strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Blogger & Marines

31 commenti

Lois Lane lo sapeva già quarant’anni or sono, naturalmente.

Due volte, la settimana passata, dei rappresentanti di ciò che chiameremo media tradizionali hanno espresso una opinione molto simile sulla blogsfera.

Ha aperto le danze Lucia Annunziata, neo-direttrice dell’Huff Post Italia, che impiegherà blogger a compilare un quotidiano, ma non li pagherà, semplicemente perché…

I blog non sono un prodotto giornalistico. Sono commenti, opinioni su fatti in genere noti: è uno dei motivi per cui i blogger non vengono pagati.

… e io che pensavo che non mi pagassero perché mi volevano male.

Poi, Radio Popolare, ci ha deliziati con la notizia (informazione? opinione su un fatto in genere noto?) che…

I blogger parlano di tutto e non sanno niente

È bello essere apprezzati, vero?

Il problema è che queste due affermazioni sono stupide*.
Sono stupide, essenzialmente, perché si fondano sulla convinzione – stupida – che esista una categoria chiamata “blogger” che condivida caratteri comuni a tutti i suoi appartenenti; caratteri fra i quali ci sono anche il non sapere niente, il parlare di tutto e l’esprimere solo opinioni su fatti noti.

Il punto, ahimé – che evidentemente non è sufficientemente noto – è che i blogger sono una popolazione così ampia, variegata e diversa, che qualsiasi affermazione generica sui blogger che non si riduca a

bloggano

è una generalizzazione inammissibile.

Voglio dire, consideriamo i Marines, volete?
“I Marines” è una di quelle categorie fortemente caratterizzate.
Se io vi dico “è un ex marine”, voi sapete cosa immaginare.
Bene.

Sì, una cosa del genere…

Per diventare Marines è necessario – tra le altre cose – seguire dodici settimane di addestramento, il famigerato Boot Camp, ovvero il United States Marine Corps Recruit Training.
L’avete visto al cinema, sapete di cosa parlo.
Lo scopo di queste dodici settimane è quello di rendere tutti i membri del corpo dei marines capaci di esprimere lo stesso tipo di performance in situazioni di combattimento.
Eppure, anche dopo le dodici massacranti settimane del Boot Camp, i marines posseggono ancora una loro individualità.
Anche quando uccidono, pur uccidendo secondo standard ben definiti, hanno un tocco personale.
Posso usare “I Marines” come categoria, posso indicare tratti comuni, ma devo starci attento.

I blogger il boot camp non lo fanno.
Ci sono corsi e manuali, ma i più imparano sul campo.
Non c’è elemento normalizzante.
Ogni blogger è una persona non addestrata, salvo due ore a legger l’how-to di Blogger, la faq di WordPress…
Non siamo un esercito, siamo una milizia.

Sì, una cosa del genere…

Clickate per ingrandire.
I dati sono riferiti ai soli USA, ma sono interessanti.

E i numeri, di questa marmaglia in armi?
Stando a dati parziali, esistono 450 milioni di blog in lingua inglese.
Se aggiungiamo i blog in altre lingue (inclusa la nostra), arriviamo a circa un miliardo di blog attivi.
La statistica da sola ci dice che quei mille milioni di blogger non possono essere tutti uguali.
Davvero c’è qualcuno che pensa che Contrary Brin, il blog dello scrittore americano David Brin, nel quale l’autore parla prevalentemente di politica, cultura e società, sia paragonabile a Bish’s Beat, il blog dello scrittore americano Paul Bishop, nel quale l’autore parla prevalentemente di narrativa?
Sono due blog eccellenti, sono scritti da due persone che appartengono alla stessa generazione e svolgono la stessa attività, e sono diversissimi.
Diavolo, addirittura paragonare Contrary Brin con The First Days of a Better Nation, il blog di Ken MacLeod, nega le premesse – due blog che parlano di politica, cultura e società, scritti da due autori di fantascienza, coetanei, entrambi con una formazione scientifica alle spalle, e sono due letture (divertentissime) radicalmente diverse.

In Italia ci sono tre milioni di blog attivi, stando alle informazioni disponibili.
Questo da solo dovrebbe bastare a cortocircuitare qualunque presunzione secondo la quale si possa dire “i blogger” e poi fare qualche affermazione significativa che valga per tutti.
Ragionate – se ci fossero tre milioni di persone con uguali cultura (non sapere niente), uguale atteggiamento (scrivere di tutto) ed uguale esclusione dalla vita produttiva (non vengono pagati), accomunati da uno strumento di comunicazione…
Diavolo, formeremmo un partito, prenderemmo il potere, e poi metteremmo al muro i giornalisti.

Al di là delle battute, è triste vedere che non si riesce, da parte dei media tradizionali, a svolgere una analisi accurata e significativa di un fenomeno palesemente in crescita.
Il continuare ad immaginare tutti i blogger come una manica di buzzurri presuntuosi, che sparano menate a caso solo per desiderio di visibilità, anziché esplorarne ed analizzarne le differenze, mapparne i contenuti, definire questo continente inesplorato, misurarne i cambiamenti, imparare qualcosa dal fenomeno, è pessimo giornalismo.

Ma loro potrebbero rispondere, non tocca a noi, tocca agli scienziati.
Massmediologi, antropologi, sociologi.
Vero – ma allora, non essendo basate su dati solidi, le affermazioni qui sopra sono solo affermazioni gratuite.
Cose scritte da chi non sa.
Opinioni su fatti noti (ad altri).
Materiale non meritevole di vedersi corrispondere un compenso.

Ciò che rende la blogsfera tanto dinamica e tanto pericolosa per i media tradizionali, incidentalmente, è proprio questa grande varietà e questa mancanza di un elemento critico comune.
Nn solo posso trovare una molteplicità di opinioni e informazioni su una quantità di argomenti diversi, ma il tempo di risposta ai cambiamenti è a tal punto rapido, che la blogsfera riesce ad adeguarsi ai piccoli cambiamenti di paradigma molto più in fretta di un giornale – poiché non c’è una politica editoriale comune, non ci sono fattori di potere che frenano, non c’è il problema degli sponsor, non c’è il problema del numero minimo di copie vendute.
Oh, ci sono infiniti altri problemi, ma poiché ciascun blogger li affronta in modo diverso, non esiste un fenomeno che possa, in un sol colpo, zittire o mandarein crisi la blogsfera.

Il che significa anche che, se certe affermazioni stupide non sono frutto di sciatteria personale, ma il prodotto di un’agenda – affossare i nuovi media per difendere i media tradizionali – beh, è un sistema che non può funzionare.
Poiché i giornali e laradio possono dire che il blog sono il fondo del barile.
Possono ripeterlo con frequenza.
E le persone continueranno a leggere i giornali, e ad ascoltare la radio.
E poi a sfogliare i blog che loro interessano.

Negare la mia dignità non basta ad annullarla.
Fatevene una ragione.

——————————————————————-
* Badate, ho scritto che le affermazioni sono stupide, non che le persone che le hanno fatte sono stupide.
No, bisogna puntualizzarlo, perché se dicessi che le persone che hanno fatto quelle affermazioni sono stupide, rischierei una querela per diffamazione a mezzo stampa, e l’ingiunzione a ritrattare pena una feroce ammenda.
Perché non sono un giornalista, non devo essere pagato come un giornalista, ma si suppone che io debba sottostare a tutte le regole del giornalismo.
Tutti i doveri ma nessuno dei diritti.
Curioso, eh?

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

31 thoughts on “Blogger & Marines

  1. “I blogger parlano di tutto e non sanno niente” basta cambiare il soggetto e ci si ritrova un commento sui vari politologi, massimediologi, tuttologi, nonchealtrometterelogi, sotuttoiologi e i giornalisti che ci deliziano nei dibattivi e talk show televisivi…

  2. “I blog non sono un prodotto giornalistico. Sono commenti, opinioni su fatti in genere noti: è uno dei motivi per cui i blogger non vengono pagati.”

    Fino a qualche tempo fa eravamo tutti a pubblicare noticine a margine con scritto “questo non e’ un prodotto giornalistico ai sensi dell’articolo blablabla” per evitare querele e quant’altro. Quando volevano introdurre l’obbligo di rettifica per i blog, tutti a protestate.

    E’ vero, il blog NON e’ un prodotto giornalistico. I commenti NON sono filtrati e un blogger puo’ dire quello che gli pare su tizio e caio senza prove concrete (affermazioni anche gravi, non illazioni) e senza rischiare nulla, in pratica.

  3. @Marco M.
    Chi prima mi minaccia per obbligarmi ad affermare una certa cosa, e poi usa la mia affermazione per delegittimarmi, di solito io lo chiamo teppista, non giornalista.
    E poi il punto non dovrebbe essere se i blog siano un prodotto giornalistico o meno, ma al limite se il lavoro di scrittura di un blogger debba essere pagato o meno.
    Ma io non sono neanche interessato a quello.
    Il mio post è semplicemente una serie di osservazioni sul fatto che “i blogger”, come categoria, non esistono.

  4. Il punto e’ che un blogger che lo fa di mestiere diventa un giornalista a tutti gli effetti e allora i suoi post sull’ Huffpost dovrebbero venire modificati e cambiati per adattarsi alla testata giornalistica su cui sono pubblicati. Un blogger da questo punto di vista ha piu’ liberta’ di manovra rispetto a un giornalista (e meno responsabilita’).

    Il blogger non esiste come categoria, come fai notare, ma allo stesso tempo non e’ neanche un lavoro. Tu hai fatto l’esempio di Brin, io aggiungo Scalzi: per loro il blog e’ uno strumento per comunicare con la loro base, farsi promozione e magari guadagnare nuovi lettori (in un mondo perfetto basterebbe aver scritto uno dei libri della saga di Uplift o The Old Man’s War per avere un numero infinito di lettori, ma questo non e’ un mondo perfetto). Nel loro caso e’ uno strumento promozionale, ma non una diretta fonte di reddito, credo.

    Neil Gaiman ha un blog, ma i suoi guadagni da giornalista vengono dagli articoli pubblicati per il Rolling Stones, il New Yorker e altre riviste.

    La politica dell’Huffpost Italiae’ la stessa della sua controparte americana; e’ un aggregatore di articoli interessanti, pubblicati da blogger diversi sui propri siti e ordinati in modo non caotico: i blogger possono partecipare su base volontaria e ricevono visibilita’, ma nessun compenso economico.

    (E’ sottointeso che considero la sparata di Radio Popolare un’idiozia: ci sono blog di tutti i tipi)

  5. Non confondiamo gli argomenti, per cortesia.
    Io non faccio l’esempio di Brin o MacLeod come di blogger che guadagnano con i loro blog.
    Li uso come esempio della diversità tra blogger.

    Per contro, e per quanto questo non sia il tema centrale del mio post, esistono decine di quelli che in inglese si chiamano “professional blogger” che, ciascuno con caratteristiche proprie, vivono del loro blog.
    Con introiti che viaggiano normalmente sui 30.000 dollari l’anno, e che vengono integrati con altre attività.
    Questo, senza voler entrare nella categoria di quei blogger (poche decine, in effetti) che hanno sfondato il tetto dei 500.000 l’anno, e oggi dirigono o amministrano delle vere e proprie blogzine.

    Il vero problema, mi viene da pensare, è semplicemente che si sta cercando di adattare la realtà alle definizioni, e non viceversa.
    Un blogger non è un giornalista.
    Un blogger non è uno scrittore.
    Ma ciò non significa che non abbia una sua dignità, e che il suo lavoro non debba essere pagato.
    Che è poi ciò che dicevo nel post.

  6. Mah guarda Davide io leggendo la sparata dell’Annunziata ho pensato che in realtà a lei e a tutti quelli che passano il loro tempo a fare i detrattori dei blog bruci principalmente il grandissimo successo del blog di Beppe Grillo.
    Più che altro perchè qualche anno fa, in tempi non sospetti se ne erano sentite di tutti i colori, ma al tempo almeno si parlava chiaro del blog Beppe Grillo.

    Ora la realtà dei blog italiani è diventata ancora più interessante e ovviamente si spara a zero sulla categoria(???) blogger forse perchè avendo visto che casino può creare un blog(condividere, indirizzare, fare informazione, creare luoghi di incontro virtuale) si comincia ad averne seriamente paura.

    Io credo che fino ad un certo punto ci si è detti “gli italiani non si faranno influenzare da certe cose, gli italiani sono addestrati bene a scuola a dire e considerare solo le opinioni dei grandi critici, storici etc” ma quando hanno visto che i blog effettivamente un po’ di gente la smuovono allora la musica è cambiata e si procede con il tentare di detrarre la credibilità…anche perchè che altro potrebbe fare una persona che non intende cambiare?

  7. La questione che hai sollevato nelle note, è davvero paradossale: il tuo blog è considerato “mezzo stampa” solo per citarti in tribunale, così come Facebook. Ci rendiamo conto, Facebook è considerato “mezzo stampa”!

  8. “che casino può creare un blog(condividere, indirizzare, fare informazione,” ma non dovevano fare i giornali ? sono ironico, ovviamente. Davide, condivido tutto

  9. E’ facile capire perché io odio le generalizzazioni.
    Parlare di blogger, di calciatori, di showgirl, di giornalisti, di qualunque categoria può servire per sintetizzare un concetto, ma in realtà abbraccia così tante realtà diverse e variegate che si finisce sempre a dire banalità.
    Le generalizzazioni servono a persone come l’Annunziata, o ad alcuni commentatori che ho letto qui sopra. Servono per tirare l’acqua al loro mulino. Oppure ci vedo anche un filino d’invidia?

    Curioso che un concetto così semplice – i blogger non rappresentano una categoria né una casta – risulti ostico a certi zucconi.
    Mi chiedo sempre più spesso da dove nasca questa querula ignoranza (nel senso di “ignorare”), che porta a giudicare cose e argomenti di cui obiettivamente si ha una visione incompleta o del tutto non adeguata al presente.

    Chiedo scusa, ma sono un po’ nervoso.

  10. “I blog non sono un prodotto giornalistico. Sono commenti, opinioni su fatti in genere noti: è uno dei motivi per cui i blogger non vengono pagati.”

    Aspetta lì, che ho la battuta pronta: quindi se sono opinioni, in realtà i blogger dovrebbero essere pagati. Come gli OPINIONISTI ai talk show, sommi esperti di fuffa.

    Va là che li ho fregati u_u XD

    Comunque concordo pienamente 😀

  11. Forse mi sbaglio io, ma ricordo che, almeno nel giornalismo anglosassone, le tipologie di articoli sono due: gli articoli che danno notizie, e gli articoli che commentano notizie (e quindi danno un opinione). Non mi pare che i giornalisti specializzati nel secondo tipo non vengono pagati, anzi, di solito gli opinionisti sono tenuti in gran conto.

    Quindi non capisco bene dove vuole andare a parare l’Annunziata. Ha appena ammesso che l’huffington post è un aggregatore di fuffa? O non crede davvero in ciò che dirige?

  12. Michael mi ha letto nel pensiero… comunque sono perfettamente d’accordo con te. Non fa una grinza. A volte ho la sensazione che molti soggetti appartenenti alle generazioni del vecchio millennio non hanno la più pallida percezione realistica dei nuovi mezzi che l’uomo del nuovo millennio usa quotidianamente… uhm va beh divago troppo….

  13. mettiamola cosi’: facciamo che l’Annunziata e’ la proprietaria di un baretto in centro. In questo bar girano diversi tipi, dal vecchio professore ormai in pensione allo studentello del liceo che si fa brioche e cappuccino la mattina. Diciamo che alcuni di questi soggetti, tipo il vecchio professore, sono degli elementi pittoreschi e di richiamo del bar. Diciamo che ogni tanto l’Annunziata chiama uno o due cantautori a suonare nel locale oppure chiama qualche autore famoso a fare una lettura (e, ovviamente) li paga per la prestazione.
    Un giorno il vecchio professore va dalla barista e gli dice:” Ohi, quello scrittore li’ dice piu’ o meno le stesse cose che dico io, perche’ a me non li paghi 1000euro ogni volta? Guarda che se non mi paghi come paghi il professionista per fare quello che farei ugualmente io me ne vado in un altro bar”

    La situazione e’ la stessa con i blogger: i contenuti prodotti dal blogger non sono proprieta’ del sito/barista e quello che il blogger/professore in pensione puo’ guadagnare e’ pubblicita’ per il suo sito/piu’ lezioni private.
    Poi ovvio, un professore in pensione piu’ capace degli altri puo’ riempire le piazze e trovare magari un editore che voglia pubblicare le sue memorie o una rete televisiva che sia disposta a pagarlo come ospite fisso (magari chiedendo l’esclusiva per i suoi spettacoli o alcuni tagli qua e la’ nel copione per non offendere il padrone della stazione)

    John Swinton,giornalista e direttore del New York Times, gia’ agli inizi del’900 aveva capito la differenza fondamentale fra il vecchio (anche colto) che parla al bar con gli amici e un giornalista:

    “There is not one of you who dares to write your honest opinions, and if you did, you know beforehand that it would never appear in print. I am paid weekly for keeping my honest opinion out of the paper I am connected with. Others of you are paid similar salaries for similar things, and any of you who would be so foolish as to write honest opinions would be out on the streets looking for another job. If I allowed my honest opinions to appear in one issue of my paper, before twenty-four hours my occupation would be gone.”

  14. Marco, il paragone non regge.
    E non regge perché il bar vende caffé e cornetti, non i contenuti forniti dai suoi avventori.
    Mentre il bar dell’Annunziata vende i contenuti dei suoi avventori.

    La frase di Swinton, poi, mi pare riguardi le opinioni oneste, non il pagare o non pagare gli autori.

  15. @Marco
    Carino il paragone del bar ma oltre quello che ha detto Davide ci sarebbero anche altri problemi. Per esempio una testata come quella diretta dall’Annunziata ha degli inserzionisti, è parte di un gruppo editoriale piuttosto noto nel nostro paese e si avvale di fior di sinergie. Usare quindi i contenuti “prodotti” da blogger senza dare il minimo status di collaboratori (leggi: compenso) ha un riflesso che va ben oltre il bar/giornale ma che si sposta su un’intera realtà industriale.

  16. riguarda il lavoro del giornalista, che e’ scrivere quello che vuole il padrone del giornale COME lo vuole il padrone del giornale (che e’ differente da quello che fa un blogger). Quindi c’e’ una bella differenza anche fra l’opinionista che scrive sull’espresso o il blogger opinionista.

    Detto questo, sembra che il caso dei blogger non pagati sia una singolarita’ italiana, ma effettivamente NON e’ cosi; Come ho detto, questa e’ la politica dell’Huffpost anche negli US. Infatti, un gruppo di blogger aveva gia’ fatto causa al giornale nel 2011 per 105 milioni… e aveva perso.

    Il giudice infatti decreto’ che:
    “The principles of equity and good conscience do not justify giving the plaintiffs a piece of the purchase price when they never expected to be paid, repeatedly agreed to the same bargain, and went into the arrangement with eyes wide open,”

    John Coffee, professore alla scuola di legge della Columbia ha anche paragonato I blogger a quelli che scrivono le lettere al direttore sui giornali :
    “This is the electronic equivalent of someone writing a letter to the editor.You are rewarded by publication, not by payment.”

    Considerando poi che la sentenza e’ uscita a marzo di quest’anno e il “problema” era noto fin dal 2011, I blogger italiani non hanno nessun motive per lamentarsi del trattamento: sapevano che non sarebbero stati pagati prima di spedire la loro “lettera al direttore”

  17. @Marco M.

    Il paragone con le lettere al direttore mi sembra fuorviante: se io scrivo una lettera al direttore e lui la pubblica, la lettera in questione non contribuirà a vendere nemmeno una copia. Se scrivo un post o e questo aumenta la visibilità del sito (e quindi i potenziali introiti pubblicitari) perché è scritto bene e/o perché i motori di ricerca lo tengono in considerazione e portano gente a visitare il sito, bè quella è un’altra cosa.

    Che poi l’Huffington Post abbia questa politica e i blogger che aderiscono lo fanno consapevolmente aggratis è un altro discorso. E infatti secondo me non possono prima accettare le condizioni e poi chiedere di partecipare ai profitti.

  18. Beh, dipende, alcune volte sui giornali americani le lettere al direttore le scrivono professori del MIT o della UCSD, o della UCLA con chiarimenti, puntualizzazioni, commenti, ecc… Che non sono esattamente pinco pallo che ulra a una sedia.

    Per quanto riguarda i blog… tu hai lo stesso articolo sul tuo blog, l’huffpost non ha l’esclusiva. Se non sei il blog di Beppe Grillo, probabilmente sei tu fra i due quello che ci guadagna in visibilita’ (se poi usi il tuo blog per provuovere un business, meglio, due piccioni con una fava)

  19. Marco, ancora una volta non ci siamo: il giudice ha dato torto ai blogger che volevano quei soldi perché avevano accettato un contratto (per quanto probabilmente basato sulla consuetudine, visto che il brano che citi parla di reiterazione) con gli occhi bene aperti.
    Era una vertenza contrattuale, non una questione di principio generale.
    Non distraiamoci.

    Qui si parla di lavoro non pagato.
    Se accetto la proposta – come si diceva in un post qui su strategie un paio di giorni fa – non riceverò mai altre proposte.
    Negare la dignità del blogger per non pagarlo è semplicemente un espediente odioso.

  20. Come ho detto, sono d’accordo col secondo punto, quello di radio popolare, che a mio avviso e’ quello che nega la dignita’ dei blogger. Ma non vedo come definire un blog “un prodotto non giornalistico” possa intaccare la dignita’ di un blogger piu’ che dire che un articolo giornalistico “non e’ un prodotto da blog”. Che un blogger non e’ un giornalista e’ un dato di fatto, e’ come dire che un hobbysta con la passione per l’astronomia non e’ un astrofisico.nonostante ogni tanto possa scoprire nuovi corpi celesti: non significa che uno sia meglio dell’altro, semplicemente che le modalita’ di lavoro sono differenti
    Il giornalista deve adeguarsi alla politica del giornale su cui pubblica e deve sapere quali piedi non pestare; inoltre il giornalista puo’ andare in posti e intervistare persone inavvicinabili dal normale blogger: il blogger infatti, per quanto riguarda la politica e la societa’, lavora piu’ spesso con informazioni filtrate di seconda o terza mano rispetto al giornalista, relegando spesso i suoi scritti a opinioni o commenti (quando si parla di scienza, ad esempio, quanti blogger che non sono PhD student o professori hanno accesso agli articoli scientifici completi non solo agli abstract o alla semplificazione per le masse? Su IEEE ad esempio ).

    Detto questo, nel web tutta la forma di comunicazione e’ cambiata. Sulla versione online di molti giornali online, come l’Espresso o Repubblica, spesso e’ piu’ interessante, ponderata e approfondita l’opinione di alcune commentatori fissi che quella dei giornalisti veri e propri.(e anche quelli non vengono pagati, nonostante siano le persone che tengono in vita la comunita’ attorno alla rivista).

    (PS: per quanto riguarda il giudice, i contribuenti non avevano firmato nessun contratto, semplicemente gli era stato chiesto se volevano apparire sul Huffpost: se ci fosse stato un contratto scritto e chiaro il processo non sarebbere andato avanti tanto tempo)

  21. Da PhD student (quasi PhD e basta) e da docente ti posso assicurare che l’accesso agli articoli scientifici completi online è poi sempre da vedere anche per noi 😀

    Il caso dell’astrofilo rispetto all’astrofisico è interessante.
    perché mentre il primo lavora nel cortile di casa, ed il secondo in una istituzione accademica, se uno di loro scopre qualcosa di nuovo nei cieli, la sua scoperta ha la stessa dignità che se la scoprisse l’altro.
    Quindi, modalità di lavoro differenti, stessa dignità.
    Che è quello che non viene riconosciuto ai blogger rispetto a giornalisti e pubblicisti.

  22. Come ho detto, la modalita’ e’ diversa non la dignita’ (e non penso che la frase dell’Annunziata sia lesiva per la dignita’ di nessuno: lei dice giustamente che i blogger commentano e danno opinioni sulle notizie perche’ lavorano su dati filtrati… come molti, ma non tutti, i giornalisti), ma… ma l’hobbista si deve pagare il telescopio e spendere il suo tempo non retribuito per fare la sua scoperta; l’astrofisico e’ pagato dal centro di ricerca (o dai grant che e’ riuscito a prendere) per fare lo stesso lavoro ed ha a sua disposizione attrezzature piu’ sofisticate, ecc…
    (E poi, probabilmente l’hobbista e’ piu’ interessato a trovare una nuova stella/cometa/pianeta e non ha gli strumenti e la matematica e la fisica per andare oltre… ma questo non c’entra nulla con la dignita’ ed e’ un altro discorso).

    Per quanto riguarda l’accesso agli articoli… beh, da PhD student posso dire che dall’altra parte dell’oceano e’ piu’ facile: biblioteca piu’ fornita/digitalizzazione di quasi tutti i testi per uso accademico/articoli ecc…). Quand’ero in Italia impazzivo per accedere ai dati anche dal laboratorio…

    E… una piccola divagazione…

    Alle volte neppure gli articoli sono sufficienti se non hai la strumentazione per verificare i fatti.

    Non so se hai mai sentito parlare del Tao effect nei superconduttori: e’ stato scoperto circa 10 anni fa e da allora sono stati scritti diversi articoli ed e’ stato considerato un dato di fatto (la teoria di Tao e’ che l’effetto era dovuto all’effetto Josephson).

    Dopo 10 anni di pubblicazioni su riviste tipo Nature and IEEE, Hirsch (lo stesso dell’Hirsch index) ha dimostrato che l’effetto in realta’ non esiste e l’effetto riportato da Tao non erano altro che un’interpretazione sbagliata dei risultati sperimentali (non c’era nessuna temperatura critica o dipendenza dall’intensita’ del campo ad esempio) e adesso vogliono vedere se l’effetto e’ dovuto al mezzo in cui le particelle erano immerse oppure, come suggerisce Hirsch, alla struttura cristallina dei composti.

  23. ma l’annunziata dice che, poiché i blogger non sono giornalisti (per i motivi bla b la bla), il loro lavoro non merita di essere pagato.
    Questo è dire che il lavoro dei blogger non ha la stessa dignità del lavoro di tutti gli altri.

  24. Beh, fra l’essere pagati per esporre in una “vetrina” e il non avere la stessa dignita’ del lavoro ne passa. Il blogger pubblica sul suo sito (e li’ puo’ far su soldi e altro tramite donazioni, pubblicita’ e merchandising).
    Per fare un parallelo con un altro mondo, consideriamo la distribuzione digitale di videogames indipendenti: Steam ha una sua vetrina online, gli sviluppatori spediscono un gioco completo a Steam, Steam decide se il gioco e’ abbastanza buono e pulito e lo pubblica, guadagnandoci una percentuale. Lo sviluppatore, che gia’ vendeva il prodotto sul suo sito ma non aveva la stessa visibilita’ che dava un aggregatore di contenuti come Steam continua a vendere il suo prodotto sul suo sitarello guadagnando visibilita’ attraverso Steam (che, ovviamente guadagna solo sulle copie vendute tramite il suo canale di distribuzione).

    Ora, con l’Huffpost le cose sono simili: nessuno paga per leggere le notizie (penso che i soldi vengano dagli sponsor) quindi l’Huffpost guadagna l’X che corrisponde alla percentuale di Steam; inoltre, come per Steam una vetrina per essere utile ha bisogno di una selezione all’ingresso (avere troppo rumore in mezzo agli articoli “validi” e’ controproducente) c’e’ bisogno di un buttafuori, qualcuno che controlli quali articoli far entrare e quali tenere fuori (e anche la selezione deve essere fatta da qualcuno… e quello e’ un lavoro, pagato).

    Quelli che entrano, come gli sviluppatori indipendenti, ovviamente hanno il loro sitarello che magari ha 1000-5000 visitatori al giorno, ma non i milioni che puo’ avere un aggregatore come l’Huffpost. Sta poi a loro ovviamente sfruttare questa visibilita’; l’alternativa e’ cercare di lavorare a tempo pieno per riviste come l’Huffpost con uno stipendio, ma perdendo la propria indipendenza e la possibilita’ di dire quello che volevano come voci indipendenti (se poi la visione del blogger e’ al 100% quella del proprietario e dell’editore, beh, a quel punto tanto vale buttarsi e chiedere un intervista, fare 2 anni di praticantato in qualche qualche giornale e cercare di prendere l’abilitazione e di iscriversi all’albo dei giornalisti o dei pubblicisti)

  25. Eheh, lo amo e mi sa che te l’ho mandato io. Ma quando lo scrittore pubblica poi non puo’ ridistribuire i suoi contenuti sul suo sito di solito (a meno che non abbia pubblicato sotto qualche licenza CC, ma quello non e’ Ellison). Il blogger e’ il primo a pubblicare senza essere pagato…
    Ellison non poteva pubblicare sul suo sito le sue opere dopo aver ceduto i diritti di pubblicazione. Il blogger puo’ e lo fa.
    Come ho detto nei commenti precedenti, per gente come Scalzi o Brin (o Martin o Gaiman), il blog e’ pubblicita’ propedeutica al loro lavoro di scrittori e’ un mezzo promozionale. Ma non penso che nessuno di loro pubblicherebbe su un sito tipo l’Huffpost o TOR short stories senza essere pagato (perche’ quella e’ la loro fonte di reddito, non il blog), magari qualche capitolo sul loro sito per invogliare i lettori o un prologo di una saga.

    Per Ellison, probabilmente, il blogger come tale e’ uno di quei “dilettanti” che non rispetta il lavoro dei professionisti e rovina la piazza: se io ho fatto anni di scuola di giornalismo, scrivo per un giornale prestigioso e vengo pagato un tot; perche’ un editore dovrebbe pagare me piuttosto che il pischello che lo fa per la visibilita’?
    Per adesso i giornalisti hanno la fortuna di avere “informazioni di prima mano” e “privilegi”, mentre i blogger “lavorano di sponda” (opinionisti e commenti su fatti d’attualita’), ma cosa succede se questo mare di blogger avessero accesso alle informazioni del giornalisti? Fra le due e’ piu’ probabile che siano i giornalisti quelli costretti ad accettare paghe da blogger…

  26. lo avevo postato un paio di anni fa quando parlavi di chiedere di essere pagati (con il nickname uriele, purtroppo dopo ho avuto dei problemi con wordpress e adesso commento usando la stessa email, ma con l’account di twitter)
    (90 su 100 era questo video, altrimenti era quello del seminario di Ellison sulla scrittura che, beh, piu’ o meno diceva le stesse cose)

  27. Pingback: Bloggami ‘sto razzo | Plutonia Experiment

  28. Pingback: Coin-op blog « angelobenuzzi

  29. Lo so, come categoria i blogger non esistono o altrimenti avrebbero un sindacato, delle norme, delle tutele. Ma a mio parere la situazione potrebbe cambiare da qui a dieci anni.

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