strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

100 dollari per cominciare

11 commenti

Seguivo Chris Guillebeau da prima che uscisse il suo The Art of Nonconformity.
Ho letto e trovato molto divertenti e pieni di ottime idee i suoi ebook A Brief Guide to World Domination e 279 days of Overnight Success.
Blogger, imprenditore ed avventuriero, Guillebeau è un giovane americano che, quando scoprii la sua esistenza, si stava impegnando in un giro del mondo – inteso come un viaggio alla ventura per toccare tutti i paesi del mondo.
Lavorando in ciascuno di essi.

Guillebeau è un tipo in gamba, che mi è simpatico, che riesce a trasmettermi una certa sincerità nonostante l’ovvia aggressività imprenditoriale.

Guru dell’impresa flessibile e del lavoro come divertimento, Guillebeau ha pubblicato l’anno passato l’interessante, interessantissimo The 100$ Startup, che è uno di quei libri che prima mi riempiono di entusiasmo, e poi mi gettano brevemente nella depressione più nera.
Per scrivere questo nuovo volume, Guillebeau ha contattato, intervistato e studiato due dozzine di imprenditori di successo che, partendo da zero e con un capitale di circa cento dollari, sono riusciti in capo a un paio di anni ad arrivare quello che viene considerato lo standard della media borghesia americana – 50.000 dollari l’anno, tasse pagate.
L’idea, è quella di vedere cosa abbiano in comune queste persone, e cosa si possa imparare dalla loro esperienza.
Per poi farlo anche noi.

Da qui, la botta di entusiasmo – caspita, si può fare!
Il testo è chiaro, ben definito, convincente e diretto (e c’è anche in formato Kindle).
I casi sono maledettamente pratici ed empirici, e non c’è nulla di velleitario, c’è pochissimo bla-bla.
vengono anche presi in considerazione i casi in cui certe iniziative sono fallite.
In particolare, si analizzano i fallimenti di coloro che, successivamente, sono riusciti a raggiungere il proprio scopo.
Cosa hanno sbagliato, la prima (e la seconda, magari anche la terza) volta?

Poi arriva la botta di depressione, e sappiamo tutti come si chiama.
Si chiama

Tanto qui non funzionerebbe mai.

Noi lo sappiamo che le priorità sono altre, giusto?

Ieri sera ho passato un paio d’ore a chiacchierare con alcuni vecchi amici, e si è parlato, nche di prospettive lavorative.
Alcuni casi citati dal libro (l’ex commerciale cinquantenne della grossa azienda che, licenziato, si ricicla come venditore di materassi… il giovane indiano che fattura 130.000 dolalri l’anno con un corso avanzato e molto molto specifico sulla gestione di grossi volumi di dati con excell… il tipo che ha scritto un manuale per un software gratuito che non aveva manuale, e ne ha vendute 5000 copie in una settimana…) strappano le solite risatelle, le solite battute, la solita serie di pernacchie.
Tutte balle.
Americanate.
Se non sei capace di tenerti il posto che hai sei un fesso, tanto andrà sempre male, se non hai il calcio in culo, guarda i politici quanto rubano, loro problemi non ne hanno… bla bla bla.

Per uscire dalla depressione, è necessario andare oltre l’aneddotica e considerare il modello proposto da Guillebeau.

Il modello, distillato dai singoli casi, prevede…

. un investimento minimo
. un piano aziendale semplice ma fortemente pensato
. una componente di passione per ciò che si desidera fare
. una componente di coraggio/disperazione
. un mercato globale (= la lingua inglese + internet)

L’ultimo punto fa sorridere, perché qualcuno ricorderà forse la trimurti Inglese, Internet & Impresa che avrebbe dovuto cambiare l’Italia e creare un milione di posti di lavoro.
La maggioranza l’inglese continua a non saperlo.
Internet non c’è per tutti, e chi ce l’ha scarica donne nude.
Le imprese chiudono.

La questione disperazione è alytrettanto importante.
Chi ha uno stipendio da fame col quale pagarsi qualche sfizio sul momento, perché al futuro non vuole pensare, non avrà mai l’interesse a mettersi in gioco. Se gli parliamo di chi in gioco si è messo, si mette a fare battute.
Non ci vuole tanto – credo che 600 euro netti al mese sia al momento la tariffa sufficiente per annientare ogni iniziativa nell’italiano medio tra i 20 ed i 50 anni.

… solo uno dei tanti…

La passione…, ah, della passione abbiamo già parlato.

Il piano aziendale è un problema – nessuno ci insegna a farlo.
Ma esistono dei manuali.
ooops… sono in inglese!

L’investimento minimo?
Cento dollari e un internet point…
Ma se mancano passione, disperazione e idee chiare, perché sbattersi, giusto?

E poi c’è un altro problema, che è feroce, maledetto e molto molto diffuso, e che fa più o meno così

E se poi non funziona?

Beh, se poi non funziona, torni al tavolo, prendi un altro pezzo di carta, e fai una lista dei motivi per cui non ha funzionato.
E poi si riparte.
Ma a noi la scuola, e forse anche la famiglia, hanno messo addosso un sacro terrore del fallimento, dell’errore, dello sbagliare, del non sapere e magari del far domande per informarsi.

Ma come, non lo sai?!

Sbagliare (soprattutto se si sbaglia in pubblico) è un peccato per il quale non esiste assoluzione.
Al cospetto di una sacra infallibilità, meglio l’inazione che il rischio di sbagliare.
I risultati di tale psicologia, naturalmente, si vedono.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

11 thoughts on “100 dollari per cominciare

  1. Ti leggo da qualche tempo e devo dire che nella stragrande maggioranza dei casi mi trovo d’accordo con te!
    Sono un neolaureato (tra poco non potrò nemmeno dire neo…forse è meglio dire mezzo-neo…sono passati 6 mesi!) in architettura e sono convintissimo che bisogna inventarsi per andare avanti!
    Ti confesso però che gli investimenti e le iniziative sono veramente complicate, perché nessuno ci ha insegnato come si fanno nella giusta maniera!
    Se potessi consigliarmi qualche ebook sull’argomento te ne sarei grato….

  2. Sto leggendo diversi libri come questo. Mi suscitano esattamente le emozioni che citi tu: entusiasmo seguito da profonda depressione. In primis perché ti accorgi che effettivamente in Italia “è diverso”. Secondo perché se ne parli salta fuori il solito commentatore che ti dice che tanto queste cose non funzionano, che vorrebbe vedere cos’ha combinato nella vita l’autore del libro in questione etc etc.
    E’ capitato a me recensendo Mollo tutto. C’è stato chi ha messo in discussione la competenza dell’autore. “Parla parla, ma vorrei vedere lui!”
    Dopo aver risposto che lo scrittore in questione ha riportato innanzitutto le sue esperienze di vita (un po’ come Guillebeau), non essendo quindi il classico guru da salotto, la replica è stata un laconico “sarà”.
    Non c’è speranza.

  3. Non c’è speranza.

  4. Dimentichi la sacralità del posto fisso che ci hanno infuso sin da poppanti.
    Lasciare il posto fisso per “tentare la sorte” è follia pura.
    Ascoltare le “americanate” che vanno bene lì, ma non da noi.
    E se poi va male che fai dormi sotto i ponti?

    Ma vedi, questo si applica a mille altre faccende. Nel 2006, quando a 34 anni ho “rischiato la sorte” lasciando città, lavoro, amici per venire a Torino (per amore), NESSUNO di amici e conoscenti mi ha detto “è una bella cosa”. Le frasi ricorrenti erano:

    A 34 anni non troverai mai lavoro (l’ho trovato dopo due mesi, solo perchè di mezzo c’era agosto)
    Se poi lui ti lascia tu resti come una scema (come se una persona dipendesse da un’altra)
    Ma nella vita non puoi mai sapere cosa trovi, meglio restare qui (infelice, interniale, part.time)
    Tu sei pazza

    E via dicendo.
    L’iniziativa personale, la creatività, sono pregi che in Italia vogliono che tu nasconda. “Ma si, il creativo” si bisbiglia in famiglia quasi fosse una parola blasfema…a cui si associano aggettivi come perdigiorno, fallito, eccentrico, quello/a coi grilli per la testa.

    Altrove nel mondo i creativi, quelli che ahnno idee, coloro che osano sono una preziosissima risorsa su cui investire. Basta soltanto dare un’occhiata agli annunci di lavoro, a quello che chiedono, al modo in cui lo chiedono.
    Qui è tutto impagliato, come i nostri politici.
    Tranne quando si vestono da porci o centurini romani, ma quello, si sa, gli è dovuto.
    Siamo noi i cretini che stiamo a guardare senza marciare sotto i loro palazzi pieni di donnette per fare la rivoluzione.

  5. -I risultati di tale psicologia, naturalmente, si vedono.-
    Nulla di più vero.

  6. @MacSmith
    Che responsabilità!
    Io ti consiglierei di partire con questo – non è costosissimo, è ben scritto e divertente, se non ne ricavi nulla per lo meno è una lettura divertente.
    Poi, sulla questione modello d’impresa, gestione aziendale e così via – ho in lista di lettura The Instant MBA (che costa meno in cartaceo che in ebook, da Amazon.it)
    Il problema è che si tratta comunque di un testo legato alla realtà anglosassone e americana in particolare.
    Testi che aiutino nella situazione italiana, ahimé, non ne conosco.
    Ma magari, un giro in una libreria Hoepli…

  7. Chiudersi in un paese, qualsiasi paese, quando c’è un mondo fuori è un’assurdità. Chiudersi in un paese retrogrado è semplicemente autolesionista. Anche per chi un lavoro ce l’ha (alzo la mano) non capire che c’è un modo per almeno allargare le proprie possibilità è da lobotomizzati.
    Piuttosto, bisogna partire dalla basi. Chi di voi (non Davide) sa come si stende un business plan?

  8. Io lo so perché ho comperato il manuale 😀

    Però è vero, Angelo… a scuola non ci insegnano come mettere in piedi una attività.
    Che è proprio strano, eh?
    Voglio dire, si parte dal presupposto che il nostro sarà un futuro da dipendenti – che io sia filosofo, tubista o impagliatore di animali morti, si prsume sempre che andrò sotto padrone, che sarò inserito in una struttura precedentemente esistente, adeguandomi alle loro regole finché, da vecchio, avendo scalato il sistema, potrò cambiarlo.
    Non che da vecchio io abbia poi tutto questo interesse a cambiare il sistema al vertice del quale mi trovo, ovviamente.
    Il che spiega un sacco di cose.

    Però no, a noi, il business plan, non insegnano a farlo.
    Per cui, casomai, la settimana prossima ci faccio un post.

  9. Il tuo ultimo commento Davide mi ha causato una specie di illuminazione Zen. Mi è venuto in mente un mio professore universitario che ci diceva “voi siete la futura classe dirigente”. A distanza di anni adesso ho capito il motivo del giramento di scatole fulminante che provai. Il ragionamento era che noi possessori di un pezzo di carta, dopo anni di lavoro in un’azienda saremmo stati al posto degli attuali dirigenti. Nemmeno l’ipotesi che non ci interessasse questo percorso. Poi si sa come sono finiti cotanto predestinati futuri dirigenti, in un call center a 5 euro l’ora e incapaci di trovare alternative.

  10. Esatto… ma è difficile trovare alternative quando non si è stati preparati a farlo, e se ci si prova si viene annientati.
    L’impressione è che… mah, fra gli anni ’60 e gli anni ’90, si sia costruito un futuro programmato per le giovani generazioni, molto più invasivo ed ineluttabile di quanto si pensasse.
    Io studiavo geologia, ma già si sapeva che sarei entrato in una azienda ed avrei iniziato “la carriera”.
    Chi era al controllo aveva previsto tutto – ma basando le proprie previsioni sull’idea barbina che il futuro sarebbe stato uguale al suo presente.

  11. Pingback: Business Plan, chi era costui? « strategie evolutive

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