strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Per dimostrare cosa? E a chi?

11 commenti

Kicks do count for something.

È una delle regole del noir, secondo l’eccellente A Girl & a Gun, di David Meyer.
Tradurlo è un po’ difficile, perché c’è quel kicks, che non ha proprio un equivalente diretto in italiano*.
Ammettiamolo, gratificazione è corretto ma è fatto di legno.
Soddisfazione?
Altrettanto rigido.
Troppe sillabe.
Manca dell’idea di rapidità, immediatezza.
Manca del valore effimero.
Le gratificazioni durano a lungo.
Kicks are gone in a heartbeat.

Emozioni forti?
Bah!

Eppure, se è vero che le gratificazioni istantanee (sempre peggio, sembra una cosa che si acquista in bustine e si scioglie in acqua bollente) contano qualcosa, e spesso sono un motore importante – ci riallacciamo alla Cool Stuff Theory, se volete – a volte ciò che ci spinge ad agire è il desiderio di dimostrare qualcosa.
È un po’ la storia del mettersi a scrivere perché si è letto qualcosa di veramente brutto – io posso fare di meglio!

Ma è più diretto, immediato, personale.
Ora te la faccio vedere io.

Un mio docente, nella sempre accogliente e amichevole Università di Torino, mi disse un giorno (mancavano forse tre mesi alla mia laurea) che io al dipartimento di Geologia di Torino avrei potuto solamente lavare i pavimenti.
Non avendo più nulla da perdere (anche di questo, come motore per l’azione, un giorno dovremo parlare), gli risposi che probabilmente aveva ragione, ma in capo a cinque anni i suoi studenti avrebbero preparato il suo esame sui miei libri di testo.
Mi guardò come se mi avesse appena raschiato via da sotto la sua suola… e non intendo come un chewingum.
Cinque anni dopo, tenevo il mio primo corso per dottorandi all’Università di Torino.
Dipartimento di Geologia.
Soddisfazione?
Senza prezzo.
E se ci ero arrivato, era anche per poter… già, l’avete capito, per fargliela vedere.

E la cosa mi urta terribilmente.
Me ne… no, vergogno non è la parola giusta.
Me ne rammarico, ecco. Se fosse possibile vorrei poterlo cancellare dal mio passato.
Perché è vero – gliel’ho fatta vedere.
Ma ho anche permesso all’opinione di una piattola di condizionare la mia esistenza.
E se già è discutibile lasciare che la donna più bella del mondo condizioni la tua vita, figuriamoci una piattola.
Le piattole non meritano tanto.
Anche se ti spingono a dare il tuo meglio.

Fa male, vivere sulla base di reazioni a simili esperienze.

Ci sono persone che si muovono attorno a noi che sono consumate dal propriopassato, terrificate dal loro futuro e incastrate nella loro rabbia e gelosia. Non sono vivi; sono solo cadaveri che camminano.

E questo non è George Romero, è Thich Naht Hanh, un maestro zen.

Perché, e qui slitto sul filosofico, ma solo un poco, il meglio lo dobbiamo – o lo dovremmo – dare di default.
Non perché qualche imbecille ha espresso un giudizio stupido sul nostro conto.
Agire per rivalsa porta ad un tipo di azione sterile, ed alla lunga ben poco gratificante.
Un kick, insomma – dura un attimo ed è bellissimo, ma poi…
A supporto di questa mia teoria sulla sterilità della rivalsa come motore creativo, porto una prova inoppugnabile – se scrivo per farla vedere a qualcuno (credetemi, la tentazione esiste), scrivo malissimo.
Perché la mia testa, e forse di più, il mio spirito (qualunque cosa sia), non sono sulla storia.

Il che ci lascia al limite col voler dimostrare qualcosa a noi stessi – che funziona, ma temo abbia anche in questo caso delle controindicazioni.

Del tipo, per dimostrare a me stesso che posso riuscirci (ferrea volontà, dedizione assoluta), ho deciso che mi dottorerò indossando la stessa giacca che indossai dodici anni fa per laurearmi.
Il che significa perdere due taglie in due mesi.
E penso anche di poterci riuscire (patetico, vero?)
Ma forse, sarebbe meglio riportare la taglia sotto controllo… mah, per la salute.
Per ritornare al mio antico fascino. Per poter spendere di meno in abbigliamento.
Perché è orribile avere una bella giacca nell’armadio che è di due misure troppo piccola.
Ma… dimostrare a me stesso che posso tornare al mio vecchio peso forma?
Sì, ok, e poi?

Fluisci con qualsiasi cosa accada, e lascia che la tua mente sia libera: resta concentrato accettando qualunque cosa tu stia facendo. Questo è il precetto definitivo.

Questo è Zhuangzi, uno dei patriarchi del Taoismo.
Vecchia volpe.

Quindi, alla fine, perché sforzarsi per dare il meglio?
Per dimostrare qualcosa a noi stessi o, peggio, a qualcun’altro?
Non credo.
Per i fantomatici kicks coi quali abbiamo aperto questo post?
Può darsi, ma è sterile – specie se non viviamo in un noir.
Perché non abbiamo nulla da perdere?
Beh, questo forse si avvicina alla verità – ammesso che la verità esista – ma è ancora troppo… hmm, diciamo direzionale.

Forse alla fine si dovrebbe dare il meglio, si dovrebbe spingere per quella taca in più (o quella taglia in meno), perché meno che il meglio, meno che il massimo impegno, non c’è nulla che valga la pena.

Poi, certo, essenso eseri umani e non creature immaginarie, il nostro meglio – per quanto sia sempre al meglio – non è necessariamente costante.
Ci sono mattine in cui il mio meglio è a malapena alzarmi dal letto.
Ma anche così, nulla di meno vale la pena.

Ciò che capita capita.

E questo è Spike Spiegel.

———————————————————

* Vediamo quanti commentano per dimostrarmi il contrario.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

11 thoughts on “Per dimostrare cosa? E a chi?

  1. Sono d’accordo, perfettamente.
    Mantenendomi in ambito universitario, ci sono “compagni di corso” che sembrano studiare per dimostrare di poter prendere degli ottimi voti. Per vantarsi con gli altri.
    Non so, li trovo vuoti dentro. Fanno quello che fanno per mostrare agli altri di cavarsela..che senso ha?

  2. molto bello.
    solo un appunto:le gratificazioni istantanee sono effervescenti,non c’è bisogno dell’acqua bollente.
    (che per scaldarla si perde tempo e poi l’istante passa)

  3. La vedo leggermente diversa.
    Io penso che anche senza lo stimolo del professore tu avresti cercato di fare del tuo meglio.
    Poi, come dici tu, “gliel’hai fatta vedere”, ma quella è solo la ciliegina sulla torta. Una cosa in più.
    Forse alcune volte si ha bisogno di stimoli esterni per iniziare a fare una cosa, ma se dentro di noi non si ha un vero interesse, è solo uno sforzo effimero, un fuoco fatuo che al primo inconveniente tende a spegnersi.
    Quando possiamo dire o pensare “gliel’ho fatta vedere” è perché grazie ad un pungolo abbiamo ottenuto dei risultati che comunque ci stavano a cuore, altrimenti avremmo lasciato stare.
    Del “gliel’ho fatto vedere” te ne rammarichi e perché? Semplicemente il professore si sbagliava, aveva di te un giudizio errato.
    Hai fatto del tuo meglio e non per default. L’hai fatto perché ti piaceva quello che stavi facendo e ci hai creduto. Dare il meglio di default mi sembra assurdo. Non puoi pretendere che tutto quello che facciamo rivesta per noi l’analogo interesse, abbia su di noi lo stesso patos. Saremmo delle macchine settate per dare sempre il meglio di noi in tutto ciò che facciamo. Ma non è così.
    Per fortuna.

  4. Credo si possano fare cose giuste per i motivi sbagliati. Non saprei dire se questo è parte di una filosofia ma le mie esperienze mi portano in quella direzione. Credo anche che ognuno di noi abbia una serie di punti sensibili, aree che se vengono in qualche modo stimolate scatenino il peggio e il meglio di quello che abbiamo da dare e che le motivazioni che riusciamo a darci per fare le cose impegnative abbiano una stretta relazione con quei punti.
    Infine, perdere due taglie in due mesi è possibile ma mantenere la taglia raggiunta è il vero impegno. Azione e continuità dell’azione. La difficoltà insita nell’essere coerenti e nell’acquisire un cambiamento nel proprio modus vivendi è qualcosa che sfugge a molti, impegnati come sono a rincorrere il prossimo afflato d’orgoglio (o rabbia, o passione, o qualsiasi altra cosa).

  5. Mi sono scervellata su kicks ma le uniche alternative che mi vengono in mente sono tutte in inglese.
    E’ un’ottima linea di condotta quella di dare il meglio di sé in ogni occasione, ma è una decisione razionale e non sempre la razionalità basta per smuovere le nostre carcasse sentimentali. Qualche volta un bel pungolo irrazionale è quello ci vuole, la rabbia, il “glielo faccio vedere io”, ma anche sentimenti positivi, l’amore per es.. Gli esami per i quali ho studiato di più e meglio sono stati quelli dove avevo stima e ammirazione per il professore, perchè volevo dimostrargli che avevo capito, che avevano spiegato bene e che avevo seguito. Amore insomma.
    Forse tutto questo è poco zen, non ricordo cosa dice lo zen sull’agire per amore.

  6. Da me, ma credo in moltissimi paesi del nord Italia, c’è sempre una forma di competizione selvaggia.
    Di solito sono i genitori che utilizzano i figli come pedine per sfidare amici e parenti. Ti devi laureare per “bagnare il naso” ai cugini XY. Devi entrare nella squadra di calcio perché il figlio di XZ è già in quella di basket. Devi guadagnare meglio dei tuoi vicini di casa. Devi sposare la ragazza più corteggiata, anzi, più “stimata” dalla comunità, non quella che ti piace.
    Come vuoi che crescano questi benedetti ragazzi?
    Che poi la competizione in un certo senso è perfino salutare. Penso a certi sport. Ma basare la vita sulla competizione fa soltanto accumulare stress su stress. Tanto non saremo mai migliori di tutti.

  7. “Ma… dimostrare a me stesso che posso tornare al mio vecchio peso forma?
    Sì, ok, e poi?”

    E poi, la prossima volta in cui mi ritrovo davanti a qualcosa che credo di non poter fare, avrò un simpatico e incoraggiante precedente cui appoggiarmi per l’arrampicata.

    E anche supponendo di voler camminare untouched da quello che il prossimo pensa, dice e fa, non c’è la tentazione di dimostrare a sé stessi di non dover dimostrare nulla a nessuno?

    Sono contorta, quest’oggi…

  8. Pingback: Stand-up comedians « Mitopoiesi e barbarie

  9. Riguardo alla questione linguistica, per “kicks” l’unica che mi viene e’ “brividi”.

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