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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Un messaggio dal nostro sponsor

12 commenti

[questo non è il post che avevo in programma – volevo replicare al post di Alex Girola su Plutonia Experiment. Poi, ho letto il giornal…]

Il vecchio volume I Limiti della Crescita, originariamente uscito nel 1972, quando avevo cinque anni, è qui seduto sul mio scaffale.
È stato aggiornato due volte, gli autori – nonostante si dichiarino ottimisti – più tetri ad ogni nuova tornata.
No, non gli autori… le prospettive.

L’idea di fondo è che la crescita continua dell’economia mondiale è una illusione – esistono limiti materiali calcolabili con una certa precisione.
L’idea è stata ampiamente criticata, ma ciò che è interessante del volume – al di là della correttezza del modello – è la proposta di un modello che elimina un fattore critico dal sistema: l’infinito.
Indipendentemente da quali stime voi decidiate di utilizzare riguardo alla disponibilità di materie prime e di risorse, oggi è inammissibile costruire un modello che preveda risorse infinite.
E se le risorse sono finite, allora anche la crescita di un mercato fondato su quelle risorse è, ovviamente, finita.
Le teorie economiche che sostengono “e andrà sempre meglio, per sempre”, sono false.

In risposta all’ipotesi di una crescita, negli ultimi decenni sono emerse alcune ipotesi per una decrescita.
Il termine decrescita non mi piace – comporta una idea di marcia indietro, di rinuncia.
È un termine negativo.
Si presta a colossali fraintendimenti.

Come quello alimentato dall’editoriale de La Stampa di ieri, di Irene Tinagli, che ci dice…

Le teorie anti-crescita, che affondano le loro radici nei movimenti anti-industriali dell’Ottocento e che sono state riportate in auge dall’economista francese Serge Latouche, stanno ispirando molte persone ad invocare una sana decrescita. I sostenitori di queste tesi affermano che ripensando il nostro sistema dei consumi sia possibile vivere felici senza che aumenti il Pil.
[…]
Questa prospettiva è molto affascinante e per certi versi romantica, se non fosse che la distinzione tra beni volti alla soddisfazione di bisogni cosiddetti essenziali e beni commerciali non è così netta come si possa pensare (senza contare l’inquietante scenario in cui qualcuno decide cosa è essenziale per la gente e cosa non lo è).

Il pezzo è lungo, articolato, e sostanzialmente manca il bersaglio di un paio di anni luce – prima decide cosa sia da intendersi “decrescita”*…

Quello che dovremmo fare, come ci ricorda anche Guido Ceronetti nel suo articolo su La Stampa di domenica scorsa, è separare i bisogni essenziali da quelli che non lo sono e i beni prodotti per soddisfare bisogni reali da quelli fatti solo per generare profitto, ovvero i «commerci». Se le persone, per esempio, anziché produrre beni inutili volti al commercio e al profitto fine a se stesso, producessero semplicemente quello che serve loro per sostentarsi, sarebbero meno dipendenti dai cicli economici, dai debiti e dall’ansia di accumulare ricchezza. E i Paesi starebbero in piedi senza bisogno di far crescere il Pil a tutti i costi.

… per poi concludere…

Perché pure i Paesi d’ispirazione socialista, forse anche più degli altri, si sono accorti dell’importanza della crescita economica. Come disse Deng Xiaoping: «La povertà non è socialismo». Quello su cui molti Paesi dovrebbero riflettere oggi, e la vera sfida che hanno davanti, non è tanto come eliminare o ridurre la crescita, ma su quali basi costruirla e con quali criteri utilizzarla e ridistribuirla.

Ed l’ulteriore dimostrazione di una prospettiva per lo meno distorta.

La decrescita non è sinonimo di impoverimento, né è una forma di ridistribuzione della ricchezza, né è un movimento anti-tecnologico.
È la definizione di un nuovo parametro di “ricchezza” che non abbia a che vedere con i processi industriali ormai in crisi.
La definizione di un nuovo “mercato”, da sola, è insufficiente, poiché sposta solo il problema alla prossima crisi.

Quello che dovremmo fare, con buonapace di Irene Tinagli e di Ceronetti, è crescere in direzioni diverse da quelle strettamente orientate al mercato.
Per questo, “decrescita” mi piace poco come etichetta – perché il trucco non è passare alla sussistenza e tornare lentamente nelle caverne.
Non c’è luddismo nella decrescita praticata a Totness, per dire.
Si tratta di utilizzare la tecnologia, ridisegnare i rapporti sociali e rinforzare la comunità, al fine di portare alla crescita un parametro che non è possibile quantificare con una semplice transazione economica.

Di fatto – e così ci ricolleghiamo al discorso di ieri – sono già in funzione molteplici istanze di economie (in mancanza di una parola migliore) fondate su qualcosa di diverso.
Dall’economia di reputazione che alimenta la rete alle mille forme di non-imprenditoria con le quali si sta cercando da più parti di affrontare la crisi, sganciandosi dai motori della crisi stessa.

Il fatto è che l’analisi presentata da La Stampa rimane troppo legata a una struttura che è – molto probabilmente – parte del problema.

la natura del fraintendimento si rivela in un passaggio specifico

Certo: possiamo dire a tutte queste persone che tornino a coltivare la terra e a badare da soli ai propri figli, insegnandogli a leggere a casa e curando le loro malattie con le erbe del giardino. In fondo era così fino a non molto tempo fa, prima dell’industrializzazione e delle rivoluzioni tecnologiche dell’ultimo secolo e mezzo. Ma erano altri tempi, difficilmente invidiabili: tempi in cui davvero c’era poco altro a cui ambire al di là della sussistenza, in cui il bisogno di crescere, studiare e viaggiare era privilegio di pochi, e in cui i progressi della medicina e della scienza erano scarsi e lenti.

Ma oggi i progressi sono veloci, l’apprendimento domestico non significa che la mamma ti insegna l’alfabeto, ma che con una semplice connessione web puoi seguire i corsi di laurea al MIT.
È curiosa questa convinzione, che per eliminare la parte che non funziona del sistema (il mercato) si debba buttare a mare tutto ciò che funziona.
Dove sta scritto?
Chi l’ha detto?
Perché invece non permettere alle nuove tecnologie di fare ciò che possono fare, ciò che da sempre le nuove tecnologie fanno, e cioé cambiare le regole del gioco, invece di doversi adattare alle vecchie regole perché chi è ai comandi ha imparato ad hackerarle, le vecchie regole, ed ha fatto un sacco di soldi spaccando il sistema?

Se crescita, tragicamente, non è sinonimo di sviluppo, allora decrescita non è sinonimo di rinuncia allo sviluppo.
E ciò che serve ora alle persone (e forse anche alle aziende, per quanto fatichino ad accorgersene) è sviluppo, non crescita.

Il richiamo a teorie ottocentesche (e che dire allora delle ipotesi sul Libero Mercato capace di autoregolarsi? La Mano Invisibile…), il riferimento al romanticismo, l’equazione decrescita=impoverimento, l’esempio fulgido del fatto che persino i socialisti cinesi (!!) si siano convertiti alla crescita come fede, danno all’intero editoriale un sapore che mi piace pochissimo.
Sanno di difesa di un sistema che non sta più funzionando.
Sa di “dobbiamo ripararlo, non rimpiazzarlo”.
Sa di regime.
Sa di comunicazione di servizio da parte dei nostri padroni.
Ed il fatto che provenga da una economista preparata e intelligente lo rende ancora più inquietante.

E parlando di dettagli inquietanti – il fatto che ci sia chi decide quali siano i prodotti ed i servizi essenziali e quali no, sarà certamente inquietante, ma è ciò che la comunicazione commerciale sta facendo da oltre un secolo, al servizio tanto delle aziende quanto dei poteri politici.

Paul Mazur, a Wall Street banker working for Lehman Brothers in the 1930s, is cited as declaring “We must shift America from a needs- to a desires-culture. People must be trained to desire, to want new things, even before the old have been entirely consumed. […] Man’s desires must overshadow his needs”.

L’enfasi è mia.
O ci siamo persi The Century of Self, di Adam Curtis?

To many in both politics and business, the triumph of the self is the ultimate expression of democracy, where power has finally moved to the people. Certainly the people may feel they are in charge, but are they really? The Century of the Self tells the untold and sometimes controversial story of the growth of the mass-consumer society in Britain and the United States. How was the all-consuming self created, by whom, and in whose interests?

Beh, se ve lo siete perso, lo trovate tutto su YouTube, o nell’Internet Archive.
E no, non l’hanno tradotto nella nostra lingua.

——————————————————————————-

* Ma questo concetto di decrescita è ampiamente discutibile, poiché resta legato a valori e meccanismi che sono parte del problema, e come tali andrebbero affrontati.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

12 thoughts on “Un messaggio dal nostro sponsor

  1. Mi viene una parola sola. Wow. Lo so, non è neanche italiana…
    La prima volta che ho avuto a che fare con il concetto di infinito applicato alle risorse è stato nel corso di chimica dell’ambiente. il testo di riferimento era americanissimo e l’autore (mi ricordassi chi era sarebbe carino…) sproloquiava del fatto che le immissioni inquinanti in atmosfera e negli oceani sarebbero state diluite in maniera infinita e che quindi il problema non si poneva nemmeno. E ho subito pensato “ma questo è scemo”. Ok che la Terra è grande, ma è finitissima se confrontata anche solo con l’estensione del Sistema Solare.
    Se l’atteggiamento del “tanto il problema non si pone” o ancora peggio “il problema si porrà a una delle generazione future, che troverà la soluzione” viene esportato nel campo dell’economia, ecco spiegati i disastri a cui assistiamo.
    E’ vero che non si riesce a prevedere tutto tutto tutto in anticipo (ieri guardavo un documentario sulla nasa e sul fatto che l’esplosione in volo del Challenger sia stata causata da una guarnizione gelata che ha ceduto. Bene, era la prima volta che una missione Shuttle partiva in condizioni atmosferiche di così e, purtroppo, nessuno aveva pensato a testare le componenti esposte all’atmosfera anche per le basse temperature…), dicevo, è vero che non si riesce a prevedere tutto in anticipo, ma non esiste la filosofia del pensare per tempi lunghi, di valutare le conseguenze delle azioni a medio, lungo e lunghissimo tempo. In niente. Figuriamoci in economia, dove ancora c’è gente del settore che quando parla confonde – secondo me volontariamente – il concetto di ricavo con quello di guadagno.
    Davide, scrivi più spesso di cose del genere, perché sono importanti e tu riesci a spiegarle davvero bene.
    Alessandro

  2. Posso aggiungere una tacca al volume dell’amplificatore…. ehm… alle stellette per votare il post… e votare 11? 😀

    (this is sooooooo nerd…)

  3. “Decrescita” purtroppo è un termine infelice.

  4. Il concetto di decrescita viene declinato in questi modi assurdi, proprio mentre diventa sempre più urgente mettere in discussione TUTTO il sistema finanziario e un buon 50% di quello produttivo-industriale. Quello che mi preoccupa non è la stampa più o meno disinformata / disinformante quanto la mancanza di interesse (e di conseguenza di coinvolgimento) del pubblico. Casi come la gestione dell’ILVA di Taranto sono veri e propri paradigmi di come non si affrontano i cambiamenti.

  5. Oh la follia della crescita infinita e le cavolate che sono state dette sul libero mercato! Altro che mercato che si regola da solo e idiozie varie. La spinta alla crecita continua, nel senso attuale di pura e semplice crescita economica, sta portando a risultati da incubo. Come l’azienda per cui lavoro ogni azienda sul mercato ha un solo obiettivo, crescere, perchè con il modello attuale un’azienda che non cresce è spacciata, va in lenta agonia e ben presto esce fuori dai giochi. E come fa a crescere? Conquistando quote di mercato e clienti, comprando altre aziende del settore, finchè non restano che poche enormi multinazionali, più potenti di uno stato e addio alla concorrenza. Già adesso ci sono fenomeni di monopolio per alcuni prodotti, a dispetto di tutti i controlli, le leggi e i regolamenti che gli stati hanno cercato di imporre. Questo è quello che ha prodotto il modello economico attuale e anch’io mi domando se non possiamo pensare a qualcosa di meglio. La crescita intesa come crescita economica infinita è evidentemente un’obiettivo insensato che può portare un benficio per pochi e per un tempo limitato ma alla lunga danneggia tutti.

  6. Speravo in un post del genere dopo aver sentito dell’overshoot day al tg – a proposito, è curioso di come ne parlino, neanche fosse una curiosità bizzarra e remota, come un festival di latte di capra himalayano.

    Riguardo a decrescita e indicatori economici fallacci, mi chiedo invece quanto questa situazione di crisi economica mondiale possa consolidare l’idea del PIL come unico possibile indice di benessere di una nazione, nonostante si basi su dati fuorvianti, come ampiamente discusso qui e altrove.
    Insomma, mi immagino sempre l’economista neoclassico che a decrescita e “limiti dello sviluppo” risponde evidenziando quanto in questi anni siano strettamente correlate le condizioni di vita del cittadino medio e la stagnazione del PIL causa crisi.

  7. Una breve nota sulla tragedia del Challenger: a quanto ho letto io, si è trattato di una tragedia “annunciata,” uno di quei casi in cui chi aveva le competenze, si rendeva conto dei rischi e non voleva che la missione procedesse in quelle condizioni è stato zittito praticamente d’autorità da manager che vedevano solo i ritardi nei tempi di marcia.
    Brutta figura per la NASA. Chi ha 5 minuti legga qui: http://www.analytictech.com/mb021/shuttle1.htm

    Tornando in topic. No, mi spiace, non sono d’accordo. Si fa presto a dire decrescita in termini di svilupparsi in direzioni diverse, ridisegnare i rapporti sociali eccetera. Belle parole che nascondono l’impossibilità di ottenere questi risultati con la sola proposta di perseguirli (a meno che non si tratti solo di una faccenda intima, dell’orticello personale). Concetti che mi richiamano alla mente, ad esempio, le prediche di Jeremy Rifkin, tante belle parole che valgono per chi se le vuole e può far valere, ma che in molti casi incontrano situazioni che le rendono impossibili a realizzarsi. Di Rifkin ho cercato di leggere Il Sogno Europeo e mi sono stancato per l’aria fritta che ci ho trovato dentro.
    Tante belle parole sulla condivisione degli spazi sociali con gli altri, sull’arricchirsi spiritualmente, sul sapere vedere le cose importanti. Ma in pratica cosa vuol dire? Vorrebbe dire sottrarre all’avidità dell’attuale sistema economico globale delle risorse che vengono sempre più divorate, fatte sparire alla disponibilità dell’uomo comune, privatizzate. E nel caso di quel libro, oggi lo scannarsi degli Europei tra spread che si alzano e Tedeschi che non vogliono pagare per gli altri (ovvero vogliono comandare loro) la dicono lunga su quanto gli Europei fossero capaci di perseguire un “sogno” diverso.

    Ripeto, poi uno può semplicemente intendere la “decrescita” come il proprio sviluppo alternativo personale, per sé e quelli con cui si relazione più direttamente, un proprio tirare a campare in qualche modo con le possibilità che si aprono, tra rete e lavori alternativi, in un mondo dove sembra che comunque sia diventato impossibile cercarsi un lavoro “normale” dalle 9 alle 5 per pagarsi le vacanze a Sharm e l’automobile grossa. Quelli come Rifkin insegnano che ti puoi difendere, produrre la tua energia per essere più indipendente, cose così. Ma sia a livello di comunità che personale, non ci si può isolare da una realtà esterna ostile che vuole anche quel poco che ti è rimasto in tasca (welfare? acqua?).

    Vuoi andare a rieducare ai valori della propria crescita interiore chi viene a impadronirsi della tua acqua potabile? Chi manovra per far morire il tessuto industriale del tuo territorio? Sarebbe bello, ma non si tratta di rivoluzioni culturali, si tratta di rapporti di forze. Non credo che questa gente si voglia fare educare. Ridisegnare i rapporti sociali e ridisegnare la comunità sono parole che, se si vuole tradurre in pratica, significano lotta politica durissima, e forse non solo limitata alla politica.
    Senza contare che un modo di vivere e di intendere la “ricchezza” diverso puoi cercare di insegnarlo a chi ti vuole ascoltare: ma non puoi imporlo a chi intende la vita in termini di possesso materiale, consumo e spreco.

    I potenti di oggi hanno perfettamente compreso che non esiste alcuna crescita eterna né frontiere infinite, si stanno attrezzando infatti a devastare e ricostruire territori (disaster capitalism), a togliere ai popoli la terra coltivabile dove ancora ce n’è (Africa, in particolare) per fornire raccolti a chi ha denaro e forza per procurarseli. In pratica tra finanza creativa, paradisi fiscali e saccheggio di risorse pubbliche, il capitalismo di oggi sta diventando una corsa a fregare il prossimo molto più che a costruire qualcosa. E’ una lotta al predominio, al forzare alla semplice sopravvivenza, e spesso nemmeno quella, gli abitanti di un mondo sovrappopolato e impoverito. Non la si può fermare mettendo una croce su una scheda, le volontà delle nazioni sono ormai scavalcate quotidianamente da organismi più grandi e forze economiche che oltrepassano i confini. In molti paesi non ha nemmeno senso andare a votare, i partiti dominanti non offrono una vera alternativa. Con buona pace per chi ha sperato in un nero alla Casa Bianca.

    Io sono d’accordo quando dici che il sistema non sta più funzionando. Non sta funzionando secondo te, e anche secondo me per carità, ma per altri sta funzionando benissimo. Qualsiasi cambiamento passa dal fermare quelli per cui va benissimo così. Si lasceranno “hackerare” con diversi modi di concepire l’economia e la vita? Per me sono bei voli di fantasia, ho l’impressione che sia una faccenda di classici rapporti di forza. E per adesso, rapporti del tutto a favore loro.

  8. Quanta amarezza, Bruno.
    Capisco il tuo punto di vista ma – come potrai immaginare – non lo condivido.
    Anche perché lo vedo un po’ scarsino in termini propositivi.
    Una volta preso atto che la situazione è quella che descrivi, cosa facciamo?
    Ci ammazziamo a vicenda per contenderci le poche risorse che ci vengono concesse?
    Ne resterà uno solo?
    Ci rassegnamo?
    Ci suicidiamo?
    Aspettiamo l’Uomo del Destino che risolva i nostri problemi?

    Io credo che un anello importante della catena sia l’informazione – fintanto che i singoli non si renderanno conto che il sistema che ci viene offerto non è l’unico, e che adottare un sistema diverso non significa offendere qualche divinità o doversi mettere a mangiare i bambini, sarà difficile cambiare le cose.
    Ma le cose si possono cambiare.

    Il problema è anche (non solo, ma anche) che non si concepisce alcuna alternativa.
    Il darwinismo sociale del quale parli – e che è certamente in attoi – non è una legge fisica alla quale non si può sfuggire. È una cultura, e come tale, ci è stata offerta e inculcata.
    Possiamo decidere di cambiarla.
    Non c’è scritto da nessuna parte che non si possa cambiare, non è vero che è impossibile.
    Semplicemente, il primo passo – il più difficile – è ammettere che si può cambiare.

    L’alternativa, d’altra parte, è orwelliana – accettare una società suicida, ritornare al feudalesimo.
    Se davvero c’è qualcuno per cui il sistema funziona benissimo, questo qualcuno ha tutto l’interesse a convincerci che questo è l’unico sistema possibile.
    Ma non è vero.

  9. Oddio. La scarsità di proposte alternative che in questo momento possano fermare i processi in atto mi pare più un dato di fatto che un pessimismo mio.
    Dal momento che l’andazzo era prevedibile da (almeno!) 20 anni, mi ritengo più realista che pessimista. E per il futuro non vedo il feudalesimo, ma molto peggio.
    Odio avere ragione su queste cose, comunque, quindi spero TANTO di avere torto.
    Passo e chiudo.

  10. Bruno, non ti offendere ma spero anch’io che tu abbia torto 😀

    E vorrei sottolineare che per quanto noi si possa avere opinioni differenti, per lo meno stiamo discutendo della situazione in termini realistici.
    L’impressione è molto forte, qui dove sto io, che anche solo discutere di cosa ci toccherà sia una cosa che non sta bene fare.

    E anch’io vedo un futuro cupissimo, ma soprattutto in funzione di ciò che le persone sceglieranno di fare.
    Sedersi ed aspettare che qualcuno risolva i nostri problemi non è più un’opzione.
    Ma muoversi e cercare una soluzione è attivamente scoraggiato – tanto a livello politico e sociale, quanto a livello economico.
    È una situazione orribile.
    Ma per me è un motivo in più per cercare delle alternative.
    Sperando che le previsioni più cupe non si avverino.

  11. Tante cose sembravano immodificabili, eppure, per dirne una, oggi non c’è più la schiavitù, che un tempo sembrava una cosa comunissima, socialmente accettabile e irrinunciabile. Eppure un pò alla volta, è stata cancellata (o almeno, è diventata un’eccezione e non la regola)

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