che per me è stata parte della soluzione;  e ho visto altri trovare la loro soluzione nel lavoro, nelle arrampicate in montagna, nella corsa, nella musica, nella scrittura… credo che alla fine il trucco sia trovare il modo di stimolare la comunicazione fra i due emisferi.
E poi si improvvisa.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

26 thoughts on “Un passo dopo l’altro

  1. Mi fa piacere che qualcuno abbia dato unn approccio scientifico a qualcosa che ho sempre applicato, inconsciamente, almeno in parte, e che per me ha sempre funzionato. Ciao, buona giornata! mf

  2. Io conosco questo: “Earthwalks, meditazioni in movimento, Camminare per star bene nel corpo e nello spirito” di James Endredy con vari tipi di camminate, testo molto interessante però credo meno analitico di quello che proponi.
    Mi sa che lo metto in lista!

  3. Ciao Davide,
    Bello leggere questo post. Da bravo medico (o ex tale) non mi ero mai domandato dal punto di vista neurologico il perché camminando riuscissi a risolvere i problemi di una storia. Come se con me camminassero, procedessero, anche i personaggi. Mi accade, o meglio accadeva, anche in auto, durante il percorso che mi portava da Torino all’ospedale di Pinerolo dove ho lavorato per otto anni. Mi capitava di “svegliarmi” d’improvviso dalle mie fantasticherie e di non riconoscere tratti di una strada che percorrevo ogni giorno. Oggi il mio studio è a dieci minuti da casa, quindi faccio altro. A volte mi basta passeggiare nello studio stesso e le idee iniziano a muoversi, Ordinerò pureio il libro, anche se il mio inglese non è così buono. Grazie.
    Alex

  4. “Il che spiega, tra le altre cose, perché esistano forme molto efficaci di meditazione che si svolgono camminando – non solo nella tradizione orientale, ma anche in quella occidentale.

    Un paio di giorni fa scrivevo “Camminare in montagna, almeno nei tratti più rilassati del sentiero, è forse la cosa che più mi avvicina alla meditazione: svuotare la mente, respirare, fare un passo, farne un altro.”
    Bello avere un supporto scientifico a ‘sta cosa! 🙂

  5. Proprio l’altro giorno, Flip (che non solo è un’entusiasta del NW, ma lo considera l’enneafarmaco di tutti i mali) mi chiedeva se non mi vengono buone idee camminando… E io le ho detto che, più che altro, dopo avere camminato torno a casa meno immusonita per il fatto che non mi vengano.
    Camminare mi raddrizza la prospettiva, in qualche modo, e mi snoda le paturnie.
    Le idee arrivano dopo, seduta davanti a un quaderno o al computer, a farmi domande per iscritto.
    Però magari sbaglio da qualche parte, e le idee potrebbero arrivare anche camminando… Magari provo con Hartmann.

  6. Grazie per i commenti – vedo che l’argomento interessa 🙂
    Sarà perché tutti, prima o poi camminiamo…

    @Matteo
    Conosco il libro di Endredy… Hartmann è più conciso e più… mah… più psichiatra.

    @Alessandro
    Se può consolarti, è un inglese molto diretto e leggibile.

    @laClarina
    Per quel poco che conosco il Nordic Walking, l’effetto che descrivi potrebbe essere dovuto anche solo alla botta di endorfine che ti dannoun senso di benessere.
    Forse una passeggiata con un minor sforzo fisico e più attenzione a ciò che non girapotrebbe funzionare meglio.
    (ma io naturalmente non sono un esperto).

  7. E’ una lezione che conosco da tanto tempo e apprezzo molto questo post. Camminare è il mio mantra, la mia luce della salvezza, la mia religione. Però ho notato che qualcuno ha delle difficoltà nella sua applicazione.

    Non dovrei parlarne in un commento ma… ho un amico che ha subito un trauma, e ora è preso da uno stress terribile, e da un briciolo di depressione. Spesso mi chiama perché non vuole sentirsi solo. E io vado da lui. Spesso non so cosa dire. Lui stesso non sa spiegare cosa lo tormenta. Così cerco di convincerlo, sforzarlo, a fare due passi in compagnia. A volte, mentre provo a farlo camminare, provo a parlare di argomenti frivoli. Altre volte lo lascio rimuginare.
    Però lui si ferma dopo cinque minuti. Dice che ha le gambe deboli. Che non ce la fa a camminare. Ci sediamo. Passano due minuti e si alza. Mi alzo per riprendere la passeggiata e lui si siede.

    Non è un tipo pigro. Ama lo sport, la palestra. Non è mai stato “uno che cammina” ma è evidente che le gambe deboli derivano dai pensieri che lo annebbiano.
    E’ dura. Ma io ci provo sempre… a farlo camminare.

  8. Forse è per questo che una volta ad accompagnare una persona cara al camposanto si andava e si tornava a piedi?

  9. @Giovanni
    Non è affatto da escludere, come ipotesi.
    Avrebbe perfettamente senso.

  10. Adoro da sempre camminare.
    In questa stazione, complice insonnia e caldo, mi reco prima al lavoro e non raramente faccio il tratto dalla stazione all’ufficio a piedi, senza prendere la metropolitana.
    Una nota a margine: moltissimi dei miei racconti sono nati camminando, senza prendere appunti di alcun tipo, se non mentali. Mentre passo di fianco a palazzine, negozi e cantieri riesco a risolvere dei nodi narrativi che davanti alla pagina bianca di OpenOffice sembrano insormontabili.
    Grazie infine del libro che hai segnalato.

  11. Sempre a piedi, un chilometro via l’altro, come nei migliori fantasy (con l’aggiunta del carrello della spesa).

  12. Io camminavo. Almeno 5 km al giorno, a volte anche 10. Passo cadenzato e respiro in sincrono. E la testa si sgombrava. Poi c’è stata gente che ha voluto venire a camminare con me e non è più stata la stessa cosa. Dici che è anche la solitudine che aiuta la comunicazione in testa?
    PS: adesso che non cammino praticamente più causa microfratture a entrambi i piedi e altro, la testa è in blocco perenne. tanto per confermare la teoria del tuo libro 😦

  13. Camminare è la mia salvezza. Nel senso che i 5 km al giorno che faccio abbassano i livelli di stress in una maniera notevole.

  14. @Entropia2.0
    La solitudine aiuta.
    E se non puoi camminare… ok, è un’idea scema, ma provare non costa granché… procurati tre arance, e cerca sul web le istruzioni per imparare a fare la routine base da giocoliere.
    Tipo questo

    http://learnhowtojuggle.info/

    L’importante è fare in modo che siano al lavoro entrambi gli emisferi, entrambi gli arti, entrambi gli occhi.
    Prova. 🙂

  15. Sì, per me la solitudine nel cammino è fondamentale. Può essere una ‘solitudine accompagnata’, da una folla di sconosciuti in qualche modo non estranei che ti affiancano nella stessa direzione, ma senza starti addosso (come immagino debbano essere i cammini / pellegrinaggi tipo Santiago, Francigena…); più raramente da una singola persona che sa affiancarti senza pesare, permettendo a entrambi di estraniarsi da se stessi.
    Ma lo spazio interno da rispettare è fondamentale, sia che voglia ‘solo’ deframmentare sia che voglia meditare su qualcosa. E anche per me camminare è per definizione salvifico, rigenerante.

    Un’alternativa ancora può essere fare decluttering: un’equivalente (semi)cosciente della naturale deframmentazione in corsa – in cammino, che impegna tutto il corpo non meno che la mente (spesso è il corpo con le sue reazioni a rivelare il superfluo ed indirizzare la mano impietosa…), ed agisce come una sorta di scavo archeologico nelle circonvoluzioni del cervello.
    Più rielaborazione di così si muore. E si guadagna anche spazio fisico attorno.

    Salvo e metto in lista il libretto.

  16. Pingback: Qual è il punto? | Space of entropy

  17. Mi ero dimenticata di questo, ma mi è tornato in mente oggi pomeriggio: guidare mi fa l’effetto che descrivi. E mi è tornato in mente perché un paio d’ore fa, mentre guidavo sola soletta e pensando ai fatti miei, si è presentata un’idea piuttosto completa per un play in un paio di atti. Un’idea che potrei avere voglia di sviluppare, anche.
    E succede abbastanza spesso. A volte un’idea, a volte un nodo che si scioglie, a volte una piccola folgorazione… E non sono mai andata a sbattere,
    Cioè, sì, una volta – ma questa è un’altra storia.

  18. Io ero arrivato al punto di voler tenere un registratore in macchina.
    Ma un bloc notes funziona altrettanto bene, e non ti spaccano i finestrini per rubartelo se te lo scordi sul cruscotto.

  19. C’è che devi fermarti per prendere nota, però…

  20. … o devi imparare a guidare con le ginocchia.
    No, io mi fermo – ma mi fermerei comunque, ogni 100 chilometri circa, per riavviare la circolazione nelle gambe.
    Per cui, come vedi, sempre di camminare alla fine si tratta 😉

    Trovo i lunghi tragitti in auto particolarmente utili per risistemare presentazioni, lezioni, o testi d’esame. Il testo della mia proposta di ricerca per il dottorato l’ho “scritto” fra Torino e Urbino, sotto la pioggia in autostrada.

  21. Pingback: Cinque metodi sicuri per battere la depressione dello scrittore | Plutonia Experiment

  22. Pingback: Il meglio dell’anno (?) « strategie evolutive

  23. Pingback: Camminare è un’arte | Plutonia Experiment

  24. Pingback: Le storie della politica | strategie evolutive

  25. Pingback: Cambi di marcia | strategie evolutive

  26. Pingback: Primo giorno del Programma WOW | strategie evolutive

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.