strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

One for the road

33 commenti

Cominciamo con un effetto speciale – questo post, a tema lavorativo, esce in parallelo con il post di oggi di Alex Girola, su Plutonia Experiment, che vi invito a leggere.
Questo scambio di link è sulla fiducia – io credo che ciò che dirà Alex di là complementi quello che io dirò di qua, e viceversa.
 Anche se non abbiamo preso accordi di alcun genere, e non ci siamo letti vicendevolmente prima di scambiarci i link.
Vediamo se funziona.

Detto ciò, ci sono due libri all’origine di questo post.
Il primo, è uno dei migliori manuali per viaggiatori che io abbia mai letto, l’ha scritto un tale che si chiama Rolf Potts e si intitola Vagabonding.
Esiste sia in inglese che in italiano.
Illustra una filosofia di viaggio che è minimalista, responsabile, avventurosa, intelligente.
È vivamente consigliato, ed è propedeutico al contenuto di questo post.

Il secondo non è un libro, ma una serie di libri – i romanzi di Jack Reacher, scriti dall’inglese Lee Child.
Pubblicate anche in Italia, le storie di Reacher seguono le avventure di un ex militare – Jack Reacher appunto – durante i suoi vagabondaggi per gli Stati Uniti.
Si tratta di thriller polizieschi ben scritti, con un protagonista ultracompetente ma simpatico, azione frenetica, buone trame.
E quest’idea – che avendo un piccolo gruzzolo da parte, e nessun legame solido, sia possibile lasciarsi tutto alle spalle, partire a piedi in una certa direzione, ed andare avanti, così, per sempre.
Che è poi una variante del vecchio sistema di Travis McGee – godersi la pensione quando ancora si hanno le capacità fisiche ed intellettuali per farlo, in periodi di diporto interrotti da brevi, intense, dolorosamente necessarie pause lavorative.

OK, abbiamo messo giù bibliografia e base filosofica.
Passiamo all’ipotesi di lavoro – e se mollassi tutto e me ne andassi?
No, davvero!

La prima considerazione, è vagamente buddhista, un po’ zen.
Ma anche, maledettamente realistica.
Non ho figli, non ho eredi.
La mia vita non è infinita.
Siedo qui al mio PC e tutto ciò che vedo attorno a me – i miei poster dei film d’avventura, i miei scaffali carichi di libri, i miei giochi, i miei dischi i miei cimeli, i diplomi appesi alle pareti – tutto questo un giorno sarà qui ed io non ci sarò.
Io non sono queste cose, e provare attaccamento per queste cose non ha significato.
Non potrò portarlo con me, e non ho nessuno a cui lasciarlo.

Quindi – e se mi liberassi di tutte queste cose?
Sarei sempre me stesso, no?

Consideriamo un’altra verità: non avrò mai una pensione.
Inutile farsi illusioni.
E difficilmente riuscirò a mettere da parte un gruzzolo: il mio lavoro, per quanto competente, non viene valutato – sul piano economico – proporzionalmente allo sforzo compiuto per ottenere quelle competenze.
O, se preferite un discorso più semplice, a parità di ore lavorate, un ricercatore universitario o una persona che porta volantini pubblicitari nelle buche delle lettere guadagnano esattamente la stessa cifra.
Questo significa anche, in altre parole, che la promessa implicita di un migliore tenore di vita a fronte di un impegno nello studio, è stata palesemente disattesa.

A questo punto la domanda è – cosa mi trattiene qui?
La connessione a internet?

Perché internet è ovunque, attenzione…

E qui mi viene in mente un terzo libro – il vecchio Rough Guide Firts Time Around the World che usai per pianificare, ma mai fare, il mio viaggio da Torino a Hong Kong in treno.
Una guida che illustra un semplice principio – fare il giro del mondo è possibile, basta pianificare con cura alcuni capisaldi, lasciare lo spazio all’improvvisazione nelle zone grigie, ed avere un po’ di coraggio.

E allora pensiamoci.
Cos’è che mi trattiene qui?
Un senso di sicurezza?
Quale sicurezza?

Supponiamo allora che io spenda il mio inverno a pianificare con cura i capisaldi, e poi con la bella stagione io parta.
In che direzione?
Verso est?

Vediamo…
Parlo cinque lingue – due benissimo, due in maniera accettabile e una a sufficienza per chiedere dov’è il bagno.
Mi sono mantenuto per anni insegnando a contratto – tutto ciò che mi serve è su un hard disk portatile che mi sta in tasca.
Posso offrire corsi a contratto e organizzare i miei spostamenti in modo da avere glistudenti pronti, coi soldi fra i denti, nel momento in cui raggiungo la prossima città.
Insegnare ciò che so in italiano o in inglese non mi fa alcuna differenza.
Ho uno spettro di competenze amplissimo – come molti della mia generazione; la frase

lei ha troppe qualifiche per questo lavoro

è diventata il nostro mantra.

Ho dei contatti.
In giro per l’Italia, per il mondo.
Persone che potrebbero lasciarmi dormire sul divano – in cambio del mio aiuto in cucina per i giorni della mia permanenza? Di un massaggio rilassante? Di una traduzione? Di un racconto?
In cambio di lezioni che potrei dare ai loro figli?
Ai figli dei loro amici?
Una partecipazione alle spese?
Couch surfing è il nome del gioco.

E poi chi è che si butta giù?
In capo a pochi mesi avrò un dottorato nella progettazione e messa in opera di sistemi di generazione energetica tascabili da fonti rinnovabili.
Dal Mato Grosso alla Valles Marineris, datemi una bici scassata, un ventilatore e del cavo elettrico, e vi illumino il paese.
Esiste forse una qualifica più spendibile in giro per il mondo?**

Lungo la strada, è comunque possibile mantenere dei contatti – anche se sporadici – con costi minimi.
Aggiornare un blog in inglese a pagamento*, inviare articoli a riviste e siti web interessati, e foto.
E quegli altri lavori?
Le traduzioni a contratto?
Già le faccio, grazie, e pagano i conti.
Ha importanza dove io mi trovi mentre traduco?
O ha solo importanza che la traduzione arrivi in tempo, fatta correttamente, e venga prontamente pagata?
Scrivere articoli?
Stessa cosa – anzi, viaggiando potrei avere più argomenti.
Si chiama nomadismo digitale, ed è una realtà.
Nomad working, baby.

E per gli imprevisti?
Non ho paura del lavoro fisico.
Sono ragionevolmente robusto, ho una grande pazienza.
So riparare biciclette e tapparelle (grazie, nonno), fare piccoli lavori elettrici, sono un vecchio bricoleur della scuola di McGyver, so tenere in ordine un orto…
Non sono un mostro della meccanica – ma su un motore le mani ce le saprei mettere.
Imparo in fretta – è la prima cosa che ti insegnano, se sei fortunato: come imparare.
Ho un sacco di qualifiche.
Dall’organizzare mostre d’arte al gestire un centralino, ho fatto tutto, e l’ho fatto bene.
Ho anche fatto lo spaventapasseri.

E soprattutto, non mi interessa diventare ricco.
Anche perché vale il discorso che si faceva qui sopra.
Cosa significa ricco?
Che ho più soldi di quanti io possa spendere?
E se non li posso spendere, cosa li posseggo a fare?***

Una persona che voglia vivere dignitosamente, leggere un paio di libri al mese e interagire intensamente con persone intelligenti – live o via web – non ha bisogno di miliardi, e non ha bisogno di essere ferma in un sol posto – niente mutuo sulla casa, tasse, spese di riscaldamento, tassa rifiuti…
Anzi – la mobilità significherebbe un aumento esponenziale delle opportunità, sia di svolgere un lavoro, che di interagire con persone intelligenti.

Idea romantica ed irrealizzabile?
Forse.
Probabile.
Eppure non sto invocando il barbonismo, l’abbandono della propria esistenza precedente per un bric di vino scadente e una scatola di cartone alla stazione come posto-letto.
Né sto vagheggiando di andare nella tundra dell’Alaska con le scarpe da tennis e un flobert per entrare in comunione con la natura.
Sto postulando una consapevole scelta di una vita frugale e mobile, nella quale le competenze professionali vengono riconosciute e retribuite, per quanto magari non in maniera tradizionale.
Non è una follia – esiste già, c’è chi lo sta facendo, si può fare.

Lo chiamano Location Independent Lifestyle.

E ne parleremo ancora.

—————————————————
* Sulle avventure di uno che ha mollato tutto e ora fa l’avventuriero in giro per il mondo?
Volete scherzare?
Anche solo tenere un diario quotidiano vorrebbe dire scrivere cose interessanti.
Considerate: a 1 euro al mese a lettore, questo blog mi frutterebbe oltre 8000 euro l’anno.
Pensate un blog del genere, a diffusione mondiale…

** Ma attenzione – TUTTE le qualifiche sono spendibili.
Il curriculum è una gabbia.
Compilatelo scrivendo ciò che sapete fare, non ciò che permette all’ufficio personale di incasellarvi!

*** No, ok, la risposta a quella domanda la sappiamo – li uso per acquisire un campo gravitazionale politico.
Per influenzare le vite delle altre persone.
Ma se io quel campo gravitazionale non lo volessi?
Se le vite degli altri preferissi influenzarle una manciata alla volta, con ciò che scrivo o con ciò che dico o con ciò che faccio?

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

33 thoughts on “One for the road

  1. Pingback: Vivere senza lavorare | Plutonia Experiment

  2. Sarebbe interessantissimo provare.
    Solo che sono quelle scelte da cui effettivamente c’è difficilmente la possibilità di ritirarsi previo ripensamento.
    Di certo tu sembri avere le basi più di molti altri. In un certo senso è come se incosciamente ti fossi preparato tutta la vita per una possibilità del genere. Conoscere le lingue, in primis (conoscerle bene), è la struttura portante su cui si fonda un progetto di nomadismo.
    Anche se i miei amici ambulanti – marocchini, senegalesi – hanno imparato l’italiano dal nulla, semplicemente venendo qui per vendere accendini e kleenex. Quindi è una strada che teoricamente non è preclusa a nessuno.
    Secondo me la valuteremo in molti quando ci verranno a mancare quelle estreme comodità che tutto sommato abbiamo ancora. Sarebbe però meglio farlo come scelta di vita e non come ultima carta da giocare prima di diventare i nuovi migranti della povertà.

    Bellissimo articolo.

  3. Leggere i vostri due post insieme è stato interessante (e assurdo, visto che è nato tutto senza premeditazioni xD).
    Ma…perchè no?
    Il caso che Alessandro porta sul suo blog è perfetto.
    Un bel gruzzolo in banca, capacità pittoriche e fotografiche che (nel resto del mondo) potrebbero essere benissimo apprezzate e retribuite.
    In più il viaggio darebbe molto più materiale su cui lavorare.
    Fare quello che si vuole.
    Viaggiare dove e quando si vuole.
    Tenere, come hai detto, un blog sul proprio viaggio.

    Forse sarà improbabile, ma non impossibile 😀

  4. Bellissimo post. Invidio a morte la tua preparazione che, in un mondo perfetto, ti aprirebbe tutte le porte… ma anche in questo è di grande valore. Mi viene da dire: “Ma cosa aspetti?” e ci aggiungerei anche un subdolo: “Di essere troppo vecchio?”
    Io non potrei farlo. Perchè sono sposato, perché non ho un gruzzolo sufficiente da parte, perché non so le lingue e perché non sono uno di quelli “troppo qualificati”. E perché sono un cagasotto.
    Sicuramente, se tu lo facessi davvero, il tuo blog-diario di viaggio avrebbe almeno un lettore fisso.

  5. Barbonismo… mi fai pensare a una vecchietta, famosa nella mia città, che è proprietaria di una ventina di appartamenti di pregio, tutti affittati. E’ ricchissima. Eppure passa le giornate sotto i portici a mendicare. E se non gli dai una moneta, è accaduto a me, ti sputa sui piedi.
    Il mondo ha tante facce. Oggi, trovare un posto fisso come quello che un tempo “spettava” a tutti, è praticamente impossibile.
    All’estero, specie nei paesi anglosassoni, è ormai prassi lavorare come fai tu. Prestazioni occasionali, diciamo “a contratto”. Qui da noi vengono guardate male perché non sono retribuite come dovrebbero. Il problema nasce, credo, dal fatto che il mondo del lavoro è regolamentato da finanzieri, e dal fatto che i sindacati sono talmente politicizzati che non sanno neppure più quali battaglie devono compiere. Si attaccano all’articolo 18… difendono il passato, e dimenticano il presente e il futuro. Così, persone come te, stra-qualificate, vengono pagate uguale a un volantinaro.
    La nostra repubblica è fondata sul lavoro… non sul diritto a una vita dignitosa, alla ricerca del proprio sogno, come invece altre costituzioni acclamano a gran voce nei primi articoli. Tutto qui? No. E’ più complesso… difficile.
    Ciò che credo è nella creatività. Sei intelligente, hai grandi potenzialità. Devi costruirtelo il lavoro. Forse il mercato italiano non si accorgerà di te, ma oggi si guarda al mercato globale. Ti dico solo una cosa: una piccolissima software house emiliana ha realizzato una piccola app per iPhone. Apple ne è rimasta talmente colpita che ha acquistato la società, e ha finanziato totalmente il lavoro di questi giovani programmatori. Tutto è avvenuto senza che nessuno si spostasse da casa propria.

    Ci vuole culo, è vero. Ma ci vogliono anche le palle, e le capacità. Io credo tu abbia tutti gli ingredienti necessari, o almeno due. Nell’articolo di Alex c’è una ragazza che ha avuto culo… ma che non mi sembra abbia intenzione di approfittarne in maniera costruttiva.

    Mai abbattersi. Credere in sé stessi Sempre. Come dice Zanardi: Mi spezzo ma non mi piego!

  6. E se non hai un gruzzolo da parte, una campagna per finanziare il tutto (volta alla fine a scrivere il blog e pubblicare il libro) su IndieGoGo potrebbe funzionare. Se vuoi il mio euro mensile per leggere questo, di blog, te lo mando subito, 12 euro l’anno non si vedono neanche per me che guadagno poco,

    Io ti dico fallo, fallo adesso che il fisico ti regge, che sei carico come una molla (si sente da come scrivi). Io il divano non ce l’ho ma ho spazio e libri, se passi in umbria ci adattiamo, al limite mi fai da tester per i giochi per una settimana o un mese.
    Fallo, e vedi di passare per l’Italia centrale. 😉

  7. Ragazzi, datemi il tempo di finire il dottorato! 😀

    E poi non è detto che le scelte debbano essere estreme (si veda il link segnalato da Murgen… sta succedendo, come si diceva).
    Io credo che il punto principale sia smettere di essere attaccati a cose che, palesemente, non ci sono più.

  8. Giusto, il punto non è “mollo tutto e me ne vado”… ma semplicemente smettere di dare estrema importanza a certe cose. Posto fisso? Pensione? Inestimabile collezione di gufi in porcellana? Tutta fuffa. Credo (con tutto il cuore) che col passare del tempo lo stile di vita proposto da Davide diventerà non solo diffuso, ma essenziale. Si, perfino nella Repubblica delle Banane. La Crisi può essere aggirata abbandonando certi preconcetti duri a morire, e la tecnologia in continuo sviluppo (parlo di trasporti, connessioni Wi-fi, smartphone, etc) consente soluzioni lavorative impensabili fino a pochissimi anni fa.

  9. Mister, della tecnologia in continuo sviluppo parliamo fra due giorni.
    E non saranno tutte rose e fiori.

  10. Ecco, dovevi proprio smorzarmi l’entusiasmo, vero? :p

  11. No, l’entusiasmo è importante.
    È anche con l’entusiasmo che riusciremo a fuggire da questo 1958 infinito in cui ci vogliono intrappolare.

  12. La tizia di “passaparola” (una specie di mail informativa che gira) vive su una barca e gira il mondo facendo tutto da lì ormai da almeno 10 anni. Non penso sia questa idea così irrealizzabile.

  13. Stanno venendo a prendermi con la camicia di forza? 😉

  14. Mi sa che presto questo tipo di discorsi diventerá la norma, il fatto che oggi ne stiamo a parlare è giá indicativo che qualcosa sta cambiando.

  15. Mi sento un po’ come il tizio di “dolcegramma per Mongo”, ma tu abbi pazienza. Sono stato coinvolto in un meme – nel quale è stato pinzato anche l’ottimo Nick – e ti ho coinvolto. Tu dai serenamente un’occhiata sul mio blog e ignorami.

  16. È una tematica che mi sta molto a cuore. Se ricordi uno dei Gianluca futuri (dal meme dei dieci anni), viveva essenzialmente spostandosi di città in città, lavorando quando serviva per avere gli introiti per fare la prossima tappa.
    Quindi attendo con molto interesse il continuo di questo articolo. 😀

    Ciao,
    Gianluca

  17. (Max, arrivo e mi metto al lavoro)

  18. Se non avessi moglie e figlia, credo che avrei pensato alla via del camper, almeno per prendere un po’ d’aria. E te lo dico dopo aver visto quanto possa valere una casa, costruita e ripagata in 20 anni di lavoro, e quanto possa essere effimero questo suo valore. Siamo ancorati a una routine e a un luogo, e a me un po’ sta stretto.

  19. Tu e il Girola siete un’associazione a delinquere. Di stampo intelligente. Quasi quasi vi dichiaro sovversivi e vi costringo a farmi da tutor fino a quando non raggiungo il vostro livello.
    Idiozie a parte, descrivi uno scenario che per la nostra generazione sta diventando non solo possibile ma necessario. Per la successiva, i ventenni di oggi, potrebbe essere una sorta di obbligo per vivere. E’ vero che hai abbastanza competenze per dieci persone ma è altrettanto vero che per quelle competenze hai lavorato sodo ogni giorno della tua vita.
    Metterle a frutto non è solo un fatto economico ma la realizzazione delle tue capacità. Già qualche tempo fa ti incitavo a migrare in lidi più adatti ai tuoi talenti, quanto descritto nel tuo post sposta il concetto da “un posto migliore” a “n posti migliori”.
    Si potrebbe obiettare che avendo una famiglia è più difficile, per non dire impossibile. Come mandare i figli a scuola? Come dar loro un quadro affettivo stabile? Io credo che si possa fare anche con la famiglia, con la parziale eccezione dei bambini molto piccoli (sotto i 12 mesi). Richiede più pianificazione, una logistica più pesante. Ma rimane fattibile.

  20. Credo anch’io che la famiglia complichi le cose, ma quest’estate ho seguito un paio di blog di famiglie – marito, moglie e due marmocchi, niente di più tradizionale – che riesconoc omunque a vivere on theroad.
    Magari non con sacco a pelo e tenda, ma comunque in maniera molto mobile.
    Oggi come oggi, online si trova anche il necessario per dare un’istruzione ai ragazzi.

  21. Cosa stai aspettando? Parti!

    Un divano per qualche giorno te lo posso offrire anch’io, aggratis!

  22. Spettacolare, da tremare le gambe:-)

  23. mi torna fino a un certo punto, poi mi perdo, ma credo sia dovuto al fatto che sono in bad mood da oggi.
    se tutti sene vanno in giro dove vanno a finire i punti di appoggio fissi? e se le condizioni lavorative tracollano drasticamente che fare dei non qualificati? dei meno qualificati?
    è una via per chi ha competenze molto al di sopra della media e grande adattabilità, ma non mi pare possa diventare la regola. come mi pare che non possa diventare la regola la deregolamentazione spinta del mercato del lavoro in ogni campo, o si rischia il darwinismo sociale. e poi non è che si possono avere gli operai freelance… e probabilmente salvaguardare i diritti di certe categorie stratutelate serve a far sì che le categorie per loro storia e natura meno tutelate e/o diffcilmente tutelabili (le non-categorie che renderebbero possibile l’eeclettismo di cui sopra) abbiano di riflesso dignità sociale e valorizzazione.
    probabilmente mancherò io di immaginazione (e quindi sono sul blog sbagliato), ma tanto a breve mi pare implausibile una mobilità così spinta in grosse proporzioni. pur non negando che sia un progetto bellissimo. se saltano *del tutto* gli schemi sarà dura che certi modelli di adattamento che al momento potrebbero ancora funzionare siano ancora validi. certi altri saranno vitali, come le tue competenze di dottorato, ma ribadisco: non mi pare una cosa a così breve termine (diciamo una decina annetti).
    a meno di non mettere in conto un conflitto, o una pandemia.
    detto questo, io ho un divano e della birra fatta in casa, in due cuciniamo non male e quando parti e passi sulla costa occidentale toscana fammi un fischio. i miei dodici euri mettili in conto.
    piccolo OT: ma di Beyul Express si son perse le tracce?

  24. Non ho detto da nessuna parte che debba per forza essere la scelta per tutti.
    Oggi è una scelta per una fascia molto ristretta.
    Io credo che in tempi relativamente brevi potrebbe diventare una opzione reale per una fascia piuttosto ampia, invece.
    Sulle competenze, discutiamone – io non credo che servano competenze molto al di sopra della media.
    Anche se è vero che oggi, qui, si spinge per una media maledettamente bassa.
    Aggiungiamo che il conflitto esiste – anche se non è combattuto con armiconvenzionali.
    La pandemia esiste, ma ha colpito il risparmio e gli investimenti, non le persone.

    aggiungo – ne parleremo spero in futuro – che le reti di sicurezza e le tutele per i lavoratori fortemente atipici e non legati ad un luogo specifico, esistono già.
    In compenso, gli schemi che rischierebbero di saltare in una situazione del genere, sono già saltati.
    L’Italia perde 60.000 laureati all’anno.
    Molti di questi, dopo anni trascorsi a fare la via crucis dei laboratori e dei dipartimenti europei, con contratti semestrali o annuali.
    È davvero così diverso da ciò che descrivo?
    O è solo che avviene senza che alle spalle ci siano una cultura, ed una struttura, capaci di rendere questa peregrinazione un extra positivo anziché una spiacevole necessità?

    (Beyul Express è in frigo – al momento, come discusso in un post precedente, ci sono altre attività che hanno la precedenza. Ci scusiamo coi nostri lettori per l’inconveniente).

  25. porco boia, così non è che mi migliori il bad mood…

    è che qui si spinge per i servi della gleba, e credo sia un motivo (abbastanza grosso) che porta buona parte dei 60000 a muovere il culo. preciso: quanti di quei 60000 hanno davvero interessi e competenze *reali* sui quali lavorare e costruire uno o più lavori dei quali non solo campare ma anche godere? e quanti hanno ruscolato un pezzo di carta abbastanza vuoto e migrano in cerca di posti dove certe condizioni appena sopra del sub-umano siano ancora garantite? io da parte mia ho incontrato entrambi, ma i secondi erano più frequenti.
    è pur vero che gli schemi che saltano (o già saltati) renderebbero vano spostarsi solo per un posto al sole, ma se lo scopo è levarci le gambe, spero che la soluzione non *debba* essere individuale.

    certo è che quanto scrivi – come al solito – si rivela utile: se neanche si riesce più a immaginarla, un’alternativa, allora è il momento che – come Cidrolin – s’ha in quel posto.

    sulle competenze purtroppo – complici una divulgazione inesistente in un paese grigio, qualche disavventura e un’indole pigra – la mia strada m’ha portato ben lontano da qualsiasi cosa fosse anche solo vagamente spendibile nella mia situazione. mi auguro che la mi’ figliola – tra una decina d’anni quando chiacchererà ammodo – s’appassioni più ai sassi, alle piante o ai marchingegni che ai discorsi fumosi. alla fine si tratta comunque di lavorarci su per migliorare le persone, noi inclusi. il metodo è da imparare ogni volta, e gli obiettivi da ridefinire, rifinire, modellare. adattabilità, insomma, che non debba esser per forza mobilità.
    ah, e se una tesi di dottorato mela chiami inconveniente… la mia era solo curiosità un po’ morbosa dovuta al fatto che qualcuno ha montato un po’ di suspance, tempo fa… 😉

  26. Melo, ma quando tu sei in bad mood vieni a trollare sul mio blog?
    😀
    Perché ho come l’impressione che qualunque risposta io possa darti, a te non andrà bene 😉

    Laureati fasulli che emigrano per cercare posti da subumani?
    Resta un loro diritto, mi pare.
    Io ti dirò, di laureati fasulli che abbiano dovuto trovarsi un lavoro da subumani all’estero ne ho incontrati pochi – di solito la laurea presa per sfinimento mal si accoppia con lo spirito per andarsi a cercare un posto all’estero.
    Ma se tutto ciò che la vita mi offre è un lavoro da spazzino, facendo lo spazzino a Seoul per lo meno vedo luoghi esotici.

    E nessuno ha finora detto che debba essere per forza mobilità.
    A me basterebbe se venisse considerata un’opzione dignitosa.
    Poi il punto è proprio che nessuno debba imporre nulla a nessuno.

    E sulle competenze, ripeto ciò che ho detto meno di 36 ore fa ad un’amica – non lasciamoci intrappolare dal formato del curriculum.
    TUTTI abbiamo delle competenze spendibili – il problema è riuscire a trovare un ambito in cui lo siano.
    Ma quello, è tanto un problema di immaginazione quanto un problema di mercato del lavoro.

  27. hai ragione, scusa, ma non era mia intenzione, e credo di aver mescolato il post in sé all’entusiasmo di gran parte dei commenti per arrivare alla sensazione del “per forza”.

  28. Pingback: Vagabonding, e la bellezza del viaggio scomodo « Some1elsenotme

  29. Arrivo qui qualche giorno in ritardo, ma vedo che ci sono alcuni sentimenti che attraversano un pò tutti. E mi fa parecchio riflettere il fatto che ci sono alcuni punti che sembrano emergere come dei capisaldi in chi fa questo genere di pensieri. Ovvero la dolorosa e difficile necessità di scrollarsi dalla mente schemi ammuffiti che non descrivono più il mondo di oggi (ma che sospetto sia uno di quei passi che una volta fatti, ci si rende conto che sono molto più semplici di quanto la paura facesse sembrare), la necessità di pensare internazionalmente, globalmente (e da qui l’importanza delle lingue), la valorizzazione dell’interdisciplinarità nei confronti di una iper-settorializzazione sul modello di un alveare, la consapevolezza che nella vita ciò che conta è la piena realizzazione del proprio potenziale e non le cose materiali. Le solite vecchie cose, insomma.

    Forse sarà un caso, ma da qualche tempo fra le numerose idee per un futuro che, rimanendo immobili, fa sempre più paura, l’idea di una vita “on the road” di stampo 2.0 ha iniziato a martellarmi, seppur lievemente, in testa. E nonostante non sia pronto a chiudermi la porta di casa alle spalle domani mattina, pensandoci bene non mi sembra nemmeno una cosa assurda, ridicola e peregrina. Anzi, peregrina forse si.

    L’idea folle sarebbe quella di andare a Londra. E fin qui niente di strano. Ci vanno in tanti, sto pure organizzando per andarci qualche giorno a Febbraio, per il mio trentesimo compleanno, con tutti i miei amici che vorranno venire. La parte folle sta nel fatto di non comprare nè biglietto aereo, nè di treno, nè benzina per la macchina, e nemmeno una bicicletta.
    Solo un paio di scarpe da trekking comode e resistenti ed uno zaino abbastanza capiente per le poche cose necessarie. Fra le quali, oltre a qualche vestito di ricambio, allo spazzolino, all’asciugamano di ordinanza (ovviamente!), anche tutto il necessario per la vita online, per poter documentare tutto su un blog apposito, corredando gli articoli con foto, video, e quant’altro. Tutto in inglese ovviamente, perchè se dobbiamo salire sul palcoscenico, la platea la vogliamo ampia, la saletta parrocchiale ci va un pò troppo stretta. E con una strategia di marketing che preveda un utilizzo sapiente ed oculato della visibilità via via acquisita. Dal punto di vista organizzativo, insomma, nulla di lasciato al caso.
    Andarci a piedi insomma, partire da un paesino dell’appennino che conta trecento anime e farsela a piedi fino alla più grande città europea (in effetti un biglietto per passare la Manica ci vuole. Nuoto piuttosto bene, ma non così bene. ); e magari partendo con la sfacciataggine di pensare che nel momento in cui il viaggio avrà termine davanti a Buckingham Palace, si sia fatto parlare di sè abbastanza da riuscire a farsi invitare a prendere un tè con la Regina (Ok, questo è decisamente un vaneggiamento troppo ardito… Ma arrivati a quel punto, ci se ne può anche fare una ragione ed andarsene a bere una birra da soli).

    Ma in realtà questa è più che altro una fantasia. Non credo si possa pensare di strutturare tutta la propria vita su questo modello; io perlomeno non penso che saprei farlo. Forse andrebbe bene per un pò, una cosa una tantum da provare a fare se avessi le spalle coperte dai famosi 150.000 baiocchi di cui si parlava su Plutonia, ma credo che la necessità di avere un posto in cui mi possa sentire a casa, con persone che posso incontrare non solo virtualmente e legami che non siano solo temporanei e passeggeri, beh, che questa necessità avrebbe il sopravvento.

    • L’idea di una esperienza on-the-road documentata da un blog non è affatto male.
      Lo hanno fatto in tanti, e la maggior parte ha avuto una certa fortuna.
      Certo, richiede un certo coraggio – o forse un certo grado di disperazione.
      Ma io ci sto arrivando, alla disperazione… 😉

  30. Infatti potrebbe non essere male il blog come documentario. E sicuramente susciterebbe un certo interesse seguire le avventure “di quel tizio che cammina per l’Europa”. La cosa buffa è che ci consideriamo avanzatissimi, ma nel “mio” tanto vituperato medioevo di gente a piedi per le strade ce n’era assai, e spesso erano i migliori personaggi dei loro tempi.

    Per il resto, ti dico solo di ricordare il mantra del Bene Gesserit. La paura uccide, quindi uccidila prima tu. Con quella stronza non bisogna essere compassionevoli, qualunque siano le scelte che farai. E onestamente, questo lo dico tanto a te quanto a me stesso.

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