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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Cento anni con l’Uomo Scimmia

6 commenti

Sono passati cento anni da che Edgar Rice Burroughs, giovanotto di belle speranze con molte variegate esperienze alle spalle e intrappolato in un improbabile lavoro di rappresentante di temperamatite, si mise d’impegno per scrivere una storia avventurosa come gli sarebbe piaciuto leggere, disgustato da ciò che veniva pubblicato sulle riviste che gli capitava di acquistare.

Nel 1912, Burroughs pubblicò due romanzi.
Uno era Under the Moons of Mars, alias A Princess of Mars, il primo romanzo del ciclo di John Carter.
L’altro era Tarzan of the Apes, il primo romanzo del ciclo di Tarzan.

Ora, di Tarzan abbiamo discusso estesamente in passato.
Rip-off dei Libri della Giungla di Kipling1, metafora del buon selvaggio, concentrato di superominismo, testo fondante della letteratura pulp, testo sacro su una divinità moderna (a sentire Farmer), romanzo tutt’altro che per ragazzi declassato a narrativa per ragazzi, punto nodale delle vicissitudini avventurose di tutti coloro che venenro prima e di tutti coloro che sarebbero venuti dopo in letteratura (a sentire Farmer, e due), ispiratore di uno dei più grandi personaggi cinematografici di tutti i tempi, uno dei grandi seduttori della narrativa popolare…

C’è a chi non piace.
Succede.

Come ho sostenuto altrove, la potenza di Burroughs non risiede nella sua tecnica di scrittore (che pure è solida, semplice ma efficiente), ma nella sua insuperabilità come narratore.
Come tutti i grandi autori di narrativa d’immaginazione, Burroughs ci intrappola nella sua narrativa perché ci crede.
La sua storia fila come un diretto sospinta sì dalla scrittura sempre più che competente, ma soprattutto dalla dedizione dell’autore ai propri personaggi, alla propria storia.
Non c’è, nelle storie di Tarzan, di John Carter, di David Innes, un momento di cedimento, una pagina nella quale l’autore decide di strizzarci l’occhio, come per dirci che sì, ok, dai, è una storia.
No.
Anche quando ironizza su se stesso e sui propri personaggi – e lo fa più spesso di quanto non sembri – Burroughs non rompe il contratto con il lettore, non spezza il meccanismo.
La storia viene prima di tutto, sopra tutto.

Per cui, arrivati alla fine di uno dei romanzi della serie (non importa quale serie2), preso un bel respiro e riposto il volume sullo scaffale, ci riflettiamo e ci rendiamo conto che siamo stati menati per il naso.
Il protagonista ha compiuto imprese impossibili.
La donna in pericolo era in fondo un pretesto.
Il cattivo era fatto con lo stampo.
La trama era la stessa già vista nei tre, cinque, dodici romanzi precedenti.
Ma fintanto che c’eravamo dentro, eravamo là dentro.
I cliché, le scorciatoie narrative, i trucchi del mestiere, gli elementi ripetitivi, erano tutti là, ma non avevano alcuna importanza.

Come molti della mia generazione, ho conosciuto Tarzan attraverso i film con Johnny Weissmuller, e solo successivamente ho scoperto i romanzi, mattoni candidi con le copertine prese dai fumetti di Burne Hogarth, pubblicati in Italia da Giunti (mi pare).
Poi ho letto gli originali, usando le versioni liberamente scaricabili dal Progetto Gutenberg.
Ma sono cent’anni, capite…

E così ho ceduto alla tentazione, e mi sono procurato una copia del volume Tarzan of the Apes and other tales, di fresco sfornato dalla Gollancz, un poderoso volume rilegato in (eco)pelle di animale esotico con incisioni in oro, stampato su carta buona color crema.
All’interno, i primi romanzi della serie, quelli che sono probabilmente i sei migliori: Tarzan of the Apes, The Return of Tarzan, The Beasts of Tarzan, The Son of Tarzan, Tarzan and the Jewels of Opar, e Jungle Tales of Tarzan.
Quasi mille pagine.
Edizioni simili esistono dell’opera di Howard (in due volumi) e di Lovecraft (di nuovo, in due volumi), per Lyonesse di Jack Vance.
Le basi di una notevole biblioteca minima.

Oggi Tarzan è una cosa che leggono i vecchi appassionati di narrativa avventurosa.
Per i ragazzi, questo caposaldo delle biblioteche giovanili viene considerato troppo pericoloso – razzista, pieno di violenza, con un protagonista che gira nudo e che finisce per convivere con una donna senza sposarla3.
I film non sono più disponibili, e non vengono replicati dai canali televisivi (ricordo un tempo in cui la comparsa di Tarzan sullo schermo segnalava l’arrivo delle vacanze).
Che valanga di sciocchezze.
George Orwell sosteneva che leggere Tarzan rende razzisti, fascisti e appassionati di caccia.
George Orwell aveva un sacco di idee storte.



  1. ma la storia della faida Burroughs/Kipling, quando l’inglese si offese per la scopiazzatura dell’americano, è una balla colossale, inventata da Sam Moskowitz. 
  2.   la mia personale Top Five burroughsiana: The Land that Time Forgot; At the Earth’s Core; The Master Mind of Mars; Tarzan and the Jewels of Opar; The Cave Girl
  3. altra colossale sciocchezza: i due sono regolarmente sposati, dal capitano della nave che li riporta in africa, alla fine del secondo romanzo della serie. 

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

6 thoughts on “Cento anni con l’Uomo Scimmia

  1. Di Tarzan ho letto il primo e mi era piaciuto molto, ma il secondo non sono riuscito a digerirlo (o era il terzo? Mah). Non era più ambientato nella giungla ma su una nave, mi pare, e prendeva connotati più da spy-story che d’avventura. Non sembrava neanche più Tarzan. Per questo poi non ho mai letto gli altri.
    Invece ho adrato il ciclo di John Carter (prima o poi guarderò anche il film). Avrà salvato quella benedetta principessa tante volte che nemmeno Super Mario, eppure ogni volta mi trascinava in un mondo fantastico come nessun altro.
    Mi manca tutto il cico di Carson di Venere. “The Land that Time Forgot” che hai citato non lo conoscevo, se lo trovo lo recupero.

  2. Il punto fondamentale rimane sempre legato alle storie e alla capacità di raccontarle. Sono passati cento anni? La storia funziona ancora. Il volerci appiccicare sopra etichette, voler leggere tra le righe messaggi politici, filosofici, razzismo e altro avrebbe fatto ridere a crepapelle l’autore. Per me Tarzan e John Carter rimangono piacevolissimi ricordi e non vedo in giro tanti narratori con le capacità di Burroughs.

  3. Fascisti? Perché Tarzan rende fascisti?

  4. @Umberto
    No, il Tarzan di Lansdale mi manca.
    In realtà da anni sono a caccia del Tarzan di Leiber, ma le poche copie che mi sono capitate a tiro avevano prezzi inavvicinabili.

    @Salomon
    Ah, lo diceva Orwell.
    Probabilmente perché invece di discutere in maniera dialettica con il coccodrillo, Tarzan ci fa la lotta nel fiume…
    C’è un divertente commento di Moorcock a riguardo – anche perché Moorcock esordì dirigendo la rivista Tarzan Adventures, e venne giudicato l’unico autore capace di sceneggiare La Terra dimenticata dal Tempo…

    Il che mi porta a …

    @Il Moro
    Land that Time Forgot è un ciclo di tre romanzi – li trovi su Gutenberg, oppure è appena uscita una bella edizione in formato omnibus (ovviamente in originale).
    Dai romanzi vennero anche tratti due film – mi pare dalla Amicus – interpretati dall’inaffondabile Doug McClure.
    B-movies, ma di classe… (nel secondo, il cattivo nella sua sala del trono ha due poster di Frazetta…)

  5. Pingback: Cento anni con l’Uomo Scimmia | TrueFantasyTrueFantasy

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