strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Più cyberpunk di Gibson

13 commenti

Un altro libro uscito dal passato, un altro libro che parla di un futuro che non ha preso forma, che in qualche modo ha mancato di concretizzarsi.
O forse, che sta solo faticando a prendere forma, è in ritardo sulla tabella di marcia.
C’è Gerard O’Neil, con The High Frontier e 2081, c’è The Case for Mars di Robert Zubrin, c’è Homo Delphinus di Jacques Mayol, c’è Living & Working in the Sea, di Miller, c’è il Whole Earth Catalog

Uscito nel 1997* per i tipi di Wiley, rispettato editore di testi accademici, Digital Nomad, di Tsugio Makimoto e David Manners, si pone una semplice domanda.
È possibile che la delocalizzazioneresa possibile dall’avvento dei sistemi cellulari, segnali l’avvio di una nuova fase della nostra civiltà, nella quale il nomadismo tornerà ad essere una componente centrale delle nostre esistenze?

Il mondo del 1997 dal quale Makimoto e Manners immaginano il futuro è un mondo nel quale la videoconferenza, lo scambio di grandi volumi di informazioni, la condivisione di file, sono ancora prospettive sperimentali.
Non esiste il wifi, il primo sistema di connettività mobile, sviluppato da Apple, è una specie di blackberry che si deve connettere fisicamente alle prese telefoniche – possiamo comunicare e scambiare dati ovunque, purché noi si abbia la facciatosta di chiedere il permesso al padrone di casa di usare la sua presa del telefono.
Un fiasco colossale, ma non certo l’unico, e le pagine del libro sono costellate di tecnologie estinte che sul momento parevano promettenti – gli Organizer della PSION, i card-reader da inserire nei PC per poter leggere le carte di credito ed effettuare pagamenti online, i celulari come il Communicator 9000, che costano solo 1000 dollari epermettono di inviare anche messaggi di testo…

Il mondo dal quale proviene questo saggio è unmondo in cui Internet è lenta e complicata, dove il principale ostacolo alle transazioni commerciali online (a parte il fatto di dover possedere un card-reader integrato nel PC) è che una risposta può richiedere da 10 minuti a 10 ore. Siamo nel 1997 e ggli autori considerano ottimistica la stima di 47 milioni di utenti internet sull’intero pianeta, e immaginano un futuro in cui scaricare una copia di Via col Vento in formato digitale (txt) richiederà un secondo e mezzo e non dieci minuti.
Un futuro in cui la rete sarà una risorsa colossale, grazie a tecnologie come il recente browser Netscape…

Ed io c’ero.
Io ero uno di quei 47 milioni, con un abbonamento a internet attraverso un servizio dial-up che pagavo a mezzo con mio fratello.
Eravamo abbonati con un’azienda che gestiva BBS.
Aveo un sito web, usavo Netscape.
Tre anni dopo avrei fatto il mio primo acquisto online – senza bisogno del card reader integrato.
Oggi pare di parlare di treni a vapore, eppure sono obbligato a notare che la connessione “veloce” che pago come ADSL qui ed oggi in Astigianistan è molto più vicina al mio vecchio modem dial-up che non a ciò che nel mondo civile viene considerato “alta velocità”.
Perché vivo in un mondo che – come da previsioni di Mikamoto e Manners – considera scontata e indispensabile la connessione veloce al web, ma in un  paese nel quale la connessione veloce al web è ancora un privilegio o un balocco.

Ed è un saggio curioso, quindi, quello di Makimoto e Manners, che mescola antropologia, politica, tecnologia e mondo del lavoro, e che si sgancia improvvisamente dall’effetto nostalgia nel momento in cui si proietta verso il futuro – che è poi il mio presente.
E diventa un libro  più cyberpunk di tanto cyberpunk narrativo.
Il futuro imaginato è un futuro di viaggi a basso costo, e di comunicazioni globali via web e rete cellulare, un mix di innovazione e ritorno alle origini che piacerà poco ai politici (i nomadi non sono facili da censire, tassare, controllare) ma che porterà ai nuovi nomadi una ampia gratificazione. La possibilità di vagare per il mondo, godendone della bellezza, pur continuando a svolgere attività professionali di alto profilo.

Da qui a dieci anni, dicono i due autori.
E invece no.
Non ancora.

Ma le cose si stanno muovendo, e a quindici anni di distanza gran parte delle innovazioni previste dai due autori in campo tecnologico sono realtà quotidiane.
I PC portatili a basso costo, i netbopok, persino quella cosa che “sarà meno di un computer e più di un cellulare”, e che noi oggi chiamiamo tablet.

Ciò che è venuto a mancare – o che paradossalmente in questi quindici anni ha fatto dei giganteschi passi indietro – è la facilità della mobilità, la possibilità di viaggiare a basso costo.
Il mondo nel quale le frontiere stavano scomparendo, e viaggiare non era più un privilegio di una elite agiata è stato spazzato via dalla paranoia del dopo 9/11.
Più controlli, più restrizioni, più paura.

Contemporaneamente, la tendenza – che il libro prevede ma immagina disinnescata dalla politica – da parte delle compagnie telefoniche di continuare a lucrare in maniera sproporzionata sul costo delle chiamate, anziché scomparire si è normalizzata.
È vero, una telefonata oggi costa infinitamente meno che nel 1920, fatte le debite proporzioni.
Ma garantisce comunque un guadagno di un paio di ordini di grandezza alle compagnie, rispetto ai costi reali.

Eppure il cibernomadismo esiste.
Il VOIP ha rimpiazzato il cellulare delle previsioni di Makimoto e Manners, ma davvero è possibile avere computer, media center, sistema di comunicazione globale e mezi produttivi tutti in un singolo pacchetto che pesa circa un chilogrammo.
È quindi davvero il caso di dire che neanche dieci anni di stato di guerra ed una crisi economica globale sono riusciti ad uccidere l’ipotesi di una vita lavorativa complessa e gratificante non più legata alla permanenza in un unico luogo.
Anzi, le avversità sono state una imprevista fonte di opportunità per provare qualcosa di nuovo.

Certo, in Italia si discute ancora se il telelavoro sia unrischio per la vita sociale dei lavoratori.
IL CNR, che ha una commissione di valutazione al lavoro sul “problema” dal 1992, sembra pensare che il telelavoro possa tramutarmi in un recluso.
Perché si immagina che chi debba fare inserimento dati, gestione contenuti o elaborazione a distanza, debba lavorare barricato in uno stanzino, e non seduto sotto ad un albero nel verde.
Il risultato è che molte delle osservazione sul presente del 1997 che troviamo nel libro sono una esatta fotografia dell’Italia del 2012.
Il futuro previsto da Digital Nomads è arrivato in ritardo nel resto del mondo, è ancora di là da venire nel nostro paese orgogliosamente fermo al 1958.

———————————————————-

* la mia copia è usata ma in condizioni più che ottime, acquistata per un centesimo più la spedizione da un rivenditore indiano.
È un piccolo mondo.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

13 thoughts on “Più cyberpunk di Gibson

  1. Non hanno tutti i torti: anche in america con l’avvento del telelavoro e degli acquisti online (grazie, Amazon che sei nei cieli). Guarda il numero crescente di “Hikikomori” e Agorafobici in america, giappone e francia. Purtroppo questa e’ un’alternativa al nomadismo.

    http://www.forkparty.com/17565/could-you-survive-without-ever-leaving-the-house-infographic

    Ormai e’ possibile vivere senza lasciare la propria camera da letto (Amazon ha addirittura creato Amazon Fresh che opera nei dintorni di Seattle). Io potrei teoricamente lavorare da casa o a distanza, ma molto spesso una diretta interazione e’ preferibile per spiegare un problema e cercare soluzioni. E una videoconferenza non e’ la stessa cosa che avere un’interazione verbale e non verbale davanti a un caffe’ per esempio o in ufficio, dove uno non ha 20000 altre finestre aperte in contemporanea.

    Inoltre, beh, il cyberpunk e’ sempre stato sociale e metropolitano (e anche il postcyberpunk alla Stephenson)… un futuro come quello descritto da Digital Nomad mi ricorda piu’ City di Simak o al massimo, il terzo volume dei mendicanti della Kress (in cui il nomadismo non e’ necessariamente visto come un futuro auspicabile) 🙂

  2. Qui da noi il telelavoro è quasi un tabù.
    Senza trollare il precedente commentatore vorrei rassicurare i tuoi lettori: conosco un paio di amici che lavorano da casa e vivono serenamente.
    No, non fanno inserimento dati. Si occupano di cose più dinamiche (pare un paradosso ma non lo è) e alla fine vivono meglio di me, pendolare stressato. Possono occuparsi delle loro mansioni e al contempo bersi una tazza di tè caldo in tuta. Quando devono incontrare clienti possono fissare gli appuntamenti alle dieci di mattina in un caffè sui navigli, che a quell’ora sono piacevolmente deserti, vivibili.
    Diventeremo tutti così? No. Perché comunque il sistema è apparentemente solido e resistente.
    Torniamo quindi a parlare del modello standard? Mi sa di sì.
    Hai accennato agli acquisti online. Basta pensare a quanti nostri connazionali ancora non si fidano di comprare online, nonostante i sistemi di sicurezza si stiano moltiplicando.
    Sarà una strada ancora molto lunga.

  3. C’è un romanzo cyberpunk italiano scritto nel 1993 da un tale Roberto Perego, sconosciuto. Si intitola Milano 2019: linea di confine. Anche quello è molto lucido, con Viale jenner trasformato in un califfato.

  4. Quando uno il nomadismo digitale lo vive, perchè tutto sommato è ormai realtà per molti, un giorno scopre improvvisamente che la sua giornata lavorativa è diventata di 24 ore per 365 giorni l’anno. Io mi ritrovo nella descrizione di mcnab75. Se voglio posso lavorare da casa anzichè in ufficio, e non faccio inserimento dati. Questa minima libertà di scegliere di non ingolfarsi nel traffico nell’ora di punta insieme a tutti gli altri si paga con il fatto che, per una curiosa associazione, non essendo più il lavoro confinato in termini di spazio tra le mura dell’ufficio, non lo è più nemmeno in termini di tempo, per cui ognuno si sente libero di chiederti di fare del lavoro in orari improbabili o quando sei al mare in vacanza, tanto puoi collegarti, gli strumenti a tua disposizione, gentilmente concessi dall’azienda, te lo consentono, quindi se non lo fai è perchè sei antipatica, pigra e cattiva. Ormai a me le foto di tavolini con su il PC portatile con un cocktail accanto e una spiaggia bianca con le palme davanti, non mi fanno più pensare alla libertà di poter lavorare in un luogo piacevole, anzichè in uno stanzino senza luce naturale, ma alla schiavitù di non poter mai staccare del tutto dal lavoro.

  5. Da noi telelavoro significa grossomodo “stare a casa a far niente”. Oppure viene citato in un contesto rilassato, per esempio davanti alle macchinette, come fantasticheria prima di buttar giù un sorso di caffè e tornare al (vero) lavoro.

  6. Ai tempi dei dial-up c’ero anche io. Ricordo il primo esperimento di chat in Italia, le bestemmie necessarie per far funzionare una BBS e i glitch di Mosaic. Da programmatore posso dire che il mio lavoro poteva essere “tele” già negli anni ’90. A differenza di altri, posso anche provarlo, nel senso che tutti gli interventi fatti da casa in reperibilità me lo hanno piantato in fronte come concetto, così come un salutare terrore per le richieste di disponibilità 24/7.
    Ricordo anni con 100.000 chilometri fatti in auto, spese ingenti di biglietti aerei e alberghi, tutto per cose che si potevano fare con molta meno spesa, per me e per il cliente. E la chiudo qui perché altrimenti decollo come un Cruise e mi vado a schiantare sul Parlamento, visto mai che dopo si festeggia Guy Fawkes anche qui.
    Il nomadismo o più semplicemente il lavoro fuori dagli schemi del ‘900 richiede un cambio di paradigma. Passare dalla presenza fisica con illusorio controllo al lavorare per obiettivi. Mi dai un servizio in cambio di un compenso. Se ci metti tre giorni o tre ore è un problema tuo, se lavori in un ufficio o sotto una quercia non mi interessa minimamente.

  7. @s.mira: anche io sono nella situazione di poter potenzialmente lavorare da casa, di fatto lo faccio un giorno a settimana per un’oretta o due, ma una mentalità delirante per cui “se non ti vedo vuol dire che non lavori” mi costringe a stare il resto della settimana chiuso in un ufficio, il più delle volte a presenziare a discussioni del tutto inutili o a aspettare che le cose succedano, alle 1800, e correre per chiudere il cerchio o restare per farlo con la dovuta calma. Il mio lavoro è per sua natura 24/7, con (a volte) tempi morti enormi in orario di ufficio e necessità (abbastanza costante) di reperibilità fuori orario, ma è la mentalità che mi vuole otto ore rinchiuso a rendere il lavoro una schiavitù da cui non poter staccare. diversamente, con una maggiore libertà dai vincoli di presenza sarebbe possibile gestire i tempi morti altrimenti, ottenendo gli stessi risultati.

    questo senza voler dire che per tutti i lavori non confinabili tra le mura di un ufficio debba essere così, ma, per quelli per cui avrebbe davvero un senso l’idea di telelavoro, sarebbe un salto di qualità della vita non indifferente. voglio dire, io ho il mio capo/collega accanto e ci parliamo via messenger… perché così resta traccia. a voce diciamo le minchiate, e francamente potrei risparmiarmele, o incontrarlo al bar una mezz’ora.

    sul mettere a freno la libertà degli altri di farti lavorare fuori orario (perché anche se il lavoro è di per sé gestibile 24/7 non vuol dire che qualcuno sene debba approfittare) io la soluzione l’ho trovata trattando sui soldi per una parte e parlando chiaro con i disturbatori dall’altra. oddio, non l’ho risolta del tutto: è una lotta continua a chiarire i concetti molto vaghi di emergenza e di urgenza, ma vedo margini di miglioramento.

    poi è chiaro che se le otto ore di ufficio prevedono un lavoro con ritmi da catena di montaggio e in più ti chiedono di continuare fuori orario senza manco pagarti vedi la possibilità di lavoro in mobilità come sfruttamento. ma si tratta di raggiungere un compromesso tra le esigenze della natura del lavoro e le proprie, e non piegarsi a uno schema.
    mi rendo conto però anche che molti si oppongono a un modo diverso di intendere il lavoro perché fondamentalmente a casa stanno male, magari per una moglie con cui stanno per abitudine e con cui non sono in grado di comunicare, o perché senza una gabbia che li costringa non sono in grado di gestirsi il tempo e il lavoro. e remano contro perché ormai sono abituati così.

  8. @melo
    infatti c’è parecchia resistenza al cambiamento, non solo da parte delle aziende, ma a volte uno scopre che anche i lavoratori, di fronte alla scelta se lavorare da casa o in ufficio, preferiscono l’ufficio. Alcuni hanno motivi comprensibili, tipo che in casa hanno bambini piccoli che fanno rumore, o familiari da cui preferiscono star lontano almento qualche ora al giorno, altri ti spiazzano con motivi bizzarri. Io ho sentito per esempio:
    1) non lavoro da casa perchè i miei figli e i miei vicini se non mi vedono andare tutte le mattine al lavoro penseranno che sono disoccupato
    2) non lavoro da casa perchè si lavora in ufficio, e basta!
    3) non lavoro da casa perchè l’azienda non mi paga l’elettricità e il riscaldamento per casa mia (si e le ore di vita e la benzina risparmiata per andare al lavoro invece non le conti, mah!)

    Riguardo al lavoro 24/7 si può gestire un disturbatore, se fosse uno solo, ma se diventano una valanga perchè è proprio il concetto di tempo libero che sta cambiando, diventi tu il disturbatore se non ti adegui.

  9. È necessario – come osserva Angelo – un radicale cambiamento di paradigma.
    Le basi ci sono, e la Crisi (reale o immaginaria) lo potrebbe facilitare.
    Di fatto, per troppo tempo nel nostro paese – m anche altrove – si sono pagate le ore e non il lavoro: io avevo un cliente che voleva che le traduzioni le facessi nel suo ufficio, per vedermi lavorare.
    Una assurdità che mi caricava circa due ore in più al giorno per i trasferimenti – due ore non retribuite.

    Poi, è vero, si rischia di entrare nel tunnel del lavorare anche la notte di Capodanno.
    Ma possiamo evitare che diventi la norma.

    D’altra parte, io per la mia ricerca, lavoro anche quando sonoin coda al supermercato – e uso il tempo libero per pensare a come impostare il prossimo articolo…

  10. @s.mira (poi basta perché mi son già beccato del troll ieri d apadrone di casa e non voglio che mi banni)
    beh, ma il concetti di tempo libero *sta* cambiando, con lavori che per loro natura richiedono una disponibilità 24/7. disponibilità, non effettive ore lavorate, sennò torna valida una turnazione in stile fabbrica. la cosa inquietante è vincolarti a un ufficio per 8 ore al giorno pur non essendocene bisogno E farti lavorare da casa le restanti. e allora ben vengano i “disturbatori” che non si adeguano.
    l’essere svincolati dall’ufficio però ovvierebbe al primo problema, permettendo al tempo libero di modellarsi attorno al lavoro. e io per esempio dopo aver lavorato in pausa pranzo da casa (dove sto ora) potrei evitare di dover tornare in ufficio tra 10 minuti (e sarò pure in ritardo perché non sarò pronto in tempo:) ) a aspettare mezz’ora prima che succeda qualcosa.
    al solito, il problema è umano, e le vie per ovviare al problema variano dal tipo di umano con cui uno ha a che fare.
    sulle motivazioni contro: mici sono scontrato anche io, nel tentativo di trovare alleati per fare proposte comuni di mediazione per una mezza giornata di lavoro a casa. che per me risulterebbe anche in un risparmio netto di benzina. ho sentito anche di peggio: persone tanto povere di spirito che hanno il terrore di rimanere alienate senza frequentare le persone in ufficio, fisicamente. come se la loro vita fosse quello.

  11. E’ disarmante vedere quante potenzialità vengano sprecate dal nostro Paese. L’hai detto tu in maniera esemplare: siamo fermi al 1958. La tecnologia dovrebbe aiutare lo sviluppo: è una vera e propria bacchetta magica che se usata può migliorare condizioni di vita e lavoro per tutti. In Italia viene usata come un randello impugnato al contrario.

  12. Mettiamola cosi’: lavoro nel settore della ricerca (fisica e matematica), piu’ sull’aspetto teorico che su quello pratico. Fuori dall’Italia. Non dovendo fare esperimenti (ma dovendo creare modelli numerici, analizzare i dati, leggere paper) per la maggior parte del tempo, potrei lavorare da casa (come qualche volta faccio, specialmente la mattina).
    Lo stesso fanno i miei colleghi.
    Posso vivere senza neppure andare al supermercato perche’, anche se non sono coperto da Amazon Fresh, ci sono altri servizi simili che mi portano gli ingredienti a domicilio.
    Ma… ma il lavoro vincolato dall’ufficio per me e’ meglio. Ho provato a lavorare da casa ma:
    1) Mangiavo troppo e lavoravo poco
    2) Non avevo orari (e soprattutto luoghi) prestabiliti e non staccavo mai veramente (certo, neppure adesso stacco del tutto e spesso lavoro la notte per finire un articolo per le deadline, ma sono casi isolati, non la normalita’)
    3) Uscivo poco perche’ non ce n’era bisogno

    Sono andato avanti cosi’ per circa sei mesi e il mio rendimendo complessivo e’ diminuito, ho preso 10 chili e ho praticamente smesso di uscire (i colleghi potevano essere contattati su skype, teleconferenze, ecc… le uniche volte che dovevo esserci era quando veniva qualcuno della Toshiba o di Qualcom).

    A quel punto, spinto anche dagli amici, mi sono dato una regolata: prendo orari flessibili lavorando la mattina da casa e andando al lavoro verso le 11/12. Lavoro in ufficio, ho un contatto diretto con i colleghi e una divisione netta fra lavoro e tempo libero (che come ho detto, puo’ diventare grigia quando si avvicinano le scadenze). Esco con gli amici finito il lavoro e, tornando dal laboratorio ufficio passo dal supermercato.
    Uso l’autobus (l’abbonamento e’ gratuito dove lavoro) e mi faccio una scarpinata ogni volta che mi aiuta a tenermi in forma (la fermata e’ a circa un ora a piedi da casa mia). Uso la macchina solo se costretto.

    Ora, avere orari flessibili in ufficio (che e’ quello che ho) e’ una cosa, il telelavoro e’ un’altra. Certo, alcune persone possono farlo, non dico di no. Quello che dico e’ che, almeno nel mio caso, non ha funzionato e in molti paesi si e’ notata una correlazione fra servizi di consegna a domicilio, telelavoro e agorafobia/hikikomori. Ora, potrebbe essere solo una correlazione (e di certo ci sono altri elementi in gioco, come la crisi globale, l’educazione, la dipendenza da internet, …), ma non ne ho trovata nessuno fra telelavoro e nomadismo digitale.

    (PS: se per caso conoscete qualche studio a riguardo, mi piacerebbe leggerlo; il fatto che non condivida un’idea non significa che non sia interessato a saperne di piu’ o che non possa cambiare idea)

  13. adoro questi tuoi articoli… recuperando poi in blocco diversi mesi di “arretrati” estivi si riesce a vedere con ancor più nitidezza il filo conduttore che li unisce tutti 🙂

    e grazie anche di avermi dato un altro (l’ennesimo a dire il vero) buono spunto per una storia a fumetti che sto abbozzando al momento 😉

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.