strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Il rituale

17 commenti

Cerchiamo di sgranchire i muscoli del freelance.
Il ritornello ormai lo sapete – borsa di studio agli sgoccioli, si torna a battere le vecchie strade in cerca di un piccolo introito mentre i CV viaggiano alla volta di altri lidi.

Chissà perché se cerco “Freelance Writer” in Google, trovo un sacco di giovani donne piacenti col laptop…

Io scrivo.
Nel mio paese questa viene considerata una curiosa eccentricità, una pratica sciocca che dovrei comunque svolgere gratuitamente per il godimento del mio colto pubblico.
Se poi vuoi mangiare, trovati un lavoro vero (qualunque cosa sia).
Ma nel resto dell’universo non è così – scrivere è un lavoro, e il lavoro si paga.
Magari poco.
Magari con tempi lunghi.
Ma si paga.

La conseguenza è ovvia – si lavora per l’estero.
Più possibilità.
Più mercati.
Più lettori.
Più rispetto.
Più quattrini.

Per scrivere come freelance esistono delle regole.
Diavolo, esistono – in inglese – dei manuali.
Gli anglosassoni hanno un manuale per tutto.
Ne ho letti un paio o due.
Le regole, come sempre, non sono scolpite nel basalto trachitico.
L’elasticità è utile.

La procedura è piuttosto semplice.
Si fa un elenco degli argomenti dei quali siamo interessati a scrivere.
Si spulcia la rete – si controllano i siti delle riviste (cartacee o elettroniche)  per le quali vorremmo scrivere, si scaricano o si copiano le linee guida.
Si contatta l’editor se servono ulteriori informazioni.
Si scrive, seguendo le linee guida.
Si propone il manoscritto.
Si aspetta.
Se va bene, si incassa il compenso e si gode del piacere del vedere il proprio lavoro pubblicato.
Altrimenti, si cerca un modo per riciclare l’articolo.

Se non si ha voglia di fare la via crucis dei siti web delle riviste, esistono portali e servizi web che segnalano le opportunità per autori freelance*.

E così inciampo su una rivista americana in cartaceo che si occupa di creatività e spiritualità.
L’arte come meditazione.
Io ho scritto spesso di scrittura come meditazione, qui sul blog e altrove, e credo che ad un editor la visione della scrittura come meditazione di un agnostico che pratica lo zen potrebbe interessare.
La paga è minima, ma lo sforzo per scrivere un pezzo lo sarebbe altrettanto (niente ricerca in biblioteca, niente lunghe ore a spulciare siti e articoli online).
Soldi e pubblicazione per un pomeriggio di scrittura, pare ragionevole.

Vado sul sito della rivista, leggo un paio degli articoli disponibili online, e scarico le linee guida.
Un bel file pdf, molto dettagliato.
Primo problema – la rivista è orientata alle arti figurative.
Problema o opportunità?
Rifiuteranno la mia proposta, perché fuori tema, o la accetteranno perché in fondo si tratta di un ambito contiguo e sottorappresentato sulle loro pagine (hanno poche offerte in quel senso, e poco materiale da pubblicare – io ho meno concorrenza)?

Sarà il caso di contattare l’editor per ottenere lumi e tastare il terreno – inutile lavorare su qualcosa che non interessa, o peggio ancora far perdere loro tempo rifiutando un pezzo che avrebbero potuto bloccare leggendo tre righe di email.

Poi, leggendo le linee guida, capito su questi due punti…

Punto 3 . I lavori non possono essere inviati elettronicamente. Noi preferiamo sedere in poltrona con una tazza di té mentre leggiamo il vostro manoscritto. Perciò, per favore, stampate il vostro lavoro in una maniera presentabile di vostra scelta, e speditecelo per posta (indirizzo sulla prossima pagina). Preferiamo che la carta sia in formato 8.1⁄2 per 11 pollici. Prego assicuratevi di aver numerato le pagine.
[…]
Punto 5 . Se decidiamo di pubblicare il vostro pezzo, vi richiederemo una versione elettronica ed una breve biografia.

La contraddizione del chiedere il testo a stampa per la valutazione e l’elettronico per la pubblicazione mi urta per la sua palese scomodità ed arretratezza.
L’odore della carta e tutto quel genere di cose.
La battuta sul bere il té in poltrona mentre si legge il manoscritto mi urta per il suo tono snob, giustificando il mio sospetto che questa sia gente vuotamente retrò.
La puntualizzazione sul formato della carta è la ciliegina sulla torta.

Il desiderio di mandarli all’inferno come intellettualoidi affettati e cestinare l’idea di articolo è forte.
Non è questione della quantità di lavoro extra, o il francobollo via aerea per il mio manoscritto (le regole per la formattazione oltretutto latitano, salvo quel “in maniera presentabile di vostra scelta”).
È questione di impressione a pelle – questo non è il mio genere di persone.
Non ho modo di spiegarlo sinteticamente in maniera migliore.

MA**

Primo – da quando ho scoperto questo potenziale mercato a quando ho finito di leggere le linee guida, si è formata nella mia testa un’immagine del pezzo che vorrei scrivere per questa gente.
E mi piacerebbe scriverlo, e mi piacerebbe ancora di più farlo leggere ad un pubblico sufficientemente vasto.
Quindi, diciamo che questa rivista, per quanto mi arrivi addosso come maledettamente snob, mi interessa per l’esposizione che potrebbe garantirmi, e perché mi aprirebbe un mercato che non ho ancora inferstato con le mie chiacchiere.

Secondo – esiste un rituale.
Ricordo colleghi che inveivano contro le riviste accademiche che imponevano la formattazione secondo i parametri di Chicago, chiamandolo “fascismo”.

Io l’articolo lo scrivo come mi pare, mica faccio l’impaginatore, poi se lo formatteranno loro. Questo è solo un modo per atteggiarsi a superiori… bla bla bla

Invece no.
È parte del rituale.
Il rituale è come una danza, nella quale l’editore mi dice “dimostrami che ti interessa pubblicare per me” ed io gli dimostro, seguendo il rituale, accettando di ballare, di essere interessato.
Il dimostrare di saper seguire le linee guida è il primo passo per dimostrare di essere professionali.
Quindi, essendo interessato, in questo caso credo che seguirò il rituale, per quanto mi sia stato presentato in maniera che mi urta, e contenga delle clausole che trovo assurde.

Posso inoltre razionalizzare la loro richiesta di una bozza in cartaceo come un modo per sfoltire gli entusiasti – che potrebbero bombardarli di proposte elettroniche.
Un metodo rozzo e brutale (per di più servito in salsa snob), ma parte del rituale.

Sto quindi riflettendo se dopotutto non sia il caso di provarci comunque, quando viene fuori qualcosa di interessante.
Perché il loro erditor risponde alla mia mail in cui chiedevo lumi sull’ipotesi di un pezzo sulla scrittura in una rivista che normalmente tratta pittura e scultura e fotografia.
La risposta è estremamente rapida e cortese.
Sì, il mio pezzo sarebbe interessante perché insolito per il loro format.
E sì, nessuna garanzia, nessuna scadenza, ma sono disposti a leggerlo.
E considerando che c’è un oceano fra di noi, in formato elettronico è ok.

Morale della favola – il rituale è importante.
Lo si può considerare vuoto e superficiale, ma non è inutile.
E le regole, come si diceva, non sono scolpite nel basalto.
E nel caso, mandare una mail all’editor è una buona idea.

Vediamo cosa ne viene fuori.

——————————————-
* Fate un giro su Google. Li troverete.

** Avanti, lo sapevate che stava arrivando, giusto?

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

17 thoughts on “Il rituale

  1. Nessun commento, solo un caldissimo augurio. E tutto il mio apprezzamento per il rispetto verso qualcuno che “a pelle” non ti va. Suerte! mf

  2. Ottimo, come sempre. Mi sa proprio che dovrò cominciare ad allenarmi a scrivere in inglese.

  3. innanzitutto, in bocca al lupo! e poi, riflettevo sul fatto che la prima parte dell’articolo può benissimo valere per chi, come me, studia musica…

  4. Bentrovata, Pauline.
    Sì, credo ci siano dei paralleli con la musica – altra attività che “non può essere un lavoro”.
    La solita storia per cui è illecito guadagnarsi da vivere (o almeno provarci) facendo ciò che ci piace.
    L’importante, io credo, è non rassegnarsi.

  5. break a leg. poi se un giorno ti va di scrivere un supplemento per uno dei miei giochi, o un’avventura, il mercato (piccolo ma costante) c’è.

  6. Io sono più che convinto che la bizzarra richiesta del cartaceo (scritto in bella calligrafia e su carta pregiata, mi raccomando) sia semplicemente un modo per porre un filtro a invii di materiale da parvenu qualunque, e limitare i contatti a chi veramente è interessato. Tanto più che le risposte che hai avuto dall’editor mi paiono tutt’altro che snob

  7. @Andrea
    Ben volentieri.
    Ne parliamo dopo la follia del ferragosto.

    @Sekh
    Infatti – è un modo snob per tenere alla larga i “perditempo”.
    Poi come di solito succede, di persona le persone sono meglio.

  8. Hai fatto bene a insistere e a crederci, per il resto in bocca al lupo!

  9. In bocca al lupo.
    Poi, per carità di Dio, facci un post su come si impara a scrivere in inglese.

  10. @alf direi che imparare a scrivere in inglese richiede più o meno le stesse cosa che scrivere in italiano o in qualunque altro idioma: la conoscenza della lingua.
    Certo con la propria lingua madre, che si usa abitualmente, è più facile, ma a vantaggio dell’inglese c’è una grammatica solitamente più agevole rispetto alle lingue romanze.
    Quindi, per iniziare, direi che si può cominciare leggendo libri e vedendo film in tale lingua.

  11. Sì, essenzialmente bisogna leggere in inglese.
    Imparare non solo la grammatica, ma costruire un vocabolario e un campionario di strutture di frasi.
    Leggere in inglese è relativamente facile.
    Scrivere in inglese richiede certamente più tempo.

  12. Bene, mi toccherà fare scorta di narrativa in inglese. Amazon sta per ricevere un mega-ordine dal sottoscritto

  13. Se posso dare un consiglio aggiuntivo, guardate i film sottotitolati (audio e sottotitoli in inglese) alternandovi tra britannici e americani. Se possibile, leggete su tablet o ereader in modo di avere un dizionario monolingue cliccabile. Non traducete in testa, ma sorzatevi di capire il significato delle parole senza ne essariamente cercare l’equivalente italiano. Insomma, quando arriverete al punto di pensare in inglese, incluse battute, giochi di parole, sarete a buon punto…. Io sono arivato al punto di preferire l’inglese in quanto meno ambiguo delle lingue romanze nel mio settore ( scrittura di manuali di gioco si ruolo e wargame). La traduzione in italiano, fatta di solito solo per amor di patria visto che le mie vendite in italia sono minime, viene dopo…

  14. Ovviamente, come vedete dal mio post, il prezzo da pagare è che l’italiano peggiora 😦

  15. Grazie a tutti. Sono cose che non ti insegnano nel corso scolastico di preparazione al FCE.

  16. Poi facci sapere come va a finire… in bocca al lupo 🙂

  17. Asssolopuffamente interessante! _devi_ farci sapere com’è andata. E se non fosse una questione di privacy, sarebbe bello saperlo in un post dedicato, con il link all’articolo, vuoi? Sarebbe davvero interessante.

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