strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Bifolchi, monaci e bestie feroci

10 commenti

Questo post è una versione discorsiva della presentazione tenuta domenica 19 a Bruno.
La scrivo il 17 per mettere in ordine le idee, e la posto il 20 perché le persono interessate che non hanno potuto partecipare dal vivo possanoc omunque godere della mia saggezza.
O qualcosa del genere.

Trattandosi di un post sul mio blog, inoltre, aggiungerò un paio di cose che nella presentazione dal vivo non ho potuto inserire, vuoi per motivi di tempo, vuoi per motivi di rispetto per i miei ospiti, vuoi perché essere cacciati dal paese con fiaccole e forcone è un’esperienza che preferisco evitare con questi caldi.

Quindi, vogliamo darle un titolo?

Le Colline delle Bestie Feroci
Il Monferrato dal Feudalesimo alla Stewardship

Bello, eh?

Il territorio nel quale ci troviamo, il Monferrato, ha una storia complicata – sia dal punto di vista storico e politico, sia dal punto di vista geologico e ambientale.

Le complicazioni cominciano fin dal nome – Monferrato.
La versione più accreditata fa risalire il nome del territorio ad Aleramo, coppiere alla corte imperiale, che (attraverso tutta una serie di vicissitudini che possiamo sorvolare) ottiene dall’imperatore Ottone il titolo di signore di tutte le terre che riuscirà a percorrere a cavallo dall’alba al tramonto.

Aleramo parte a spron battuto (è il caso di dirlo) galoppa come un forsennato, e ad un certo punto il suo cavallo perde un ferro.
Per ferrare alla svelta il cavallo, Aleramo usa un mattone.
Da qui, il nome che darà alle sue terre, sulle quali i suoi discendenti domineranno – Munfrà.
Dal piemontese Mun – mattone e Frà – ferrato*.

Il che ha perfettamente senso, se ci pensate.
Chi di noi, dovendo decidere il nome da dare alle terre sulle quali i suoi discendenti domineranno per secoli, non sceglierebbe la marca del cric usato per cambiare una gomma all’auto durante il giro panoramico?

Che poi, immagino, fra le colline del Monferrato medioevale, i mattoni si trovavano a carrettate, sparsi per i boschi, nel caso qualche ex coppiere longobardo fosse passato di lì, ed avesse perso un ferro.
Beh, ok, non lui, il cavallo.
Chissà, magari “Monferrato” in antico longobardo significa “il posto dove scarichiamo i mattoni”.

Esistono delle alternative.
Posto che il Mun di Munfrà derivi da Mons – monti, per estensione area collinare nel tardo latino medievale…
– frà potrebbe derivare da “fratres”, nel senso di frati
– frà potrebbe derivare da “fara”, termine longobardo che indica un insediamento agricolo
– frà potrebbe esere una corruzione di “feratus”, nel senso di “dove stanno le bestie feroci”

E tutti e tre mi paiono più plausibili** – anche perché tutti e tre segnalano qualcosa di importante riguardo al teritorio.
Che è poi ciò di cui vorrei parlare.

Il Monferrato delle origini è feratus.
Boschi fitti e popolati di bestie feroci, paludi malsane, un paesaggio che tende a modificarsi molto rapidamente, forse anche un microclima che garantisce estati calde e molto umide (ma con piovosità bassissima) ed inverni freddi e con precipitazioni nevose intense.
Il Monferrato esce da questo stato ferale grazie agli insediamenti umani – comunità monastiche in cerca di solitudine e isolamento, villaggi di contadini che si sistemano sulla cima delle colline, dove d’estate l’aria è più respirabile, e la posizione è più difendibile.
Ma…
Ed è qui che le cose si fanno interessanti…
Il paesaggio del Monferrato ha una grande facilità a tornare al proprio stato ferale.
Un campo incolto si trasforma in un bosco di acacie in meno di dieci anni – e considerate che le acacie non sono piante originarie di questa regione.
Ce le abbiamo portate noi.
Complicato, si diceva.
Ma il processo di ri-inselvatichimento contro il quale ci dobbiamo battere non è solo dato dalla vivacità con la quale la vegetazione torna a prendere possesso delle terre coltivate.

Il substrato è costituito da alternanze di sabbie e argille, e se da una parte ha degli effetti eccellenti per l’agricoltura (ne riparleremo), dall’altra è straordinariamente instabile.
Non staremo a fare un censimento degli smottamenti recenti, ma chiunque abbia una minima dimestichezza col territorio conosce molto bene questo genere di situazioni.
La foto, che usiamo a solo fine documentario, rappresenta comunque una faccenda vicina al mio cuore – si tratta di una frana dei tardi anni ’90, che io e due colleghi, ancora studenti, segnalammo come altamente probabile, nel 1990 o 1991.
Quindi, le colline del Monferrato si muovono.
Frequentemente.

E naturalmente l’area è soggetta ad alluvioni.
Ne esiste una lunga serie storica – l’alluvione del ’48 rimane l’evento più catastrofico, ma anche nel ’94 i torrenti in piena tentarono di ridisegnare il paesaggio.
E se andiamo indietro nel tempo troveremo traccia di eventi simili nei registri dei comuni, nelle carte delle famiglie che dominavano il territorio, nelle cronache dei monasteri.
Ma con qualcosa in più – nei due casi citati, ’48 e ’94, ci furono danni ingentissimi, ci furono delle vittime.
Ci fu la dimostrazione che qualcosa si era inceppato nel meccanismo di… ah, gestione del territorio.

Il fatto è che, fin dai tempi medievali, gli uomini, fra queste colline, non hanno tanto gestito il territorio, quanto vissuto il territorio.
Il rapporto è stato di interscambio.
Noterete che le frane e le alluvioni vanno normalmente ad incidere su edifici moderni, su strutture recenti.
Attraverso l’esperienza, i nostri antenati hanno imparato a convivere con le tendenze selvatiche del territorio.
Non lo hanno addomesticato – badate – ma hanno trovato un accordo.

Da questo, incidentalmente, deriva una delle maggiori ricchezze non utilizzate del nostro territorio, vale a dire il terroir dei vini del Monferrato (i diversi terror del Monferrato, in effetti).
Terroir è quel termine che vorrebbe includere tutte le caratteristiche fisiche, ambientali e culturali che sono alla base della produzione di un vino.
In questo senso, i terroir del Monferrato hanno una storia lunga e travagliata, e sono così intensamente caratterizzati, così profondamente legati al territorio con i suoi capricci ed alla storia delle persone che quel territorio lo hanno popolato, che davvero non esiste l’eguale.
E se in California il terroir della Napa Valley – con i suoi cento anni scarsi di storia vinicola – è considerato un plusvalore, perché i terroir del Monferrato non vengono valorizzati?

Ma al di là del terroir, il problema è un problema di controllo della natura.
Il controllo umano della natura non esiste.
Ci si può provare – di solito si spendono un sacco di soldi e si ottengono effetti catastrofici.
Quella del controllo della natura è un’idea tardo-illuminista, vagamente vittoriana nei toni, che è stata abbracciata con entusiasmo, nel ventesimo secolo, dai politici (notoriamente i politici, specie alcuni politici, abbracciano con entusiasmo chi sarebbe meglio non abbracciare…)
Il gioco naturalmente, c’è sempre la principale moneta di scambio della politica – la stabilità.
I politici ci promettono stabilità.
Ci garantiscono stabilità.
È tutto pianificato con attenzione.
Il problema è che quando ci confrontiamo col mondo naturale, il numero di varioabili è tale, che ogni presunzione di controllo diventa suicida.
Si può pianificare – ma serve una pianificazione flessibile.
Che, paradossalmente, era possibile nei tempi feudali – anche perché all’epoca gran parte della popolazione era spendibile.
“Che i bifolchi si adattino!” era una risposta abbastanza facile al cambiamento ambientale***.

Ma esiste un’altra possibilità – una alternativa tanto alle pianificazioni statali obsolete prima ancora di venire approvate quanto al lassaiz faire ambientale delle élite feudali.
Gli anglosassoni parlano di stewardship – ed è interessante, perché è in fondo un termine medievale.
Stewardship significa amministrazione conto terzi.
Prendersi cura – e responsabilità – di qualcosa per qualcun’altro.
L’idea di fondo è quella di vivere il territorio conoscendone le carateristiche, il carattere, i capricci e le abitudini, lavorando in sintonia con esse per pianificare, sì, ma in maniera elastica.
Al fine di conservare la ricchezza – la biodiversità, la bellezza paesaggistica, le opportunità di lavoro – per chi verrà dopo di noi.
Si tratta di un approccio che richiede fondamentalmente una cultura, una conoscenza approfondita del territorio, una sensibilità, una intelligenza.
Può essere promosso ma non pianificato o controllato attraverso una legislazione.
Deve nascere dalla consapevolezza della ricchezza del territorio.

Perché che ci piaccia o meno, il territorio esiste perché noi lo abitiamo.

—————————————————–

* La storia è stata resa popolare da Giosué Carducci.
Ora, io di Carducci non mi fido da quando ho scoperto che firmava le lettere a suo figlio “Tuo padre Giosué”.
Insicurezza (“così si ricorda il mio nome”), sfiducia nella prole (“mio padre chi?”), menage familiare complicato (“mio padre quale?”)… ?
Non lo so, ma diciamo che non è che mi dia proprio tutta questa fiducia.

** Leggendo in mia presenza un mio pezzo nel quale parlavo proprio di questa molteplicità etimologica, il sempre raffinato e intelligente allora presidente della locale PorLoco ebbe a commentare “Questo qui non ha capito un cazzo”.
È sempre bello essere apprezzati.
E sì, lo sapeva che ero presente – per questo prima di sedersi per seguire la mia conferenza prese la propria sedia e la girò, in modo da rivolgermi la spalla sinistra e passare l’ora successiva a guardare una parete bianca anziché lo schermo.
Ostile?

*** In molti secoli, se vogliamo, l’atteggiamento non è cambiato, sono cambiati gli strumenti per mettere in pratica col minimo danno d’immagine gli stessi meccanismi feudali.
Ma sono solo io che sono un cinico.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

10 thoughts on “Bifolchi, monaci e bestie feroci

  1. Certo che c’è una fauna dalle tue parti che fa impressione, eh? Varrebbe la pena di chiamare un tassidermista, giusto per eternare certi meravigliosi figuri.

  2. Guarda, alla fine alla presentazione c’erano 130 persone ed è stato fantastico.
    Un sacco di feedback, un sacco di chiacchiere intelligenti dopo l’evento.
    Gli amministratori del mio paesello brillavano per la loro assenza (il figuro di cui sopra era impegnato a contemplarsi l’ombelico fuori dal bar del paese, chiuso per ferie), ma si tratta di una aberrazione isolata.
    Qui c’è un sacco di gente in gamba e interessata.
    la curiosità non è morta.
    Gli altri, sono già, ahimé, impagliati.

  3. Gli amministratori probabilmente erano alla partita scapoli-ammogliati, si sa in Italia gli intrecci tra calcio e politica….

  4. Aha! Partita Scapoli-Ammogliati sospesa per impraticabilità di campo : con trentacinque gradi, c’era il rischio che diventasse la partita Collassati-Defunti.

  5. Direi che è andata molto bene, ho fatto anche qualche foto, a voi e allo scenario, se serve. 😉

  6. Grazie, Fulvio.
    Sai che io odio vedermi in fotografia, perché mi obbliga ad accettare la realtà dei fatti 😉
    Credo però che ai ragazzi di Bruno, Angelo e Franco, farà piacere avere qualche foto per documentare l’evento.

  7. Bello. Mi piace questa faccenda delle acque che ogni tanto cercano di risistemare tutto a modo loro. Dalle mie parti abbiamo avuto vicende non del tutto diverse con i fiumi, i Benedettini e poi i Gonzaga: Buona parte del Mantovano – e Governolo in particolare – era ed è, per più motivi, un posto in cui si viveva “con il fiume”.
    Il che mi fa pensare che i Gonzaga dovessero sentirsi quasi a casa, lassù dove si ferrano i mattoni. Dove si ferrano i cavalli con i mattoni. Dove ci sono comode colonnine SOS provviste di mattone per la comodità dell’eventuale rider in difficoltà.

  8. Mettere in dubbio i sacri mattoni di Aleramo è maledettamente rischioso.
    Credo che rispetto al mantovano, in queste terre i Gonzaga avessero trovato un territorio più aspro (oltre ovviamente alla rivalità coi Savoia).
    Ma non conosco Mantova, quindi sospendo il giudizio.

  9. Davvero interessante questo post che intreccia storia e territorio (che poi dovrebbero intrecciarsi naturalmente nelle menti e nelle pratiche degli amministratori…): siamo noi che plasmiamo il territorio che ci circonda ma è anche il territorio che in qualche modo ci modifica.

  10. A quando un bello studio sul Roero?

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